Una riflessione sulle immagini di morte

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«La fotografia mi ha spalancato la luce. La fotografia è copernicana, fa finalmente capire all’uomo che è una merda su una goccia di fango, che è la Terra perduta nell’universo, mentre l’arte è tolemaica, fa credere che l’uomo sia chissà che cosa. L’uomo invece è nulla, è una merda, un uccisore di bambini. La fotografia è un segno naturale, ritrae le impronte che la lepre lascia sulla neve, il vero volto dell’uomo». (Ando Gilardi)

Non è il primo né sarà l’ultimo bambino morto che vedremo in fotografia, il povero Aylan, curdo in fuga da Kobane con la sua famiglia, morto a tre anni sulla spiaggia di Bodrum. Pochi giorni prima era toccato agli anonimi bimbi affogati nel canale di Sicilia. Tutte queste immagini sono diventate oggetto di un dibattito a cui nemmeno il sottoscritto riesce a sottrarsi. Moltissimo è stato già scritto e, tra i commenti di Robbie Galante e Stefano Iannaccone comparsi qui sugli «Stati» e il sempre interessante Michele Smargiassi su «Repubblica», sarei portato istintivamente a concordare con i primi, senza voler legare la mia opinione a qualche criterio prescrittivo o divieto. Il problema è che, a dirla tutta, più rifletto sulla questione, più le mie domande e i miei dubbi aumentano. Posso dire che probabilmente non avrei mai scattato quella foto – ma di fatto mi riesce difficile persino scattarla ai mendicanti per strada. Posso dire che probabilmente non avrei ceduto alla tentazione dell’efficacissimo titolo-editoriale come hanno invece fatto al «Manifesto». Di un’unica cosa sono assolutamente certo: è fuorviante mettere le immagini delle vittime di guerre o crisi umanitarie nella stessa – squallida – categoria degli omicidi in diretta messi online dai grandi quotidiani per un click in più. L’intenzione è sempre centrale, e la faccenda è terribilmente complicata perché estremamente diverse sono le angolazioni da cui la si guarda. Ogni attore del dibattito pubblico è anche portatore di uno specifico interesse e di una più o meno strutturata visione del mondo. C’è chi segue con assiduità le vicende mediorientali e i flussi di profughi e migranti nel mediterraneo. Chi, come il sottoscritto, avrebbe voluto Assad deposto ben prima di qualunque fotografia – anzi ben prima dello scoppio della guerra civile in Siria. C’è chi cade dal pero soltanto in questi giorni e comincia a collegare l’immagine dei profughi rinchiusi a Budapest Keleti con quella di chi ha finito il suo viaggio sulla spiaggia di Bodrum – già vista in qualche catalogo di agenzia viaggi. Ci sono i rappresentanti dei media con le loro difese d’ufficio delle scelte editoriali e gli attivisti direttamente impegnati in qualche conflitto, ben consapevoli dell’uso politico delle immagini. Ci sono i generici fruitori di immagini che la Rete ha fatto diventare (ri)produttori. C’è chi si interroga sulla propria deontologia professionale, come i reporter che in questi casi possono fare riferimento a una lunga serie di precedenti simili – o apparentemente simili – alla foto in questione, dalla Napalm Girl vietnamita di Nick Ut, per arrivare alle immagini dello sterminio per fame dei bambini africani (un vero e proprio genere fotografico che ha segnato l’immaginario di noi fortunati bambini occidentali cresciuti negli anni ’80).

Personalmente, in questo e in altri casi del genere ripenso in modo automatico ad un’immagine che più di altre mi tormenta. Si tratta della terribile foto scattata dall’indiano Raghu Rai al cadavere di una piccolissima vittima del disastro di Bhopal, nel 1984. Del bimbo, quasi completamente sepolto, spunta il solo viso, come quello di una bambola rotta, gli occhi vuoti. Quell’immagine, infinitamente più brutale di quella di Aylan adagiato sulla spiaggia, non si dimentica più, come non si dimenticano quelle dei bimbi ebrei finiti tra le grinfie di Mengele. L’”etica documentaria” connessa alle immagini della Shoah ritorna anche in questi giorni tra gli argomenti usati dai sostenitori del «diritto di cronaca». Come già notato da altri, il parallelo con la fotografia di documentazione della Shoah è però fuori luogo. Le prime foto di Auschwitz comparse dopo la liberazione non erano foto di cronaca, ma già documento storico e, prima ancora, processuale, prove di uno sterminio appena avvenuto, sconosciuto o ignorato nel momento in cui veniva attuato. La pubblicizzazione delle immagini della Shoah è proseguita con grande lentezza nell’arco di decenni, aumentando esponenzialmente solo a partire dall’avvento di Internet. Prima di allora, l’umanità non conosceva l’odierna saturazione di immagini, la quantità di fotografie cui un individuo poteva venire in contatto nel corso della propria vita erano un’infinitesima parte di quelle odierne e le immagini di violenza suscitavano ancora vera repulsione. La visione delle cataste di cadaveri pronti per i crematori – impronta della realtà, per citare Susan Sontag e i semiologi – aveva anche una funzione pedagogica simile alla visita cui le truppe americane costrinsero (giustamente) i cittadini di Buchenwald a guerra finita. Ha ancora senso tutto questo in un’epoca in cui il rapporto segnale rumore è bassissimo, mentre la soglia di tolleranza alla violenza è tragicamente alta? (Ando Gilardi se l’è chiesto nel preziosissimo Lo specchio della memoria – Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, libretto che consiglio caldamente).

Parlare di assuefazione probabilmente non descrive con la dovuta precisione il fenomeno. Penso si debba partire coll’esplicitare la formula tanto spesso utilizzata della «Pornografia del dolore». Nel caso delle immagini di morte, possiamo parlare di «pornografia» in due sensi: assieme a quelle pornografiche, quelle di morte rappresentano ormai l’unica tipologia di immagini sulle quali lo sguardo si soffermi per più di qualche decimo di secondo. Sì, perché, giocoforza, la visione dell’ininterrotto e frastornante flusso di immagini cui siamo sottoposti ogni giorno riserva alla “still photography” un tempo di poco superiore a quello dei framevideo. L’immagine pornografica e quella di morte, per contro, hanno il potere di trattenere il fruitore a sé. In secondo luogo, come la pornografia propriamente detta, anche la «pornografia del dolore» vive la sua funzione ultima in una forma di catarsi, erotica in un caso, emotiva nell’altro. Ed è in quella scarica emotiva che risiede uno degli aspetti più problematici di certe immagini, prima ancora che in una questione di rispetto, di decenza o di misura. La catarsi, anche quando corrisponda ad un’”epifania negativa”, è nemica della riflessione. La forza di ogni «fotografia riuscita» – e cioè il potere di mostrare ciò che non può essere detto altrimenti – può essere anche il suo limite, se lo scopo è quello di renderci consapevoli dell’orrore. La vista provoca indignazione, non necessariamente consapevolezza, per la quale occorrono la ragione e la coscienza. E qui emerge l’ultima questione, quella del contesto: ragione e coscienza richiedono spazi e momenti adeguati in cui manifestarsi, richiedono silenzio e separatezza, e cioè, in altri termini, una divisione tra ciò che è sacro e ciò che è profano, tra ciò che è alto e ciò che è basso, tra gravità e frivolezza. Una condizione impossibile da ricreare su Twitter e Facebook, luoghi virtuali in cui passiamo senza alcuna soluzione di continuità dalle foto dei nostri gatti alle decapitazioni di Daesh. L’immediatezza, nel senso di assenza di mediazione, è in sé una grande conquista e, come tutte le grandi conquiste, contiene in sé una maledizione. E tuttavia faremmo un grosso errore credendo che sia «tutta colpa della Rete», visto che in realtà Twitter e Facebook non fanno altro che riprodurre il vecchio modello dei nostri rotocalchi o dei tabloid anglosassoni, quello di giornali come il «Daily Mail», che nella stessa pagina oggi propone le foto dei momenti felici di Aylan e quelle del suo cadavere, mentre sulla destra una colonna offre l’ultimo topless di Miley Cyrus. Questo è il mondo dei media nato ormai tanto tempo fa con la società di massa, un mondo creato da esseri umani per altri esseri umani. I quali, peraltro, sembrano gradire.

«Sembri proprio un ebreo»

Il film è uno dei più belli di Losey (e di Alain Delon, nel suo periodo migliore), straordinario nel trattare il tema della Shoah in modo obliquo, intrecciandolo a quello dell’identità e del Doppio. La sequenza iniziale, che avete trovato qui sopra (grazie all’utente yt educaciònsentimental), continua a raggelarrmi, ogni volta che la vedo. Sulla questione dei tratti somatici avrei una serie di aneddoti piuttosto interessanti che mi riguardano direttamente. Prima o poi ve li racconto – oggi no.

Ricordare tutto, ricordare bene

Esuli istriani in partenza da Pola col piroscafo “Toscana”, 1947

I confini difficili ti parlano della loro Storia anche se non glielo chiedi. Così, quando abitavo a Trieste, aspettando l’autobus in piazza Goldoni, vedevo davanti a me, tutti i giorni, l’insegna della sede dell’Unione degli Istriani. E ricordo il disappunto di un’amica croata di fronte all’uso di chiamare Fiume la sua città, Rijeka. Cioè, Fiume, appunto. « Sono passati tanti anni, basta! », diceva. Obiettavo, senza successo, che mi pareva naturale chiamare un certo luogo col toponimo posseduto storicamente dalla mia lingua, senza per questo avere pretese territoriali su quel luogo. D’altronde, mi sembrerebbe ridicolo dover dire “vado un paio di giorni a London” oppure “Greta è di München”, così come ho trovato fastidioso e un po’ straniante sentire il velista padano, in vacanza nelle meravigliose isole del Quarnaro, insistere sul fatto che lui fosse stato a Krk, non a Veglia. Questo genere di questioni riempie migliaia di pagine nei testi di Geografia Culturale, ma alla maggior parte della gente basterebbe un po’ delle vecchie Storia & Geografia ben insegnate. A titolo di esempio, mi domando se il coglioncello che ha sentito l’urgenza di fare il suo tweet del cazzo nel Giorno del Ricordo sappia collocare Trieste e l’Istria sulla cartina geografica:

(Al coglioncello potrebbe far bene leggere la storia di Eugenio Galandauer e degli altri Ebrei fiumani salvati da alcuni giusti in Romagna. Italiani e Fiumani, ma privati della cittadinanza in quanto ebrei).

Non che le testimonianze e una buona storiografia salvino dalle rimozioni, dalla memoria selettiva e dalle strumentalizzazioni politiche. Ma queste diventano pane quotidiano soprattutto in un Paese ignorante, che non ha mai fatto seriamente i conti con le proprie vicende più tragiche, e che vive il passato, più ancora che il presente, come una partita di calcio, dalla curva dello stadio, trombe in mano. Foibe! Sappiamo come sia facile far coagulare una polemica attorno ad una parola divenuta simbolo. Così ricoperta dagli slogan, la parola diventa un oggetto enorme, minaccioso, dietro al quale scompare il referente, ossia la storia che andrebbe studiata e raccontata. Per sessant’anni, gli infoibamenti del ’43-’45, e in generale le vicende del confine orientale, sono diventati quel tipo di oggetto, randello polemico usato dalla Destra in chiave anticomunista, da opporre al silenzio di buona parte della Sinistra. A chi voglia imparare qualcosa sull’argomento, consiglio il fondamentale Foibe, di Raoul Pupo e Roberto Spazzali. Costa poco e dice molto, con grande rigore. A titolo di introduzione, vi consiglio anche di leggere due articoli (che trovate qui e qui) a firma dello stesso Pupo.

Sarebbe però a mio avviso un male se questo giorno, istituito un po’ frettolosamente, diventasse “il giorno delle foibe”. Oggi si deve ricordare soprattutto l’Esodo, e cioè la traumatica frattura dell’esperienza storica giuliano-dalmata, e occorrerebbe farlo possibilmente senza che il trauma oscuri e cancelli la memoria positiva di quella cultura. Si è cominciato a capire che l’interesse per la storia della Venezia-Giulia e della Dalmazia non ha nulla a che fare con l’essere fascisti o col coltivare deliranti revanches nazionalistiche, e che la fascinazione per la civiltà “veneta” prosperata sulle sponde orientali dell’Adriatico non può essere confusa con i deliri di leghisti nostalgici e serenissimi imbecilli. Fanno veramente pena, fascisti e leghisti, fingendo di ignorare il carattere cosmopolita di quei luoghi (ridotti a provincia periferica da Mussolini) o l’importanza del Veneto da mar in quanto lingua franca di tutto il Mediterraneo (così lontano dall’idea piccola e meschina della lingua inventata per il kapannonistan veneto).

Il “Golfo di Venezia” in una carta di Vincenzo Maria Coronelli

A titolo di simbolico e personalissimo tentativo di risarcimento per quelli che, lasciate le loro case e le loro vite laggiù, trovarono una madrepatria assai matrigna, ignara e indifferente, dedico il 10 febbraio su flaneurotic – sempre che il blog sopravviva alla mia patologica incostanza – al ricordo positivo della cultura giuliano-dalmata. Sarà un contributo molto semplice, in cui mi limiterò a menzionare un celebre (o meno celebre) istriano, fiumano o dalmata. Quest’anno, appena terminate le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, mi pare doveroso iniziare con l’illustre letterato e patriota Niccolò Tommaseo, autore del celeberrimo Dizionario della Lingua Italiana, nativo di Sebenico (cioè Šibenik…). L’immagine di Tommaseo è una presenza quotidiana, qui a Venezia: la sua statua in Campo S.Stefano viene simpaticamente identificata come “el Cagalibri“…

Ecco cosa scriveva nel 1848 in Delle nuove speranze d’Italia (non ditelo: quelle speranze rimangono nuove nel 2012):

Fotografare l’Orrore

Avevo in serbo un pezzo sulla trasformazione della memoria dello sterminio, sui rischi della sua istituzionalizzazione, sulla scomparsa progressiva dei testimoni. Ma non era niente di che, niente che non ripetesse cose già dette e pensate da chi provi un interesse vitale per quella grande frattura rappresentata dalla Shoah. L’ho cestinato, e avrei potuto accodarmi all’indignazione per l’abominevole titolo de “Il Giornale” di oggi, e prendermela con Sallusti, quel povero infelice. Ma perché alimentare la polemica col mio narcisistico granellino? Un po’ nauseato, ho smesso di seguire il troiaio del web e sono andato a cercarmi un certo libro:

[…] nel numero di “Le Monde” del 3 marzo 1994 alla pagina 7 Claude Lanzmann scrive:

« E se avessi trovato [girando Shoah – N.d.A.] una pellicola esistente girata dalle SS che mostrava come 3000 ebrei, uomini donne e bambini morivano insieme, asfissiati in una camera a gas del crematorio II di Auschwitz, se l’avessi trovata, non solo non l’avrei mostrata, ma l’avrei distrutta. Non sono in grado di dire il perché: è ovvio».

Non è ovvio e il perché noi lo sappiamo: per la prima volta l’ebreo Claude Lanzmann, autore di Shoah, sarebbe stato costretto a provare quella epifania negativa che tanti ebrei d’Europa respingono forse per loro mancata vendetta, o peggio ancora per un senso confuso di complicità rassegnata, e che Lanzmann evita proprio in Shoah, interminabile opera prefica che resta un tentativo fallito di rimozione. Tuttavia, per quanto riguarda ancora Shoah, gli undici anni di lavoro, i molti sacrifici e la molta spesa e fatica che è costato, se non sono andati perduti è proprio per merito di quelle istantanee che Lanzmann vorrebbe distruggere: senza le fotografie delle fosse comuni che fanno da sfondo nel risaputo dello spettatore, Shoah sarebbe quasi noioso, a dare senso e vigore alla sua opera ci sono mille istantanee tra le quali paradossalmente anche quelle delle SS. Al nome di Lanzmann si oppone quello di Alain Resnais, il regista di Notte e nebbia, il primo vero documentario sulla Shoah prodotto più di mezzo secolo fa, nel 1955, della durata di 32 minuti: la ventesima parte di quello di Lanzmann. Notte e Nebbia è il capolavoro che può confermare da solo il valore insostituibile della fotografia soprattutto spontanea, e specialmente di quella presa dai responsabili della catastrofe morale e materiale europea.

(Ando Gilardi, Lo specchio della memoria – Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, Bruno Mondadori, pp.15-16)

Per me Shoah rimane un’opera straordinaria. E tuttavia Ando Gilardi ha ragioni da vendere.