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Un renzismo diverso ad ogni campanile

Premessa da militante cinico-pragmatico: ciò che conta è “portare a casa il risultato”. Il PD governa in quindici regioni su venti, al netto dei voti persi e dell’astensionismo crescente, al netto di ogni critica – legittima o meno – al renzismo. Anzi, a dirla tutta, l’appartenenza al PD non c’entra poi granché. In un momento in cui il Centrodestra italiano sta per venire egemonizzato da un partito di destra radicale quale la Lega di Salvini (Salvini, quello delle ruspe sui campi Rom, ricordate, amici antirazzisti che mai e poi mai votereste Renzi?), l’essere riusciti a tenerlo lontano dalla maggior parte dei governi locali è, per quanto mi riguarda, una buona notizia. La vittoria di Toti in Liguria ha dell’incredibile, ma va annoverata tra gli incidenti che ogni tanto capitano. È forse troppo comodo attribuire il pasticcio ligure alla sola scissione di Pastorino, e tuttavia rimangono quei dieci punti drenati a sinistra. Rimangono, purtroppo, le espressioni di soddisfazione dei civatiani, espressioni che non dimenticherò tanto presto. Cofferati, Civati, Pastorino e soci si godano il loro effimero successo, si divertano ad aprire l’ennesima discussione/costituente/laboratorio a Sinistra, perché è possibile che ancor prima del prossimo appuntamento elettorale nazionale il loro peso si riduca a quello della piccola galassia rosso-verde, ormai quasi scomparsa. Il loro destino è segnato.

Soltanto quindici anni fa una scelta simile si poteva identificare con le frange marxiste residuali nel centrosinistra. Ed era una scelta politicamente più sensata e rispettabile di quella attuale, che vede dei socialdemocratici e dei liberali di sinistra come Civati abbandonare un progetto politico che dovrebbe essere molto più grande del loro ego e persino dell’ego di Renzi. L’idea di partito, e delle sue dinamiche locali, è forse il tema centrale, eppure costantemente eluso, del nuovo corso renziano. A fronte della tendenza settaria delle primedonne, con la loro incapacità di essere minoranza in un partito di massa,  il premier-segretario continua a dimostrare un sostanziale disinteresse per la gestione unitaria del PD, in particolare rispetto alle situazioni locali. Un po’ come il PSI craxiano, infatti, il PD di Renzi non interviene direttamente nelle questioni locali – i commissariamenti sono delle eccezioni notevoli e obbligate – e dalle primarie del 2013 ha semplicemente praticato una politica di appeasement con i leader locali della Ditta, sfruttandone i portafogli elettorali e adattando la propria narrazione alle singole realtà.

Non si tratta, evidentemente, di capacità di mediazione, ma di calcolo tra i più bassi. Renzi “strappa” soltanto con i liderini privi di un feudo. Lo si è visto in modo chiarissimo in Liguria, lo si è visto altrettanto chiaramente a Venezia. Due situazioni in cui, per motivi diversi, la credibilità del Centrosinistra è in crisi, ma in cui i propositi di rottamazione sono stati in qualche modo sospesi e ai renziani della prima e dell’ultima ora è stato consentito il “rompete le righe”. La differenza sostanziale tra la Liguria e Venezia riguarda la scelta del candidato. Assai rischioso proporre la Paita, rappresentante la continuità col sistema Burlando, assai più intelligente sostenere – a primarie concluse – Felice Casson, candidato lontano anni luce dal renzismo e tuttavia unica possibilità per il centrosinistra di mostrarsi rinnovato e di non perdere, dopo più di vent’anni, il governo cittadino. Ovviamente il sottoscritto sosterrà Casson nel difficile ballottaggio che lo aspetta, ma il problema di fondo di un partito diverso ad ogni campanile rimane lì, e un segretario degno di questo nome dovrebbe risolverlo, possibilmente  prima del 2018.

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Breve riassunto delle primarie veneziane e di ciò che aspetta Felice Casson

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È vero, si è trattato soltanto di primarie, e il cammino dell’elezione a sindaco è appena iniziato, ma inevitabilmente questa vittoria di Felice Casson assume i tratti di una (parziale) rivincita su Massimo Cacciari. Come dieci anni fa, la sinistra cittadina – PD, Rifondazione, Verdi – sostiene Casson, ma questa volta Cacciari è fuori dai giochi. A Nicola Pellicani non è bastato il sostegno di tutto l’apparato del partito, della fitta rete clientelare delle partecipate comunali, delle cooperative amiche, dell’Associazione Albergatori, della Fondazione Venezia. Poco o niente hanno contato gli endorsement aziendali del gruppo l’Espresso, da Gad Lerner a Lucio Caracciolo. Pellicani si ferma al 25%, con grande scorno dei mandarini locali che fino a poche settimane fa sognavano di espellere i candidati non graditi al partito.

Ormai soltanto quei mandarini rifutavano di credere che Casson avrebbe vinto. Chioggiotto, magistrato impegnato prima contro l’eversione nera e poi nello storico processo sulle morti al Petrolchimico di Marghera, schierato contro il MOSE, sconfitto nel 2005 da Cacciari (allora eletto sindaco anche grazie alla destra) e oggi Senatore civatiano, Casson è certamente organico all’area, anche culturale, degli opliti della Vera Sinistra (da Flores d’Arcais al professor Settis) e tuttavia, forse per un’apprezzabile mitezza di fondo, sembra poco incline alle violente tirate antirenziane. Casson a Venezia, e non solo, è in sostanza un uomo-simbolo, l’uomo che dovrebbe tirar fuori la città dalle secche in cui da troppo tempo è finita.

Personalmente avrei preferito un candidato senza troppi legami, senza troppo passato, per così dire, non direttamente coinvolto nelle vicende della politica nazionale. Uno come Jacopo Molina, giovane renziano della prima ora (ma di ascendenza diessina) che, privo del capitale politico degli altri due e già inviso ai dipendenti delle partecipate, avrebbe almeno potuto sperare nel sorpasso su Pellicani. Ma forse il messaggio tendente al moderatismo che poteva fargli acquisire consensi a destra ha invece soltanto ottenuto il risultato di allontanare qualche indeciso di sinistra, oltre che di infastidire parecchio il sottoscritto (che negli ultimi mesi ha donato qualche ora al candidato curandone il profilo twitter). Il punto è che alle primarie veneziane, altrove sin troppo aperte, hanno partecipato quasi soltanto gli elettori di centrosinistra, peraltro in gran parte non troppo ben disposti verso il nuovo corso renziano.

Sulla semplificazione dei media nazionali, per cui Casson avrebbe vinto sui «due renziani» ci sarebbe molto da dire.  Nella sua scalata al Partito, Renzi si è guardato bene dal intervenire direttamente nelle situazioni locali troppo complicate, lasciando larga autonomia ai suoi. Così, se Pellicani ha cercato invano l’investitura di Roma come candidato unitario, buona parte dei renziani di Venezia, come già ai congressi locali, hanno ritenuto di stringere un patto con la vecchia dirigenza. In una situazione per certi versi simile a quella della Liguria, qui i renziani si sono divisi tra Pellicani e Molina (Conosco anche qualche civatiano passato a sostenere Molina, ma si sa, Venezia è una città strana).

Casson quindi vince, anzi stravince contro l’apparato, e tuttavia sarebbe ingenuo considerare la sua vittoria unicamente come una vittoria della base incazzata. Anche la parte più avvertita – non necessariamente la parte migliore, ma forse anzi quella più incline al gattopardismo – dell’élite cittadina, preso atto della fine di un ciclo, ha sostenuto il Senatore, il quale, quando sarà sindaco come mi auguro, dovrà tenerne conto. Ma credo che Casson conosca molto bene i meccanismi del potere locale, che assume una sorta di forma tripartita:

La classe dirigente del centrosinistra, detentrice di una rendita di posizione legata al passato operaio di Venezia, i gruppi di interesse impegnati a spolpare il cadavere della città, principalmente attraverso le grandi opere e l’urbanistica contrattata e infine la fittissima rete di clientele politiche fondata sulle partecipate comunali e su varie forme di spesa pubblica. Nell’ultima fase, in particolare con la giunta Orsoni, la politica si era completamente ritratta dalla scena, consegnando anche formalmente il potere alle lobby economiche e cioè alla la cosiddetta società civile (a titolo di esempio, all’ad di Thetis, azienda capofila del Consorzio Venezia Nuova, era andato nientemeno che l’assessorato alle attività produttive…).

Lo stato dei conti del Comune aveva già da tempo cominciato a mettere in crisi le clientele finché, con lo tsunami giudiziario di un anno fa, anche i grandi interessi economici sono stati colpiti. Eppure la vecchia classe dirigente del centrosinistra, in effetti solo sfiorata dallo scandalo MOSE, ha ritenuto di poter evitare qualunque tipo di autocritica e di ripresentarsi agli elettori parlando di rinnovamento! Come se a testimoniare la pessima gestione non bastassero i quasi sessanta milioni di euro di disavanzo, e gli oltre 350 milioni di debito, tra macchina comunale e partecipate. L’emendamento “Salva Venezia” ha solo posticipato il momento della verità, quando non si tratterà di risparmiare sulle indennità di servizio, ma sugli interi stipendi dei dipendenti comunali, e davvero si rischierà di veder toccati i servizi essenziali alla cittadinanza. Temo che questa sia la sfida più grande e urgente che Casson dovrà affrontare. Prima delle grandi navi, prima dell’emorragia di abitanti dalla città storica, prima della sicurezza delle strade di Mestre.

Prima, però, occorrerà vincere le elezioni e, per quanto debole e impreparato possa apparire il centrodestra veneziano, Casson non può pensare di avere la vittoria in tasca. Ne riparleremo nelle prossime settimane.

In copertina, Felice Casson – foto tratta da Flickr (© GençSiviller1)

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Bene, sturiamoci il naso

E’ ormai certo, Giorgio Orsoni sarà il nuovo sindaco di Venezia. Si suppone che io debba gioirne, avendolo votato (più precisamente ho votato una delle liste che lo sosteneva, perdente alle primarie e tra poco certamente ricompensata con una poltrona di assessore). Dovrei gioire se non altro perché l’avanzata verde si è fermata al Ponte della Libertà – o meglio alle porte di Trivignano. Venezia rimane “un baluardo” che resiste all'”avanzata barbarica” della Lega e delle destre, in Veneto e in Italia. Questo volendo sprecare un po’ di retorica. In realtà la consolazione è piuttosto magra. I numeri parlano chiaro: iniziato il declino berlusconiano, la destra berlusconiana governa la maggior parte delle regioni più importanti. Tiene il blocco delle ‘regioni rosse’ – dove comunque la  Lega avanza , tiene la Puglia di Nichi Vendola. C’è da chiedersi se l’ennesima lezione verrà in qualche modo accolta dai dottori Frankenstein del PD. Non basta cucire assieme i pezzi di qualche partito-cadavere e sperare nella ‘scarica’ decisiva. Né basta usare lo spauracchio di Grillo per far dimenticare le scelte aberranti di questi ultimi anni.

Ma vorrei concentrarmi su Venezia, tentando di capire perché veramente non mi riesce di esultare per Orsoni.  Già assessore al bilancio nella giunta Costa, che non viene ricordata in quanto esempio di trasparenza, o per  le ‘buone pratiche’ rispetto alle decisioni sulla città, Orsoni è anche socio di un importante studio legale che rappresenta, tra gli altri, la famiglia Coin e la Fondazione Musei Civici. E’ ordinario di Diritto dell’ambiente all’Università Ca’ Foscari. E’ Procuratore di S.Marco, carica se non altro simbolicamente molto importante per i cattolici veneziani. E’ inoltre consigliere nel cda della Fondazione Giorgio Cini. Questo il curriculum del personaggio. Riguardo al suo programma, niente di nuovo rispetto alle promesse, poi disattese, delle giunte Cacciari. Basti però aggiungere che Orsoni è favorevole alla Sublagunare, cioè alla peggiore iattura per la città dopo il MOSE. Non proprio un candidato all’insegna del rinnovamento, per così dire. Ma passi. Ne ero ben consapevole, quando l’ho votato. Diciamo che sento di condividere l’analisi di Edoardo. Con Orsoni vince la “sinistra di sistema”, cioè quella parte di ceto politico che ha saputo restare in sella in questi anni, attraverso il proprio  sistema di clientele.  Sembra che la maggior parte delle grandi scelte speculative non siano più negoziabili dalle amministrazioni, qualsiasi sia il loro colore, e che sia impossibile qualunque scelta strategica sulle città. Si gestisce l’esistente, sperando che la libera iniziativa porti qualcosa di buono (a volte lo fa).  Nel frattempo però occorre creare le condizioni per essere rieletti, anche attraverso quella rete sociale e produttiva di natura pubblica, o comunque dipendente dall’amministrazione comunale, fatta di partecipate, società di servizi, cooperative, associazioni culturali o sportive, centri sociali occupati, e naturalmente baristi – essenziali figure di mediazione sociale! In una città in cui si vince per poche centinaia di schede, sono i microinteressi clientelari, i piccoli pacchetti di voti, a diventare decisivi. “Embè? Preferivi Brunetta?” mi si chiede. Certamente no. Esiste sempre la possibilità che io sia un tremendo cagacazzi, un eterno insoddisfatto. Per molti invece il risultato principale è raggiunto: la ‘diversità’ di Venezia è salva. Spesso in questi anni, di fronte all’avanzata leghista, si è ritenuto utile, a fini scaramantici, invocare alcune caratteristiche costitutive (o presunte tali) della città: Il cosmopolitismo e i costumi estremamente tolleranti dell’antico emporio mediterraneo, l’antifascismo come virtù perenne, una certa superiorità culturale rispetto alla terraferma veneta (la cosiddetta “campagna”). E’ tutto vero, o forse no. In ogni caso a me non basta. Tanto più che Orsoni, il candidato della continuità, dovrà tentare di replicare con Zaia quell’appeasement messo in pratica ultimamente tra Galan e Cacciari. Questa volta direttamente con un leghista. Venezia è una città difficile, affamata di risorse, legata più di altre ai governi nazionale e regionale.  I leghisti faranno pure ribrezzo, ma in questo momento hanno in mano i cordoni della borsa. Meditiamoci su.

Egregio professor Orsoni, io stasera non festeggio, ma forse non dovrebbe festeggiare nemmeno Lei. Dovrà tentare di risolvere i tanti problemi di una città complicatissima. Per parte mia, nel mio piccolissimo, prometto di romperLe i coglioni a cadenza regolare. Buon lavoro.

Postilla : un cretino ha sentito la necessità di scattare una foto a Brunetta mentre, in difficoltà a causa della statura, infila la scheda nell’urna. Lo stesso cretino l’ha poi pubblicata su facebook, annunciando di non aver “saputo resistere”.
Ora, tutti quanti, me compreso, hanno assecondato almeno una volta il proprio infantile senso del ridicolo, con Brunetta. Almeno una volta, la battuta è scappata. Ma il livore e l’aggressività – tipicamente elettorali, va detto  – dei commenti a quella foto, che vanno dallo “schifoso” al “nano maledetto, poteva almeno portarsi uno sgabello da casa” non sono giustificabili da parte di gente che si definisce ‘di sinistra’ (magari dalla stessa amica femminista che ti ha criticato per l’uso della desinenza -essa, ritenuta sessista…). E’ del tutto inutile usare un lessico sorvegliatissimo, ai limiti della polizia linguistica, in nome della correctness, se poi l’istinto del ragazzino che è in noi ci porta a sfottere Brunetta, come il più piccolo della classe. Il punto è che i nani, ahiloro, non sono una “soggettività” politica, e non sono, per il momento, oggetto di contese: ecco cos’è il politically correct, ecco perché lo detesto e perché non ha nulla a che fare col rispetto e la ‘carità’, in senso pasoliniano, cioè la comprensione e la compassione per ogni essere umano. Comprensione? Compassione? Brunetta è uno stronzo, un personaggio detestabile. Altro che compassione! In quanto potente, e in quanto stronzo, merita invece di diventare oggetto di satira.  “In ogni epoca si sono colpiti il potente, il prepotente, il privilegiato, etc.” Certamente è così, e Viva la satira. La quale è  però un genere ben preciso, per sua natura è portato a ‘trascendere’, attraverso un uso aggressivo dei mezzi linguistici, con l’obiettivo, nel caso si tratti di politica, di smascherare le contraddizioni del potere, anche attraverso la caricatura e la ricerca del ridicolo. Il cretino che fotografa Brunetta non fa satira, non fa emergere alcuna contraddizione, se non quella di lui persona ‘de sinistra’ che si comporta come un fascistello delle medie (alle medie si è tutti un po’ fascisti, ne sono convinto. E’ colpa dei primi ormoni).

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