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Il disordine nuovo

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«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

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Max D’Alema e la riconquista del PD

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Inutile negarlo: quando Max D’Alema apre bocca, riesce sempre a strappare almeno un ghigno di approvazione anche a noi che non l’abbiamo mai – e sottolineo mai – sostenuto. Ogni volta che interviene pubblicamente, Richelieu D’Alema si conferma maestro d’eloquenza. Un’eloquenza lontana dal grigiore del politichese anche nel caso di interventi domestici, svolti cioè nell’atmosfera controllata delle assemblee di partito o di corrente. D’alema parla a tutti anche se vuole raggiungere soltanto quei due o tre che gli interessano, dimostra una cultura profonda senza ostentarla. Un po’ retore dell’antichità, un po’ stand-up comedian, D’Alema si è spesso avvalso dell’aiuto di intelligenze a lui affini, soprattutto quando si trattava di mettere ordine nella forma lunga di un intervento congressuale o di un libro. Ma è evidente che quello stile allusivo e sorvegliatissimo, quell’alternanza tra colpi di fioretto, granate a frammentazione e bombe al napalm sono una cifra tutta sua, forse innata.

Di bombe D’Alema ne ha sganciate un paio anche alla riunione di Area Riformista dell’altro ieri, e assieme alle bombe ha lasciato cadere lì un paio di consigli, da osservatore distaccato, da «extraparlamentare» impegnato, a suo dire, più nell’arioso contesto del socialismo europeo che nell’angusto pollaio della sinistra italiana. Bontà sua, ha trovato il tempo di suggerire due cose alla composita platea dell’Acquario Romano. La prima è che se si vuole battere Renzi e riprendersi il partito, occorre che la minoranza sia unita. La seconda è che – sempre se si vuole sconfiggere Renzi – occorre far proprie le sue tattiche: se il rottamatore, attraverso lo strumento delle Leopolde, ha raccolto e organizzato un consenso in parte esterno al partito, la minoranza deve fare lo stesso, arroccarsi in quella zona di confine tra partito e società civile per meglio sferrare i «colpi che lascino un segno».

Qualche tempo fa, di fronte al conflitto interno tra renziani e minoranza, scrivevo di come il “grande edificio della Sinistra” si fosse rivelato una di quelle costruzioni abusive che collassano non appena arrivano al terzo piano, e che il destino di noi sinistrati fosse ormai quello di vivere attorno ad esso in una sorta di tendopoli. Dopo il discorso di D’Alema credo di dover precisare la metafora. Quello del PD non sembrerebbe nemmeno più un edificio, ma un terrain vague che con una certa frequenza diventa campo di battaglia. Le tende sono quelle dei vari eserciti, anzi delle varie bande accampate ai margini del luogo dello scontro. Bande, nemmeno più correnti organizzate, convenute all’Acquario per portare avanti l’unico obiettivo – obiettivo in cui è difficile distinguere il piano personale da quello politico – che li accomuni: la defenestrazione di Matteo Renzi e la riconquista del partito.

E su cosa andrebbero sferrati, i colpi di cui parla D’Alema, quindi? Sulle macerie di un partito allo sfascio? Il punto è che l’antirenzismo è forse una ragione sufficiente perché le bande si riuniscano ogni tanto a praticare il loro certamen retorico, ma di certo non sufficiente perché tra di esse si possa stabilire un vero accordo politico, sia pure a fini tattici. Lo si è visto chiaramente in varie repliche all’intervento di Max, che questa volta, oltre agli applausi d’ammirazione e agli amorosi sguardi del fido Gotor, ha ricevuto persino qualche sonoro ceffone a mano aperta. Ci ha pensato Civati, con sorprendente chiarezza, a precisare come l’idea di «fare una leopolda» l’avesse già fatta sua già ai tempi della prima Leopolda vera e propria, quella organizzata assieme a Matteo Renzi, quella in cui il bersaglio polemico erano proprio d’Alema e la classe dirigente dei vecchi “ragazzi della FGCI”!

«Il PD non è più un grande partito popolare, perché non è più un grande partito», i DS avevano seicentomila iscritti, il PD ne ha meno della metà, dice D’Alema. Verissimo. Ma quando hanno cominciato ad andarsene gli iscritti? Quando si è cominciato a pensare alla disintermediazione spinta, al “partito leggero” in cui gli iscritti contano poco o nulla? Quando si è iniziato a guardare più ai favori delle élite finanziarie che ai bisogni della propria (teorica) base elettorale di riferimento? Quando si sono lasciati i benedetti “territori” in mano alla gestione clientelare dei tanti capibastone più o meno raccomandabili? Rispondere richiederebbe un’onestà intellettuale che non fa parte delle pur numerose virtù del retore D’Alema. Lo dice ancora più chiaramente Walter Tocci, civatiano ma testimone e protagonista di altre stagioni politiche: «Renzi mette in pratica l’agenda di Violante, appare un innovatore perché noi siamo legati al passato».

Ma il ceffone più grosso arriva nientemeno che da Gianni Cuperlo, che si rivolge direttamente a D’Alema: «ci hai ammonito a stare uniti e a dare battaglia, credimi lo facciamo […], ma se tu e altri nella Sinistra europea lo aveste fatto un po’ di più prima, forse oggi la montagna da scalare sarebbe stata un pochino meno alta». Certo, appare un po’ semplicistico accusare D’Alema di essere stato “troppo poco di sinistra” per anni, senza affrontare la questione centrale, quella della visione del Potere. E qualcuno potrebbe del resto ricordarsi di quando Cuperlo rappresentava il braccio intellettuale dei DS dalemiani, mentre il braccio armato era rappresentato dai lothar Velardi e Rondolino, oggi corsari renziani dopo qualche anno a libro paga di Berlusconi. Transeat. Forse la possibilità stessa della politica è legata all’oblio delle responsabilità personali.

Tra i pesci riuniti nell’Acquario, infine, non poteva mancare Pierluigi Bersani. Prima della vittoria di Renzi e di tutto il risentimento che ne è seguito, consideravamo Pigi l’uomo del giusto mezzo, seppure corresponsabile di quella storia di errori ed occasioni mancate, rispetto alla quale non riesce ancora a fare grandi autocritiche. E tuttavia non è possibile metterlo sullo stesso piano di Max. Bersani in quest’ultimo intervento guarda anche a noi renziani-non renziani, a chi abbia votato Renzi non in opposizione ad una storia che è anche la nostra, ma cercando di dare una scossa ad un corpaccione in coma (pentendosene poi, ma non del tutto). All’arsenale delle ormai celebri metafore bersaniane, sabato scorso si è aggiunta quella del «vendere casa per andare in affitto», riferita al nuovo corso renziano.

A questo punto non riesco ad evitare un mash-up metaforico non proprio rassicurante: c’è chi, come Pigi, pensa a ricomprare casa, chi come me – semplice iscritto – pensa che quella casa, ammesso che stia ancora in piedi, necessiti di qualche serio intervento statico. E infine c’è Max, che si dice pronto a sferrare colpi contro l’edificio pericolante…No, Max, se c’è una cosa di cui in questo momento non abbiamo bisogno, sono proprio i «colpi» che hai in mente tu.

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Cerchiamo una sintesi

Ci aspettavamo la riforma elettorale e pochissimo altro, da questo governo, che sarebbe dovuto durare pochi mesi. Ci tocca invece accettare che duri cinque interminabili anni, durante i quali metterà mano alla Costituzione. Tanto vale discuterne, con tutto lo scetticismo necessario, perché in Italia, se non altro, le grandi promesse/minacce dei PdC di turno diventano il pretesto per discutere e chiarire la propria visione. In questi giorni di dibattito sulle riforme – un dibattito comunque all’italiana, cioè schematico e superficiale, e diretto “a nuora perché suocera intenda” – uno dei temi più caldi è senz’altro quello del presidenzialismo. In tutta onestà, in merito non ho ancora le idee chiare, ma trovo insopportabile che il solito clima da scontro di civiltà impedisca di ragionare serenamente sulla possibilità di cambiare l’assetto istituzionale, una possibilità prevista dai padri costituenti, gente molto più sveglia di qualunque nostro attuale rappresentante. Piero Calamandrei e Leo Valiani erano presidenzialisti (all’americana), come ricordato da molti e del resto, in democrazie molto più antiche e solide della nostra, il Presidente viene eletto dal Popolo. «Ma quelli sono paesi normali, mica è l’Italia!», viene detto. Da noi, ad esempio, manca ancora una destra che possa essere definita liberale. Sarebbero “liberali” i pidiellini che blaterano del carisma del loro leader, agitando i milioni di voti presi come una licenza a fare un po’ il cazzo che pare a loro? Non stupisce quindi l’automatica reazione dei vari Zagrebelsky e D’Arcais, che identificano la riforma in senso presidenzialista con la fine della democrazia e l’instaurazione di un nefando cesarismo, nel quale Cesare è sempre (e per sempre, tanto è ormai assolutizzata la sua presenza nelle menti) il solito stramaledetto B.

L’ossessione dunque permane. Alla base dei timori girotondini sulle riforme istituzionali c’è il rischio che gli Italiani, cioè il Popolo, quello a cui appartiene la sovranità, quel cesare lì se lo scelgano davvero, come hanno fatto svariate volte negli ultimi vent’anni. Mi pare ovvio che questi timori possiedano delle implicazioni assai pesanti, che vanno ben oltre la sacrosanta avversione al caimano: non lo ammetteranno mai esplicitamente, ma parte dei nostri soloni neogiacobini non vedono la nostra Costituzione tanto come uno straordinario strumento per aumentare progressivamente il grado di democrazia in questo Paese, quanto come un insieme di norme che limitano la possibilità del Popolo di farsi male. Un dispositivo di tutela per un Popolo immaturo – o per la parte immatura del Popolo, ecco. Una visione più elitista che ‘de sinistra’, in tutta onestà. E perdente. Alcuni intellò marxisti, all’indomani del successo di Grillo, imputavano alla Sinistra il rifiuto dell’idea di carisma, e non avevano tutti i torti. Il loro torto consiste nel rimanere affascinati dal buffone di Genova (come i socialrivoluzionari del ’15 rimasero affascinati dal buffone di Predappio). Ma il discorso sul carisma andrebbe ripreso, senza troppi strepiti. Piaccia o no, chi in questo momento può usare il mezzo del carisma per portare la Sinistra a cambiare questo Paese è sempre lui, Matteo Renzi. Renzi ha capito che non ha senso cercare di conquistare l’elettorato identitario (al quale, a mio modo e su posizioni riformiste, potrei appartenere io stesso), quanto la massa dell’elettorato post-ideologico – o”post-politico” – sulla quale le retoriche della sinistra tradizionale non riescono assolutamente a far presa. I non garantiti, i membri della società atomizzata, sempre più numerosi, sono loro il bacino di consenso che può far governare una sinistra fisiologicamente minoritaria. Altrimenti, ciccia. Opposizione ad infinitum – prospettiva che sembra piacere a troppi, in particolare ai detrattori di Renzi.

Eppure certe riserve, al di là di quelle di ordine puramente estetico, vanno comprese, e io le comprendo benissimo. La tradizione in cui sono cresciuto trova nella discussione politica un momento rituale e prevede l’elaborazione di un apparato teorico tutto interno alla sfera politica. Molti di noi sono cresciuti a pane e politica hard, fatta del suo gergo e delle sue categorie. E’ evidente che il lessico e la retorica di Matteo Renzi sono molto diversi da quelli cui siamo abituati. Un certo tipo di approccio, nato nel mondo anglosassone, per cui la politica e la comunicazione politica sono insiemi grossomodo coincidenti, un parlare per slogan che rischia di dare un’impressione di inconsistenza, provocano sconcerto in molti (non solo e non tanto tra i più anziani). E l‘idea per cui il governo di un Paese sia soprattutto una faccenda di problem solving, e quindi che il dibattito politico vada deideologizzato (ma attenzione, la riflessione sull’autonomia del politico non parte certo da Renzi…), causa nella sinistra identitaria un senso di spaesamento e di vertigine a livello del singolo elettore o militante, che non trova più i propri punti di riferimento, non riconosce più, per così dire, la porta di casa. Certo, se l’identità ha bisogno di essere rinchiusa dentro un contenitore stagno per essere preservata, sorge il sospetto che si tratti di un’identità fragilissima, che non regge (più) il confronto col reale. Questo è l’equivoco di fondo, a mio modesto avviso: considerare il partito non in quanto strumento fondamentale della vita democratica di un Paese, ma in quanto contenitore esclusivo della propria identità politica. Proprio perché sono molto scettico rispetto alle espressioni “partito leggero” e “partito liquido”, e rimango assai tradizionalista rispetto alle forme di rappresentanza che un partito esprime, non mi piace per nulla l’idea di un partito-reliquiario. 

A parte alcune grandi debolezze programmatiche (il tema dell’industria pesante in Italia mi sembra colpevolmente eluso, ad esempio), il vero grande problema con Matteo Renzi sta proprio nel suo rapporto con la forma-partito. Il sindaco di Firenze – che rivendica con fierezza la sua esperienza di amministratore – non mi è mai sembrato davvero interessato al PD, né a quello presente né a quello potenziale. Dopo le primarie, Renzi ha dato l’impressione di stare a guardare e ormai l’idea del “rendersi utile”, nella sua vaghezza, non si può davvero più sentire. Non ci si “rende utili”, si lotta per affermare la propria linea, e lo si fa dall’interno del partito. Questa almeno era la situazione sino a non troppi giorni fa, prima della repentina decisione di Renzi di correre per la segreteria al congresso, decisione legata evidentemente alle dichiarazioni di Letta sulla durata del suo governo. E’ chiaro che cinque anni son troppi anche per il giovane Renzi. Tenere insieme per molto tempo un gruppo di lavoro, senza risultati, non è facile. E quindi, mancando troppi anni alle prossime elezioni, conquistare il partito diventa necessario. La speranza ora è che nessuno confonda le primarie con il congresso, e che quest’ultimo sia invece quello che deve essere, un momento insostituibile di dibattito e di sintesi sul’idea di partito e soprattutto sull’idea di società. Non una conta, al termine della quale si cacciano i perdenti. Nel PD che vorrei ci dovrebbe essere spazio per posizioni anche molto distanti, come era (e in parte è ancora) nel Labour, fatto salvo il principio per cui chi esce vincitore dal congresso detta la linea. Forse, in questa distanza dal partito che si percepisce in Renzi c’è una scelta precisa, forse dipende dalla natura della sua formazione politica, di certo dall’ostilità dimostratagli dall’apparato, fatto sta che a mio avviso potrà e dovrà testare le sue capacità di leader facendo ciò che gli piace meno, e cioè mettere le mani nella merda e nel sangue del PD.

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