Qualche ottimo motivo per votare Sì, nonostante tutto

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Ci sono tanti modi di dire sì. Ci sono sì convinti ed entusiastici, sì di comodo, sì svogliati e sì a naso turato, sì dubbiosi e sì pieni di rabbia, come quello di Fabrizio Barca. Al pari di Barca – senza avere le sue competenze – sospetto che, nella peggiore delle ipotesi, questa riforma non cambierà nulla in termini di efficienza istituzionale. Del resto, non credo che in un Paese in cui ci sarebbe un gran bisogno di delegiferare, sfrondando l’ordinamento di qualche migliaio di norme, il problema principale sia quello dei tempi di approvazione delle leggi. Forse nemmeno il risparmio sui «costi della casta» – parte di quell’armamentario retorico populista cui anche Renzi per forza di cose attinge nei momenti difficili – non sarà granché, e pazienza. Sembra che anche il – sacrosanto – (ri)accentramento di vari settori (turismo, infrastrutture, sanità) di fatto non potrà essere così radicale come molti di noi si aspettavano. Fosse dipeso dal sottoscritto, ad essere abolite sarebbero state le Regioni, non le province, enti assai più utili e meglio gestibili, a dispetto dei luoghi comuni diffusi in questi anni. Abolire le regioni, figuriamoci! Ve le immaginate le barricate di certi nostri agguerritissimi Presidenti – dalla riforma del titolo V in poi autodefinitisi “governatori”? Su questo punto c’è poco da dire. La «clausola di supremazia» del governo centrale riporta semplicemente le cose alla situazione originaria del dettato costituzionale. In effetti non so quanti, tra i Padri Costituenti, avrebbero ritenuto normale che opere di interesse nazionale (ferrovie, elettrodotti, gasdotti, ecc.) potessero essere bloccate dalle paturnie o dai meschini calcoli elettorali di qualche amministratore locale. Dopo aver tanto combattuto le fole della Lega anni Novanta, non ci siamo accorti che la secessione è stata di fatto perseguita – a destra e a sinistra – da tante comunità ed enti locali sotto forma di anarchia campanilista, di chiagniefotti da strapaese, riassumibile nel motto «mandateci i soldi e tenetevi i gasdotti!». Il Senato delle autonomie dovrebbe quindi piacere un po’ a tutti, su e giù per lo Stivale. E invece no. I critici sostengono che gli eletti negli enti locali «non troveranno il tempo» di andare a Roma due volte al mese. Resta da capire come lo trovino oggi tutti quei sindaci e consiglieri regionali in volo da Pechino a Roma a Bruxelles a difendere gli interessi del proprio gonfalone. Che sia proprio l’equivoco relativo all’accentramento di alcune competenze a far temere a molti un rischio autoritario? Eppure la riforma restituirebbe al Parlamento il suo ruolo di potere legislativo, limitando l’abuso della decretazione da parte del Governo, esattamente una delle accuse mosse – giustamente – a Renzi in questi anni. Non ho ancora trovato un solo costituzionalista in buona fede in grado di dimostrare che la sovranità popolare ne sarebbe in qualche modo intaccata. Di fatto, verrebbero anzi rafforzati gli istituti della democrazia diretta, dalle iniziative di legge popolare al referendum abrogativo. E’ vero, aumenterebbe il numero di firme richieste, ma nel primo caso si garantirebbe la discussione in aula entro tempi certi, nel secondo il quorum verrebbe abbassato al 50%+1 dei votanti alle elezioni politiche precedenti. Inoltre, per la prima volta dal primo voto politico a suffragio universale – un altro referendum, quello sulla scelta tra monarchia e repubblica – verrebbe inserito in costituzione (art.55) il principio della parità di genere. Certo, la riforma poteva essere fatta meglio, molto meglio. In un mondo ideale, s’intende. Nel mondo dei sogni di Massimo D’Alema e Gaetano Quagliariello (!), i quali, dopo un ventennio di chiacchiere inconcludenti, se ne escono con la proposta di una «mini-riforma alternativa» da approvare in poche settimane. E con quale maggioranza, di grazia? Questo Parlamento è riuscito molto faticosamente a trovare un accordo su questa riforma, ampiamente discussa ed emendata 122 volte, non su quella che frullava in testa al sottoscritto o a D’Alema. Non sapremo mai che riforme avrebbe potuto realizzare la coalizione Italia Bene Comune, perché troppi elettori di sinistra hanno preferito il buffone di S.Ilario e, allo stato attuale, non possiamo avere di meglio. I tanti pro e gli altrettanti contro giustificano tanti modi di dire sì, escluso quello degli entusiasti, ma nella comunicazione politica il dubbio e i vabbè sono vietati, ne va della forza del messaggio.

Per converso, tra i tanti modi possibili di dire No, il più diffuso, fatto di accuse sanguinose e di chiamate alle armi, è proprio quello meno giustificato. Siamo onesti: al netto di un elevatissimo tasso di analfabetismo funzionale, non si possono tirare in ballo madri e sorelle discutendo di una riforma che nella peggiore delle ipotesi non cambierà nulla. Almeno volendo restare al merito del testo. Ma il merito del testo è puro pretesto, perché, come ognun sa, la maggioranza assoluta di chi vota No esprime la sua ostilità non alla riforma, ma al governo in carica, anzi alla persona di Matteo Renzi. A forza di ripetere la panzana del “Premier non eletto”, in tanti si sono convinti di poter tirar giù questo governo a tavolino, per così dire. Renzi non mi ha mai convinto del tutto, e non ho mai nascosto la mia insofferenza per certi renzianissimi, dentro e fuori il cosiddetto cerchio magico. Trovo che la loro narrazione fondamentale, il loro storytelling fatto di «gente che ce l’ha fatta» non parli a troppi che, per condizione e per cultura, dovrebbero riconoscersi in una grande partito di centrosinistra. Il punto è che Renzi resta un’anticchia meglio dei suoi avversari e dunque ce lo siamo fatti piacere, con tutte le riserve del caso. Sarei comunque in difficoltà, dovessi trovare un’alternativa al Partito Democratico. Non credo che gli interessi di Capitale e Lavoro coincidano, ma non credo nemmeno alle grandi palingenesi. Penso che l’innovazione venga quasi sempre dallo spirito di impresa, ma non credo affatto alla mano invisibile del mercato. Sono antifascista e sarei rimasto volentieri iscritto all’ANPI, se questo fosse rimasto un’associazione democratica. Credo nell’autodeterminazione dei popoli, per questo sostengo Israele. Credo che uno Stato nel 21esimo secolo per definirsi civile debba essere dotato di un serio welfare, che è cosa ben diversa dal creare uno stipendificio per i clientes dei partiti. L’etichetta di liberal-socialista è quella che mi definisce meglio. Ma non mi straccio le vesti se l’offerta politica reale non corrisponde ai miei confusi ideali. E se Renzi, come ha compreso Fabrizio Barca, è una sorta di «argine […] contro il dilagare della sfiducia nelle pubbliche istituzioni», se l’alternativa è un fronte «parolaio, sfascista e a-democratico», beh, la scelta per il Sì diventa a mio avviso automatica. È persino difficile sostenere la vista d’insieme del fronte del No, il quale include, in ordine sparso: i reazionari che non perdonano al cattolico Renzi le politiche su immigrazione e diritti civili, i miracolati grillini, una parte delle élite economiche e mediatiche di questo paese (perché questo è anche uno scontro tra élite, come lo sono stati Brexit e presidenziali USA), i nazisti di Forza Nuova che senza tema di ridicolo paventano una deriva autoritaria (!!!), i politologi e i costituzionalisti che l’ascesa di Renzi ha privato dei vecchi referenti politici, le tante vittime dei maghi della truffa Grillo & Casaleggio e infine certe seppioline marxiste – sempre convinte di vedere un po’ più lontano degli altri – che questa volta hanno visto in Grillo una possibilità di rottura della nostra malconcia democrazia liberale.

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Ancora una volta, è ciò che resta della Sinistra di classe a distinguersi per il proprio sonnambulismo. «La Sinistra torni a fare la Sinistra sennò arriva la Destra vera», dice il refrain. Ma una sinistra che usi l’aggettivo cosmopolita in senso dispregiativo (tra gli altri, anche il Prof. Giulio Sapelli, proprio su queste pagine), che insiste ambiguamente sul tandem sovranità monetaria-sovranità nazionale, che si contrapponga al «Compassionate establishment politicamente corretto» come fa Stefano Fassina, assomiglia davvero troppo alla Destra radicale. Storie simili a quelle viste un secolo fa, sansepolcrismi da terzo millennio. Ma questa, me ne rendo conto, è una mia piccola ossessione (a chi voglia approfondire consiglio i libri di Zeev Sternhell). Comunque vada, rimane l’amarezza per il clima da guerra civile, per l’aggressività della più brutta campagna politica del dopoguerra. Su quest’aria maledetta che ci sta avvelenando tutti, Vittorio Sermonti, pochi giorni prima di morire, ci ha lasciato una riflessione che dovremmo mandare a memoria:

«La cieca inappellabilità del discorso politico dei più si fonda su una griglia di dati illusori, certificati dalla più faziosa, boriosa, rabbiosa selezione di informazioni («non me la contano giusta: so io come stanno davvero le cose…»). Faziosità, boria e rabbia che hanno radici profonde nel buio di ognuno, non tollerano il dubbio implicito in ogni scambio di idee, sono il funerale della politica. Impariamo a dubitare anche di noi, amici cari».

Il 5 dicembre, qualunque sia l’esito del referendum, dobbiamo cercare di ripartire da qui.

Dove andrà il Labour di Corbyn? Intervista con Lazzaro Pietragnoli

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Per capire qualcosa in più della vittoria di Jeremy Corbyn senza correre il rischio di sovrapporre alla realtà della Sinistra britannica quella della Sinistra italiana, ho pensato di rivolgere alcune domande a qualcuno che le conosce bene entrambe, e dal loro interno. Passato dal Comune di Venezia al popoloso boroughLondinese di Camden – del quale è stato anche sindaco – e dai DS al Partito Laburista, Lazzaro Pietragnoli è senz’altro la persona adatta.

Sembrava che il ciclo del blairismo si fosse già concluso con l’elezione di Ed Miliband. L’avvento di Corbyn rappresenta però qualcosa di molto più radicale, una decisa svolta a sinistra che in queste ore viene associata a vari fattori – il peso dei voti del sindacato determinato dal nuovo strumento delle «primarie», la reazione alla politica economica di Cameron, l’ingresso di una nuova generazione di iscritti al partito cresciuti nella precarietà e finora non rappresentati, le stesse (forse troppo) rapide dimissioni di Miliband. A tuo avviso, quali sono state le ragioni principali della vittoria di Corbyn?

«Corbyn è stato capace di interpretare il bisogno di cambiamento dell’elettorato laburista. Guardando il risultato elettorale si vede che la vittoria di Corbyn è stata netta in tutte le tre diverse componenti del collegio elettorale (iscritti, affiliati e supporters) e quindi ogni speculazione su possibili infiltrazioni mi pare fuori luogo.
Corbyn ha fatto leva sul bisogno di idealità e valori che molti degli iscritti laburisti (vecchi e nuovi) chiedevano, in contrapposizione ad una politica che da molti è vista solo solo tattica e compromessi. La sua storia personale, la sua capacità retorica, la sua schiettezza hanno fatto il resto, facendo apparire gli altri tre candidati come una pallida fotocopia del vecchio, già visto, privo di entusiasmo.
Non è una novità per il Labour una spinta introversa alla ricerca della propria identità nel momento in cui si perdono le elezioni (era successo lo stesso alla fine degli anni ’70) ma la cosa che davvero mi ha stupito è stato vedere come 13 anni di governo laburista siano considerati da molti come una parentesi da cancellare, un brutto ricordo che è meglio dimenticare».

Alcuni tra gli osservatori più sospettosi vedono l’elezione di Corbyn come una sorta di ragionata operazione di sabotaggio del Labour. Al di là del caso dei «Tories for Corbyn», che può far sorridere, pensi che il nuovo sistema per la scelta del leader rischi di consentire scalate strumentali del partito? (E aggiungo: il Partito Democratico in Italia non ha un problema analogo con le proprie primarie?)

«Qualsiasi scelta di ampliamento della base elettiva per il leader (o ogni altra candidatura) inevitabilmente prevede una possibilità di infiltrazioni, anche se come dicevo prima in questo caso anche tra gli iscritti al Labour la linea Corbyn è prevalsa). Ma ampliare la base elettorale è lo scopo preciso delle primarie: secondo me i vantaggi di un maggiore coinvolgimento degli elettori nelle scelte del partito bilanciano ampiamente i rischio di infiltrazioni. Le regole di queste primarie erano state volute proprio dalla componente modernizzatrice del Labour per dare più voce agli elettori, in contrapposizione ai sindacati (che con le regole precedenti rappresentavano un terzo del collegio elettorale): quello che purtroppo non è stato capito è che gli elettori singoli non si iscrivono per eleggere il leader a meno che non ci sia una organizzazione che li invita a farlo, e per questo motivo poi molte organizzazioni sindacali hanno fatto iscrivere i loro aderenti per sostenmere Corbyn.
L’altro errore che è stato fatto è quello di non aver chiuso le iscrizioni nel momento in cui si presentavano le candidature (come si usava fare in passato), ma aver lasciato ai candidati la possibilità di reclutare iscritti e simpatizzanti fino a pochi giorni dal voto».

Siamo in molti, nel centrosinistra italiano, ad invidiare l’inclusività del Labour, un partito in grado di contenere uno spettro di posizioni molto ampio mantenendo una sostanziale unità, fatta eccezione per alcuni casi specifici, come durante il violento dibattito sull’intervento militare in Iraq. Un personaggio discutibile come George Galloway (espulso nel 2003) ha già dichiarato che con Corbyn potrebbe tornare ad iscriversi al partito. Temi che il Labour possa venire egemonizzato dai massimalisti? E sarebbe possibile oggi una scissione cone quella che nell’81 portò alla formazione del Partito Socialdemocratico?

«L’unità interna del Labour è garantita in parte dal sistema elettorale uninominale (e dalla cultura uninominale che ne consegue) e in parte dalla struttura fortemente verticistica. La sinistra italiana invece ha una cultura proporzionale (anche quando adotta un sistema elettorale maggioritario) e una insofferenza per i leader. Sicuramente ci possono essere rischi di una deriva massimalista del partito, anche se le prime mosse di Corbyn mi pare che vadano nella direzione dell’inclusione e del rispetto delle diverse articolazioni del partito: la nomina del governo ombra ad esempio, prevede la conferma di un europeista convinto, pro-Nato, uno che ancora difende la scelta di andare in Iraq nel 2003 come Hilary Benn agli esteri e la nomina di Maria Eagle alla difesa, deputata che ha votato a favore del rinnovo delle armi atomiche. Ecco, non so se si tratti di reale apertura o di tattica per rassicurare il partito e l’opinione pubblica, ma mi pare che queste nomine non possano certo lasciar dire che il partito è in mano alla sinistra estrema.
Seppure alcuni membri dell’ala modernizzatrice del Labour abbiano rifiutato di entrare nel governo ombra, mi pare che al momento rischi di scissioni non ce ne siano».

Tra i temi chiave dello scontro interno nell’Old Labour vi era quello dell’integrazione europea dell’UK (che portò un europeista come Roy Jenkins ad abbandonare il partito e a fondare appunto il SDP). Corbyn nel ’75 votò contro l’ingresso nella CEE, ma in tempi più recenti le sue posizioni sono cambiate e soltanto poche settimane fa ha dichiarato che nel prossimo referendum voterà sì. Lo consideri il leader adatto a combattere l’euroscetticismo britannico, almeno nel campo della sinistra?

«Il problema della Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unone Europea) è la questione che definirà la politica inglese nei prossimi anni. Corbyn è tradizionalmente un euro-tiepido, e aveva cominciato la sua campagna per la leadership su posizioni favorevoli all’uscita. Ora ha cambiato leggermente il suo atteggiamento e dichiara che se l’esito delle negoziazioni del governo non sarà sfavorevole per i lavoratori e le classi meno abbienti, allora il Labour farà campagna per rimanere.
Non si tratta certo di una posizione che aiuta a diffondere una mentalità pro-europea. Va aggiunto, ad essere sinceri, che sull’europa la sinistra è molto in difficoltà (e non solo in Gran Bretagna) – il fallimento di una visione sociale europea, la netta prevalenza di logioche di mercato, una situazione ceonomica stagnante, la crisi dei profughi non aiutano certo a promuovere quell’idea di integrazione europea che faccia appeal ad un elettorato di sinistra».

In risposta ai critici che lo accusano di sostenere posizioni della c.d. Sinistra radicale, Corbyn sostiene che, se fosse tedesco, sarebbe semplicemente un socialdemocratico. Di fatto, però, un leader della SPD non si riferirebbe mai ad Hamas ed Hezbollah come «ai nostri amici», né tantomeno si accompagnerebbe a negazionisti ed antisemiti. Secondo te, perché la difesa del Welfare State in alcune tradizioini politiche europee si sposa automaticamente al vecchio antimperialismo, all’odio per gli USA e per Israele?

«Le posizioni manichee di Corbyn in politica estera (Israele, ma anche la Russia) sono sinceramente molto difficili da spiegare e da sostenere. L’anti-americanismo è purtroppo una parte fondante dell’identità di una certa sinistra estrema: e si che ci sono stati Kennedy, Clinton, Obama. Questo fa ancora più effetto in Gran Bretagna, dove comunque la special relationship con gli USA ha sempre prevalso sul colore politico dei rispettivi governi. Comunque sono sicuro che alcune posizioni di Corbyn e un certo linguaggio si addolciranno con la responsabilità di leader».

Tu hai sostenuto Liz Kendall, che i commentatori italiani hanno sbrigativamente definito “blairiana”. In realtà le posizioni interne al Labour sembrano essere più complesse dei nostri facili schematismi. Ha senso parlare di “blairismo senza Blair”, e in che cosa i riformisti un tempo affascinati dalla Terza Via si sono evoluti rispetto agli anni ’90?

«Liz era l’unica dei quattro candidati leader che si poneva con convinzione e determinazione l’obiettivo di presentare un programma credibile che permettesse al Labour di vincere le elezioni, un programma non fotocopia di quello degli anni ’90 perchè tutti siamo consapevoli che quella fase si è chiusa, ma che si ispirasse alla stessa visione pragmatica, una visione in cui stato e mercato sono visti come complementari e non come antagonisti, in cui lo sviluppo e la crescita economica della società nel suo insieme sono visti come condizione necessaria per una redistribuzione della ricchezza.
Il blairismo è finito con Blair, la Terza Via invece rimane una filosofia politica non solo attuale ma fondamentale come base per costruire la sinistra del futuro: solo un approccio pragmatico e non ideologico può aiutare la sinistra a promuovere i valori di uguaglianza, emancipazione e libertà in un mondo sempre più globale e tecnologicizzato».

Non ti chiedo se un Labour trasformato secondo le previsioni dei critici più severi di Corbyn avrebbe qualche possibilità di vincere la prossima general election, ma piuttosto: come affronterai tu, da militante, i prossimi cinque anni?

«Come dimostrano i risultati di maggio, le elezioni si possono vincere anche nell’ultima settimana, per cui predire oggi come finiranno le elezioni tra 5 anni mi pare impossibile, oltretutto davvero non sappiamo neppure se il Regno Unito sarà ancora unito, se sarà ancora parte dell’UE… Troppe varianti incerte per definire anche solo lo scenario del 2020
Più facile dire quello che farò io: continuerò ad impegnarmi perchè questo partito ed il suo leader possano vincere; mi getterò con convinzione nella campagna per eleggere un sindaco Laburista a Londra, lavorerò non solo per evitare che la Gran Bretagna esca dall’Unione europea ma perchè il Labour sia alla guida di quella campagna, porterò avanti con determinazione l’impegno con i miei elettori per realizzare il programma su cui siamo stati eletti.
Immagino che ci saranno dei momenti in cui proverò difficoltà o fastidio per alcune posizioni assunte dal leader, ma spero che un minimo di critica venga accettata da quello che è stato il parlamentare più ribelle verso il partito nella scorsa legislatura».