Dove sono finiti gli antifascisti?

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Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

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E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

Tranquilli, nel PD stiamo lavorando per voi (?)

Se a un malato di politica come il sottoscritto ormai appassionano ben poco le disquisizioni sulle differenze ideologiche all’interno del Partito Democratico (socialdemocratici fuori tempo massimo contro liberisti immaginari, ecc.), mi domando quanto possano appassionare l’elettore non identitario, il disgraziato medio alle prese con bollette e bollettini da pagare. Eppure qualche domanda bisognerà pur farsela, in vista del congresso. L’impressione, volendo sviscerare un po’ lo schemino renziani vs antirenziani, è davvero quella di uno scontro tra conservatori e innovatori. Certo, gli innovatori possono non piacere, ma i conservatori sono quelli che hanno portato al disastro del partito, e tuttora vorrebbero dare lezioni di buona politica. Personalmente trovo fuorviante (e offensiva) questa millimetrica misurazione del posizionamento, reale o presunto, dei protagonisti del PD. Davvero mi si vuol convincere che la Bindi o Fioroni starebbero “più a sinistra” di Renzi? O è solo fumisteria ad uso di una base lasciata allo sbando? A me pare abbastanza ovvio. La parte conservatrice del partito crede che sia più comodo lasciare intatti certi equilibri, certe rendite di posizione, certi interessi corporativi, legati o meno alla propria corrente. Si spera in questo modo di conservare il consenso del proprio elettorato (che non è più operaio da quel dì, e grossomodo coincide con l’area del pubblico impiego) senza nemmeno tentare di conquistarne altri. E se anche ci si accorge dell’esistenza dei c.d. non garantiti, di chi non è rappresentato da nessuno, tantomeno dal sindacato, la risposta è la stessa: agire sulle politiche di spesa, magari tornando ad indebitarsi un po’ – garantiti dall’illusione di aver svolto bene i “compiti a casa” e comunque forti del clima eurofobo di questi anni – e drogare la situazione con piccoli interventi non strutturali. Tirare a campare, insomma. E’ una forma di governo debole, una sostanziale rinuncia a governare davvero – e quindi a riformare il Paese – contando piuttosto sugli automatismi del rapporto tra integrazione europea e corporativismo nazionale: gli interessi particolari, ben rappresentati nel Paese, tirano la corda da una parte, Bruxelles la tira dall’altra, e i neodorotei gestiscono il tutto, senza rischiare troppo. Questa è la linea delle larghe intese, cioè del pentapartito 2.0 rappresentato dall’ineffabile Letta, e corrisponde in fondo alla linea “socialdemocratica” di gran parte dell’opposizione interna a Renzi. Davvero paradossale che l’ascesa del sindaco di Firenze venga paragonata a quella – presto rivelatasi nefasta – di Bettino Craxi. Craxi non fu un innovatore, ma un genio della compravendita elettorale attraverso l’indebitamento, più che attraverso la corruzione. E fu abbastanza intelligente da cooptare anche parte della sinistra del PSI una volta raggiunto il potere. Ecco perché la visione del craxiano Brunetta sorridente assieme al “turco” Fassina non stupisce, se il nome Claudio Signorile vi dice qualcosa. In tutto ciò, quasi dimenticavo Pippo Civati (#CivatsRegal) e Fabrizio Barca, il primo impegnato da mesi a corteggiare il Movimento 5 Stelle, il secondo a proporre le sue capacità di tecnocrate per riorganizzare il partito. La demagogia gentile di Civati mi infastidisce molto, i tecnicismi di Barca mi affaticano un po’. Certo mi rendo conto che i renziani non vogliono o non possono impegnarsi a fondo nel rinnovamento del partito, e qualcuno dovrà pur farlo assieme a loro. Per il momento la confusione è grande sotto il cielo, e la situazione è tutt’altro che eccellente.

A un certo punto

La novità, già comunicata ai miei amici su twitter, è che mi sono iscritto al PD. L’ho fatto perché le polemiche sterili, la voglia di criticare senza partecipare e direi anche certi miei recenti eccessi di cinismo mi hanno davvero rotto. Mi sono iscritto, in un’ottica specificamente politica, perché voglio partecipare, nel mio piccolissimo, alla ricostruzione del partito,  lottando per quanto possibile contro l’antico riflesso settario di una Sinistra divisa ed eternamente all’opposizione, in nome di chissà quali purezze e sciocchezze identitarie. Col mio solito tempismo, ho scelto il momento peggiore, da un certo punto di vista. I circoli sono in rivolta contro le larghe intese, un’opzione che personalmente ritengo obbligata dall’aritmetica, ma che davvero diventa ogni giorno più pesante da digerire, sempre più simile ad una sorta di Pentapartito 2.0. Restando ai fatti di queste ultime ore, è sempre più difficile, anche facendo ricorso a tutto il proprio spirito liberale, sopportare un B. che si paragona ad Enzo Tortora, è terribile constatare come vent’anni di riflessione sulla Giustizia in questo Paese siano stati legati in un modo o nell’altro alle vicende del caimano, e infine è tristissimo vedere tanti garantisti prenderne polemicamente – e machiavellicamente – le parti, ignorando il fatto che il Principe ha fatto da tempo strame di qualsiasi principio, se mai gliene fosse importato qualcosa.

In tutto ciò, davvero non si riesce a capire a chi si rivolga la coppia CostaCerasa, riportando il resoconto di Alfredo Bazoli, deputato PD (si sottolinea “renziano”) sulla manifestazione del Pdl, nella quale alcuni teppisti, vigliacchi e decerebrati, hanno aggredito un elettore del Pdl. Bazoli perse la madre nella strage di Piazza della Loggia, è quindi assolutamente titolato a parlare degli effetti nefasti della violenza politica, anche di quella verbale. Il suo intervento è equilibrato e condivisibile, privo di qualunque intento polemico. Del tutto strumentale, invece, citarlo come una sorta di monito al PD – che con questo Centrodestra, tocca sempre ricordarlo, sta governando. Di fronte all’enormità di due ministri che – in buona sostanza – scendono in piazza contro un potere dello Stato, il PD si è limitato, doverosamente e responsabilmente, ad un sit-in davanti al tribunale. Non sono andati a contestare Berlusconi, come chi ci è andato (centri sociali, Rifondazione e i suoi sottoprodotti scissionisti, SeL , parecchi cani sciolti) non ha mancato di sottolineare. Ma se il PD non è responsabile delle contestazioni violente, se la violenza è stata condannata, che cosa si vuole di più? Cosa si chiede ancora, in nome della “pacificazione”? Delle congratulazioni, un plauso? Un plauso a chi ha dato dell'”estremista comunista” al giudice Alessandra Galli, il cui padre fu assassinato da Prima Linea?

Davvero, basta con le cazzate. La Sinistra è piena di problemi assai gravi, ma forse è giunta l’ora che quel po’ di Destra perbene si dia una mossa e si prenda le proprie responsabilità. Chissà se qualche giovane notista politico troverà la voglia e il tempo di scriverlo.

Per gli amanti del revival

Sulle larghe intese mi sono già espresso, e abbastanza rudemente: le vedo come una sgradevole necessità spiegata dall’aritmetica più che dalla politica. Un’esperienza da concludere in fretta. Ma se invece Letta ci prendesse gusto a fare il dog sitter di ARF-ARF-Arfano e decidesse di rimanere per l’intera legislatura? La presenza di Emma Bonino e di Cécile Kyenge basterebbe a far passare il nostro mal di pancia? E’ ancora presto per capire a cosa ci porterà questa bizzarra Spaghetti-Grossekoalition, ma alcune sue caratteristiche non fanno ben sperare. Non mi riferisco alla questione dei processi di B., la quale ormai dovrebbe avere la stessa rilevanza dello shopping di Kate e Pippa. I problemi sono ben altri.

In molti hanno sottolineato un certo passaggio del primo discorso di Letta, al momento di ricevere il mandato, in cui il neopresidente del Consiglio, classe ’66, ricordava che in fondo gli anni ’80 non erano poi stati così male come afferma la vulgata di sinistra. Anni bui, ci avevano insegnato: gli anni della Thatcher, di Reagan, del Pentapartito e di un Craxi che spadroneggiava, di un PCI balbettante, tenuto in vita, in virtù di un larghissimo consenso, un decennio in più di quanto sarebbe stato auspicabile. Gli anni dell’ascesa di Berlusconi nel campo dei media, e quindi del supposto rincoglionimento televisivo di massa. Anni caratterizzati da un’estetica considerata dai più brutta, anzi bruttissima. Fine delle stramberie ’60-’70, fine del modernismo ordinato, gli anni ’80 consacrano il postmodernismo e il frullato degli stili. In musica il dominio della drum machine è assoluto (il che non è di per sé un male, in particolare se parliamo di una Roland Tr-808…). Rimanendo nel campo delle politiche economiche, gli anni ’80 sono protagonisti di un mito, causato forse da una sorta di errore prospettico, per cui a Sinistra ci si ricorda del neoliberismo inglese e ammaregano (Ronnie e Maggie, appunto) più che della propria realtà domestica, della quale tutti menzionano unicamente il referendum sulla scala mobile dell’84. Sarebbe comodo credere altrimenti, purtroppo il nostro stato sociale è stato distrutto dalla crisi del debito sovrano, non dai fantomatici “liberisti”.

In quegli anni iniziava l’avventura di un gruppo di giovani economisti vicini a Craxi, oggi incistatisi come zecche nelle trippe del partito-azienda di B. (escludiamo dal novero Giuliano Amato, accomodatosi in tempo utile a Sinistra). Il mio concittadino Renato Brunetta, che già minaccia di far cadere il governo sulla ridicolissima questione dell’IMU, è oggi il loro capofila, ricevuto il testimone da un Tremonti caduto in disgrazia. Questi personaggi, assieme al loro Principe di allora, vengono oggi dipinti come grandi modernizzatori, precursori delle liberalizzazioni e risanatori delle finanze pubbliche, nonostante le loro politiche – sia ai tempi dei due governi Craxi che dei quattro governi Berlusconi – siano state di segno affatto diverso e abbiano anzi causato all’economia italiana danni gravissimi tuttora ben visibili. In realtà, se si vogliono capire Brunetta e Tremonti, i cui contrasti riguardano più i loro Ego smisurati che non la sostanza delle idee, più che alle questioni di politica economica occorre forse guardare alle strategie di conquista del Potere. Il PSI di Craxi e degli allora giovani Giulio & Renato, preso atto dei suoi limiti elettorali, puntava alla “qualità” del consenso, valutato in termini di concentrazione di potere. Mentre la DC era simpliciter interclassista, i socialisti piantavano le loro bandiere in modo più ragionato, da autentiche puttane laureate. Craxi e i suoi avevano mollato la vecchia identità operaia – e quindi un soggetto sociale sconfitto  – per inseguire i ceti emergenti. Com’è noto, ciò avveniva in modo lecito e meno lecito. Per un partito del 12%,  dotato di un apparato fin troppo grosso, che puntava decisamente sull’ambizione personale dei suoi quadri, la corruzione era forse davvero un’opzione obbligata. Allo stesso tempo, il fatto di avere in mano le casse dello Stato permise loro di unirsi alla DC nella compravendita dei consensi ad ogni livello. Le PMI crescevano, la grande industria declinava ma, pubblica o privata che fosse, veniva generosamente sostenuta dallo Stato. Erano anni di benessere, senza dubbio. Non che fosse tutta una Milano da bere, fatta di sciali e gozzoviglie. Io i sacrifici dei miei genitori – dipendenti pubblici – me li ricordo molto bene. E’ anche vero che poterono permettersi una casa. I tassi dei mutui erano a due cifre, ma lo erano anche i rendimenti dei titoli di Stato – il che spiega molto del nostro presente. Ancora mi mangio le mani per aver riscosso, dopo meno di dieci anni, un buono postale da un milione di lire, regalo del nonno, che rendeva la bellezza del 12,5% annuo. Eccoci al punto chiave: gli anni ’80 furono soprattutto il momento in cui il debito pubblico esplose. Spiace per gli appassionati di certa recente agiografia, ma, con i loro 20 punti di PIL mangiati in debito, i due governi Craxi battono qualunque esecutivo della storia repubblicana:

Debito pubblico e governi (Centro Einaudi/Linkiesta)

Insomma, gli anni ’80 come luogo simbolico cui andare nel momento in cui si discute della questione delle questioni, della coppia oppositiva più importante nel dibattito politico: politiche di spesa o di rigore? La natura stessa di questo governo Letta lascia spazio a qualche importante ambiguità. Fatte salve tutte le (enormi) differenze del caso, questo governo ricorda davvero le grandi ammucchiate messe su da democristiani e craxiani ai tempi belli. Si dirà che oggi abbiamo a che fare con dei democristiani giovani e liberaleggianti (assai più liberali dei craxiani, come abbiamo visto). Vero. Ma, in linea di massima, le culture politiche maggioritarie di questo Paese sembrano più adatte a distribuire ricchezza quando ce n’è (e anche quando non ce n’è), che non a riformare radicalmente le istituzioni e l’economia. Tornando a Brunetta, rigorista superficiale, tanto aggressivo rispetto al mondo del lavoro quanto “keynesiano” se si tratta di grandi opere. E’ sua, ad esempio, la curiosa idea delle cinquanta centrali nucleari da costruire “per far scendere il prezzo di gas e petrolio”, pagate naturalmente a debito (eurobond “garantiti dalle riserve auree della Banca Centrale”). Una roba molto anni ’80, non trovate?

Suvvia, basta con le cazzate, mi direte. Ormai quei tempi son lontanissimi. L’integrazione europea ha fatto passi enormi, da allora. C’è l’unione monetaria, i nostri creditori non ci lascerebbero mai tornare a vivacchiare. Piuttosto, rimane il dubbio che la grande buffonata demagogica dell’IMU altro non sia che un geniale trappolone architettato da Berlusconi luimême. La meccanica è elementare: andare ad elezioni ora, col pretesto dell’IMU e con un PD agonizzante, significa stravincerle e sentirsi in diritto di non fare prigionieri. Restando su un piano strettamente politico, al di là della nota persistenza dell’eredità craxiana, la vera (pessima) notizia è che tanti cattolici si stanno ricoagulando attorno ad un centro per ora ancora virtuale. Ci pensino in fretta, gli scontenti e i nostalgici querciaioli. Lascino perdere le super-Sel e stiano ben lontani dai diciannovisti pentastellati. Perché se per caso una nuova DC dovesse nascere, in questo Paese non cambierebbe davvero più nulla per un altro mezzo secolo almeno [sempre che non succeda qualcosa di peggio, anche grazie ai fasciogrillini e a tanti utili idioti. Ma  questo è soltanto un mio incubo ricorrente]. Perciò sono convinto che l’obiettivo politico più importante sia quello di tenere insieme i pezzi del Partito Democratico ad ogni costo. Oppure il passato ritornerà, e questa volta per restare a lungo.

Nota politica all’insegna del cinismo e della bieca Realpolitik

E’ stato appassionante. Abbiamo tifato, inveito, ironizzato, accusato, analizzato. Adesso, però, basta. Chi ha voglia di ragionare ha l’occasione per farlo. Per gli altri c’è spazio nell’accozzaglia grillino-rossobruna che affollava Piazza Montecitorio. Torniamo indietro di due mesi: i risultati del 25 febbraio rendevano chiaro che le cosiddette “larghe intese” sarebbero state una semplice necessità di buon senso. Personalmente speravo (e spero) in una faccenda il più possibile breve e indolore, finalizzata essenzialmente alla riforma elettorale. Poi, di nuovo al voto, con un solo vincitore, dotato dei numeri per applicare le sue ricette (o anche per non fare nulla, ma in santa pace, sostenuto dal consenso, in attesa dei forconi). Che poi queste larghe intese avessero coinvolto il Pdl piuttosto che il M5S, sarebbe stata questione secondaria. Non si tratta di un matrimonio. Mi riesce quindi davvero difficile credere che un uomo di buon senso come Pierluigi Bersani abbia veramente creduto di poter governare per l’intera durata della legislatura sudando freddo ad ogni voto di fiducia. L’inutile e imbarazzante tentativo col M5S ha semplicemente avuto la funzione di rassicurare SEL e la sinistra del partito, grazie alla quale il Segretario ha vinto le primarie. Ricevuto il no grillino e indisponibile a una tregua istituzionale col Centrodestra, Bersani avrebbe dovuto dimettersi. Forse avrebbe lasciato il partito nel panico, ma un panico salutare, che avrebbe costretto le varie anime a contarsi e a parlarsi, in vista dell’elezione del Presidente. E invece no, ad avere la crisi di panico è stato proprio Bersani. Fermo, paralizzato, incapace di avanzare o indietreggiare, afasico. E’ in quel frangente che Richelieu D’Alema e gli ex-Popolari hanno fatto capoccella proponendo la loro “sorpresa”. Niente di sorprendente, a dire il vero. Se la prospettiva è quella di riuscire a formare un governo senza innescare una serie di rappresaglie da parte del Pdl, Marini al Quirinale è una delle opzioni possibili. A quel punto, però, chi avrebbe dovuto guidare il partito (il povero Bersani, sempre lui) era già completamente nel pallone, bisognoso della soccorrevole zampa di un vero maschio-alfa: “Lo dice Massimo, beh, cosa stiamo a perdere tempo a contarci tra di noi, facciamolo e basta, dai”. Risultato: Marini resta sotto di duecento voti. Una clamorosa figura di merda. Nel frattempo i grullini hanno proposto Rodotà, persona degnissima che ha un solo torto, non proprio irrilevante: essere stato presentato da chi fino all’altroieri stigmatizzava, e aver fatto finta di niente. A quel pezzo non trascurabile di PD che fa da sponda a Grillo e alla pancia del Paese Rodotà piace. Ma sono ancora troppo pochi, e nei più prevale la disciplina di partito.

A quel punto, tocca davvero tirare fuori qualcosa di sicuro, per evitare ulteriori figuracce. Il Professore. L’unico ad aver battuto Berlusconi, ad avere profilo internazionale, eccetera. Ma anche il vecchio protagonista delle partecipazioni statali e soprattutto l’uomo dell’Euro. Va ricordato come tutte o quasi le partite IVA oggi con l’acqua alla gola considerino Prodi come la fonte prima di ogni loro guaio. Lo vorrebbero morto. Quest’area eurofoba è oggi distribuita in modo diseguale tra PdL e M5S (Lo stop di Grillo a chi tra i suoi avrebbe volentieri votato il Professore era anche mirato a non perdere consensi tra gli odiatori della Mortazza, mi pare). Insomma, forse il ricordo idealizzato dell’esperienza dell’Ulivo prodiano annebbia un po’ la mente ai vecchi dirigenti. Fatto sta che con Prodi si realizza il capolavoro dei capolavori. Si cerca di vendere un ripiego come prima scelta, una cosa vecchia per una nuova (e Grillo lo fa notare), si provoca la spaccatura del partito (la vendetta di dalemiani e democristiani non si fa attendere) e si regalano energie nuove a Berlusconi, che vive di scontri frontali (e di scontri apparenti) e che, rimasto sempre silenzioso, da questa elezione del Presidente esce vincitore assoluto. Gli scontri frontali fanno invece malissimo a un Paese diviso come non mai, impoverito e incazzato. E’ in questo senso che va letta l’ultima scelta possibile, la scelta emergenziale di un PD ormai in macerie, non come apertura all'”inciucio”. Il Presidente migliore della cosiddetta Seconda Repubblica, un uomo di 88 anni che avrebbe davvero meritato il riposo del giusto, ha ancora una volta la responsabilità di tenere in ordine il pollaio della nostra democrazia. Per quanto mi riguarda, gliene sono grato. E dovreste essergliene grati anche tutti quanti voialtri facili all’indignazione. Certo, se solo ci fosse stato un po’ più di coraggio e fantasia in questo Parlamento, lo si sarebbe trovato subito il nome “non divisivo”, di specchiata onestà, di grande caratura internazionale, gradito a liberali di destra e di sinistra, ai giovani, alle donne…il nome era quella di Emma Bonino, sulla quale, purtroppo, pesa una conventio ad excludendum altrettanto trasversale, che va dai cattolici reazionari (troppo libertaria per costoro) alla sinistra-sinistra (troppo liberista). Chiudiamo pure il libro dei sogni. Chi manca ancora? il mio candidato alle primarie, ovviamente, Matteo Renzi. Devo essere onesto, Irrenzi mi perde parecchi punti, essendosi dimostrato politicista quanto gli altri, nei momenti cruciali (Marini non rappresenta il cambiamento, Prodi invece sì?) e, soprattutto, piuttosto opaco, in questa sua incerta scalata di un partito che praticamente non esiste più. Spero chiarisca presto le sue intenzioni perché la scissione è vicinissima e, dall’altra parte del grande buco rimasto al posto del PD, Fabrizio Barca e Nichi Vendola sono in procinto di mettere in piedi il cantiere di una nuova ‘cosa’, una sorta di super-SeL, il cui obiettivo principale consisterà nel farsi accogliere dal PSE (o dall’Internazionale Socialista? Boh.). Ancora fermi lì, stiamo, ai mai disciolti nodi identitari di questa smandrappata Sinistra. Ma si tratta di un anelito rispettabile, in fondo: non è perché uno smette di essere comunista che gli passa la voglia di perdere. Come poi faranno Nichi, il mago delle narraFioni, e un verboso funzionario ministeriale a competere coi modi spicci del M5S è davvero un mistero. Buon viaggio, comunque.