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I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

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Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

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Trump e la mia raccolta differenziata

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Una tragedia americana, titola il “New Yorker”. Certamente i primi a pagare la vittoria di Donald Trump saranno gli Americani, ma questa tragedia è anche nostra. Basta volgere lo sguardo alla variopinta canea che in queste ore, in Italia, sta festeggiando. Ci sono tutte le destre, conservatrici, neofasciste e postmoderne, dal Movimento 5 Stelle alla Lega di Salvini passando per CasaPound, ci sono i rossobruni e gli zombie stalinisti. Tutti naturalmente fan di Putin, al quale un’America isolazionista fa molto comodo. Ora sarà più facile per la Russia spadroneggiare su e giù per l’Eurasia, e una Russia che spadroneggia piace alla nuova destra – così chiamavamo negli anni ’90 quelli che oggi sono definiti “populismi”, ricordate? – anche per motivi strettamente pecuniari. Di fronte a questa situazione, è consolante sapere che anche tanti esponenti della minoranza PD, e in generale tanti riformisti all’immediata sinistra del partito, non siano granché preoccupati, ma fatichino anzi a nascondere una certa soddisfazione. I piccoli lazzi, i sarcasmi da social di Miguel Gotor, di Chiara Geloni e di tanti altri dimostrano una volta per tutte le qualità umane, prima che politiche, di una parte importante del personale politico della Ditta. Persone che di fronte a uno sconvolgimento globale non riescono ad uscire nemmeno per poche ore dalla loro ossessione per Renzi. Ma non avevamo bisogno che Trump vincesse per decretare la marcescenza degli intellettuali organici.

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Richiuso il cassonetto dell’umido, facendo attenzione al percolato gocciolante, passiamo a setacciare i ferrivecchi, le lattine schiacciate e la frantumaglia vetrosa della Vera Sinistra, che non gioisce ma tenta disperatamente di piegare la realtà ai propri schemini. «E’ colpa dell’austerity e delle politiche razziste», scrive una signora su twitter, e non si capisce se si riferisca allo stimulus keynesiano del 2009, a Obamacare o all’Equality Act, tutte iniziative politiche promosse o sostenute dal primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti. Enrico Rossi e Bersani, dal canto loro, sono certi che Trump abbia vinto perché la Clinton ha proposto ricette da “Terza Via” anni ’90, mentre in questa fase occorre “più sinistra”. Bernie Sanders, lui sì avrebbe potuto “unire il popolo americano”, scrive il governatore della Toscana. Che le proposte di Sanders per salvare la classe operaia americana, fatte di protezionismo spinto, fossero pressoché identiche a quelle di Trump (e di Salvini) è un dettaglio irrilevante per Rossi e Bersani, come il fatto che i ceti più poveri – e tra di essi gli immigrati – abbiano votato Hillary Clinton. Per la sinistra tra la via Emilia e l’Arno, l’America è ancora tutta da scoprire. Il razzismo e le tradizioni culturali lontane dal proprio universo politico non sono compresi, sono anzi rimossi dai nostri ex figiciotti, incapaci di andare oltre il loro materialismo storico da trattoria. Riempita la campana vetro-plastica-lattine, è il turno di carta (stampata) e cartone. Cronisti all’affannosa ricerca di un senso, di una descrizione sintetica, di una toppa con la quale ricoprire un pronostico sbagliato. Chi creda che il mondo conosciuto finisca alle mura aureliane può tentare un rischioso paragone con le nostre amministrative e col tema delle periferie dimenticate dalla Sinistra. Più attrezzati i quarantenni partiti da Monteverde per una laurea americana, ma quanti di loro si sono mai spostati da NYC per andare ad intervistare un farmer dello Wyoming e scoprire che no, al bovaro non piace Obamacare, non gli piacciono le imposizioni, odia i socialisti e gli intellettuali liberal e per lui il welfare è soltanto un altro modo in cui l’odiato Stato Federale si occupa della sua vita. Come se poi l’America si riducesse a due tipi umani, il farmer razzista e l’intellettuale liberal. Purtroppo, è un posto molto più complicato di così. Ah, come sarebbe comodo scrivere il proprio pezzo senza uscire dal Raccordo Anulare, basterebbe al limite tirare giù dal letto il vecchio amico americanista per chiedere in prestito un’immagine, una metafora, una formula…«Dunque…Trump è riuscito a garantirsi una connessione sentimentale…aspetta, ma questo non è Gramsci?» «E come, no? Tu usala, ché va sempre bene!» «…una connessione sentimentale con il popolo americano…no, aspetta, che ne dici di America profonda?» «Stupenda! Daje

La foto è di Elvert Barnes.

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E se il DDL Cirinnà non passasse, boicottereste anche Renzi?

Diciamolo chiaramente: a Matteo Renzi va bene dichiararsi a favore delle unioni civili anche perché la battaglia per i diritti degli omosessuali non fa esattamente parte della tradizione del movimento operaio, tradizione che il rottamatore percepisce come un fardello di cui liberarsi. Nella Sinistra classista, grossomodo sino agli anni ’80, le istanze legate alla condizione delle minoranze sessuali o religiose rientravano, nella migliore delle ipotesi, nelle “contraddizioni secondarie” del Capitale, se non nei vizi borghesi che possono solo distrarre dalla contraddizione principale, ossia il conflitto di classe. Questo valeva per i grandi partiti di massa ma anche in gran parte della c.d. nuova sinistra – se è vero, ad esempio, che lo scontro con le femministe fu tra i motivi della crisi di Lotta Continua. Una visione di questo tipo è stata abbandonata dalla maggior parte dei marxisti o sedicenti tali, se escludiamo le bizzarrie rossobrune di Diego Fusaro, ma non per questo le tematiche LGBT si possono considerare un’esclusiva della Sinistra. In paesi meno arretrati del nostro, le destre liberali hanno, in varia misura, fatto proprie le battaglie per i diritti degli omosessuali e del resto gli stessi liberal-forzisti di casa nostra, Berlusconi in testa, sembrano ben disposti su questo tema (o comunque più ben disposti dell’amico Putin…). Chi, come il sottoscritto, non si appassioni granché agli sforzi letterari incentrati sui concetti di biopotere, biopolitica, “nuda vita”, ecc., può anzi riconoscere che l’avanzamento dei diritti civili – che sono cosa distinta da quelli sociali, come il rottamatore finge di non ricordare – è parte della stessa evoluzione del capitalismo e del libero mercato. Nelle liberaldemocrazia avanzate, in particolare quelle anglosassoni, vale infatti il principio contenuto nella Lettera sulla tolleranza di John Locke: «Si lascerà dunque che un pagano faccia affari e commerci con noi, e non che preghi e adori il suo Dio?». Cioè a dire, la religione, l’etnia e oggi, per estensione, l’orientamento sessuale della persona che fa affari con noi non hanno alcuna importanza, fintantoché le regole del commercio vengono rispettate. In questo senso, il cattolico liberale Matteo Renzi ha potuto, come nessun altro leader del centrosinistra prima, portare il tema delle famiglie arcobaleno all’attenzione pubblica ed inserirlo nel suo programma di governo, conquistando anche il consenso di tutti quei gay e quelle lesbiche di cultura liberale – e liberista – incompatibili con le tendenze catto-reazionarie del centrodestra.

In questo frangente, personaggi come Ivan Scalfarotto e Anna Paola Concia tra gli altri si sono fatti carico, tra garbati appelli al Segretario-Premier e scioperi della fame interrotti sulla parola, del malcontento della comunità gay di fronte alla lentezza e ai tentennamenti del caro Matteo, che – in questo inconsapevolmente “marxista” – di fatto non insiste sul tema dei diritti civili con la stessa forza con la quale ha insistito sulla riforma del diritto del lavoro. Sulle unioni civili, Renzi non ricorre – semel in anno! – al voto di fiducia, ma lascia anzi piena libertà di coscienza ai suoi parlamentari, né sceglie lo scontro frontale con i reazionari, come invece non manca di fare con i rappresentanti della “vecchia sinistra” e del sindacato. Ciò nonostante, I renzianer arcobaleno non sembrano scoraggiarsi, e anche quando manifestano un certo nervosismo, trovano altri bersagli polemici contro cui sfogarsi. Dopo il famoso pastaio e i due celebri sarti, è stata la volta dei treni ad alta velocità. NTV, come con tanti altri eventi pubblici, dalle partite di calcio alle mostre alle manifestazioni di vario genere, Gay Pride compreso, propone uno sconto ai partecipanti al Family Day. Apriti, cielo! Il renzianer sensibile alle tematiche LGBT – eccezionalmente unito agli antirenziani di sinistra – dichiara pubblicamente di aver stracciato, tagliato, gettato la sua Italocard, promettendo il boicottaggio totale dell’azienda – che già non naviga in buone acque – rea di aver «sostenuto una manifestazione di omofobi». Una reazione che poco ha a che fare con la dialettica democratica e che rivela appunto una scarsa serenità degli stakeholder in questione. Eppure l’idea di NTV di soffiare a Trenitalia una parte dei passeggeri cattoreazionari, anche solo per un giorno, è commercialmente ammirevole – uno col profilo manageriale di Ivan Scalfarotto dovrebbe riconoscerlo. “È il mercato, bellezza”, no? Mica sarete contro il mercato. E se poi il Cirinnà non passasse? Chi boicottereste?

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Dove sono finiti gli antifascisti?

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Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

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E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

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Caro Renzi, non basta strappare a sinistra per essere innovatori

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L’episodio degli operai dell’AST manganellati, una serie di cortocircuiti simbolici e alcune uscite infelici, da una parte e dall’altra, rappresentano più l’effetto che la causa di un clima di cagnara perenne di cui faremmo volentieri a meno («Le divergenze a sinistra non minino la stabilità», direi parafrasando il parody account del Presidente Napolitano). Motivo o pretesto dello scontro è naturalmente il jobs Act – non un argomento a piacere, ma qualcosa che tocca la vita mia e di chi mi sta vicino e sul quale sospendo il giudizio, in attesa dei decreti delegati. Come ho cercato di spiegare qui, credo comunque che la direzione sia quella giusta, e che gran parte dei mal di pancia all’interno della vecchia classe dirigente del centrosinistra derivino più che altro dalla frustrazione di chi ha atteso troppo a lungo per mettere in pratica le proprie intuizioni e si è ritrovato scalzato dal rottamatore.

Proprio per questo Renzi sbaglia nel cercare lo scontro, liquidando gli oppositori in modo infantile (“si facessero il loro partito, vediamo quanto prendono”). So che molti renziani di estrazione terzista amano gli strappi che il rottamatore provoca con certe sue tirate aggressive e con quel suo puntare i piedi. Gesti che ricordano loro la Lady di Ferro alle prese con i minatori. Ad ognuno i suoi miti. Io continuo a credere che stiano sbagliando proprio tutti, dentro e fuori il PD, ma che Renzi, in quanto detentore del consenso, abbia la responsabilità più grande. Proprio i renziani, che hanno messo al centro più di ogni altra corrente la strategia comunicativa, avrebbero dovuto proporre un tipo di messaggio – di narrazione, di storytelling, chiamatelo come volete – in cui non si asfaltasse un secolo e mezzo di storia del movimento operaio riducendolo alla storia della “ditta”.

Dall’altra parte, gli antirenziani di sinistra annaspano attorno a una confusa battaglia in cui diritti e interessi si confondono, chiedono impossibili supermanovre keynesiane, un po’ intontiti dall’ebbrezza delle fuga a sinistra e dal ritorno di una conflittualità che sembrava scomparsa dal discorso pubblico. Ma è proprio attorno al tema del conflitto che vedo il limite più grande del debole pensiero renziano, fondato sul pragmatismo della cultura d’impresa: cadono le braccia ad ascoltare certi giovani leopoldini risolvere il conflitto sociale nella questione lessicale del «padroni vs imprenditori» e identificare nei «gufi» e nei  «rosiconi» di turno i responsabili di ogni disfunzione del sistema, tolti di mezzo i quali il Paese «tornerà (?) ad essere leader in Europa (?!?)», proprio come dice Matteo. Eppur si muove, ragazzi. Il conflitto sociale esiste, e non esisterebbe politica senza conflitto. Spiace contraddire Pina Picierno – e con lei tanti altri benintenzionati – ma gli interessi di capitale e lavoro coincidono esattamente soltanto sul set del Truman Show. Riconoscerlo non fa di noi dei marxisti (anche se possiamo esserlo stati…), ma semplicemente degli individui raziocinanti.

Ci diciamo piuttosto liberali e socialisti. Come liberali, riconosciamo l’esistenza delle contraddizioni, ma non le crediamo destinate ad alcuna palingenesi. Siamo liberali perché abbiamo accettato questo eterno ritorno e accogliamo le contraddizioni come feconde, produttive, all’insegna non più della lotta di classe, ma di una “collaborazione competitiva” tra interessi diversi, regolata dal contratto sociale, senza dimenticare che «il contratto è anche un conflitto, nel quale i contraenti cercano di massimizzare il proprio profitto, la propria quota di libertà, a detrimento dell’altro» (Vincenzo Ferrari). Siamo socialisti soprattutto perché siamo legati anche emotivamente alle ragioni del lavoro. Possiamo girarci attorno all’infinito, ma questo valeva nel 1848 e nel 1948, vale oggi e varrà anche nel 2148.

Renzi sbaglia se pensa che l’adesione al Partito Socialista Europeo gli consenta di archiviare questi temi, e sbaglierebbe tragicamente se spingesse l’opposizione di sinistra ad andare per la propria strada. Vale la pena di rileggere un testo che avrei voluto veder citato almeno una volta dal mio segretario:

La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451)

Questo è già successo molte volte, in modi diversi, negli ottant’anni passati da quando Rosselli scriveva queste righe. Anche negli ultimi venti, ben prima dell’ascesa di Renzi. Ma evidentemente, vedere gli iscritti CGIL votare Lega o Grillo non è servito a nulla. E forse è davvero ingenuo aspettarsi che uno che non riesce nemmeno a far bene il democristiano possa fare il liberalsocialista. Attendiamo fiduciosi.

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