Tutti pazzi per Tsipras

Io non so davvero perché la Lista Anticapitalista del 2009 – sottoposta a un superficiale rebranding legato alla questione del debito greco – rappresenti le speranze di una parte del ceto medio riflessivo de sinistra. Continuo a non spiegarmi gli entusiasmi di tanti intellettuali titolati per la figura dello stesso Alexis Tsipras, presentato incredibilmente come innovatore. Può darsi in effetti che nel piccolo arcipelago nato dalle quattordici scissioni vissute da Rifondazione Comunista in vent’anni di esistenza si guardi al risultato di Syriza (vicino al 20%) come ad un segno di prossima rinascita dei vari eredi della Terza e Quarta Internazionale. Sarà allora utile ricordare come il successo del partitino di Tsipras dipenda unicamente dal disastro greco. Ai compagni neocomunisti sento di poter dire che, nonostante la nostra smania autodistruttiva, ci risulterà difficile replicare le condizioni attuali della «culla della democrazia».

Venendo al programma della lista, la novità sostanziale rispetto al 2009 consiste nell’aver in gran parte depurato il lessico dalle formule del sinistrese, dagli elementi tipici del gergo marxisteggiante. Il risultato è una prosa trattenuta e a tratti esangue, priva di riferimenti diretti al marxismo o alla socialdemocrazia (che comunque, da tradizione commie, rimane nemica), una prosa i cui unici picchi retorici risultano così sovrapponibili a quelli del fronte no-euro e della destra radicale:

«Gli stati nazionali perdono di sovranità a favore di organismi del tutto impermeabili alla volontà popolare, perché non elettivi. Questa costruzione ha portato al comando un’oligarchia tecnocratica il cui disegno politico è sostenere il potere delle multinazionali, delle banche, delle classi e dei ceti più ricchi rovesciando l’austerità addosso alle popolazioni europee».

Marx non viene mai nominato, Gramsci viene citato una sola volta a proposito del superamento dello stato-nazione. Certo, l’obiettivo di massima degli tsiprassiti rimarrebbe «Non solo […] uscire dalla crisi, ma anche dal capitalismo in crisi», tuttavia l’ispiratore principale del documento rimane senza dubbio Keynes (citato con soddisfazione a proposito dell’ “eutanasia dei rentiers“). In buona sostanza, quello degli tsiprassiti è un programma superkeynesiano che, oltre alla rinegoziazione e mutualizzazione del debito e alla riforma della BCE come prestatore di ultima istanza, prevede «che il settore pubblico conquisti sempre maggiore peso nell’economia reale», sebbene «non necessariamente e non tanto inglobando i settori privati, quanto innovando terreni e modalità di sviluppo economico e produttivo». Un esempio, uno solo, sarebbe gradito per chiarire quest’ultimo passaggio, che mi rimane piuttosto oscuro. Oscure sono del resto le motivazioni che dovrebbero spingere i paesi UE dalle economie meno malandate a partecipare ad un «nuovo piano Marshall» (l’unica invenzione yankee che gli tsiprassiti – naturaliter antiamericani – riescono probabilmente a tollerare). Se finora l’Unione provvede a rabboccare un secchio bucato, pretendendo – in modi che si possono e si debbono discutere – di tappare il buco, gli tsiprassiti vorrebbero l’acquisto di tanti altri secchi bucati. Tutto questo in nome della solidarietà tra i popoli, evidentemente, con la promessa di «una ferrea intransigenza nei confronti della corruzione e della malagestione». Non credo sia sufficiente, purtroppo.

Ho citato il ceto medio riflessivo perché, com’è noto, il voto operaio residuo, e in generale quello dei ceti popolari, da tempo si riversano altrove. Nei momenti di crisi sistemica, la radicalità della massa si esprime a destra: oggi si esprime nel vasto fronte eurofobo che va dalla destra neonazista al« fascismo inconsapevole» di Grillo, passando per la Lega.  Lo tsiprassita più entusiasta appartiene invece in genere alla piccola borghesia intellettuale di sinistra, nelle sue fasce più giovani precarizzata e in via di declassamento. È preoccupato ma soprattutto confuso. Non possiede strumenti per capire la realtà economica, si limita a individuare i nemici (le banche, la troika, la “finanza speculativa”, etc.) non i rapporti, i “colpevoli”, non le dinamiche. Considerando che lo tsiprassita medio proviene anche solo lontanamente dalla galassia marxista, questa tragica mancanza di strumenti critici risulta sorprendente. Ne deriva una debolezza argomentativa che appare evidente: la critica radicale a “questa” Europa, ma senza uscire dall’Euro, l’incredibile riscoperta della sovranità nazionale e dell’«Europa dei popoli», ma naturalmente combattendo ogni forma di xenofobia, la necessità di «una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi», senza però mai parlare di una difesa comune e degli investimenti necessari. E naturalmente «l’avvio di politiche economiche che puntino allo sviluppo di settori produttivi qualitativamente innovativi, dalla difesa dei beni comuni [come potevamo dimenticare i beni comuni?] alla tutela dell’ambiente». Sarà per la migrazione del voto operaio, sarà per le culture dei ceti rappresentati, sta di fatto che certa sinistra è ormai incapace di formulare un qualunque pensiero sensato sul mondo della produzione materiale.

A quel ceto intellettuale che vede i propri figli esclusi da un mercato del lavoro culturale giunto ormai a saturazione sfugge il punto chiave: le professioni creative nelle quali i rampolli vorrebbero trovare la loro realizzazione trovano spazio solo in condizioni di espansione, non certo di decrescita. E i grandi programmatori keynesiani avevano a loro disposizione gigantesche leve produttive che si chiamavano acciaio, carbone, petrolio. Non avevano paura dell’industria pesante, delle grandi opere, della ricerca scientifica. Mi sbaglierò, ma per me un keynesiano che sia contro gli OGM, la TAV, il fracking, le antenne dei telefonini e la mozzarella consumata a più di trenta km dal casaro è semplicemente un keynesiano ridicolo. Sia chiaro, non credo che la maggior parte dei sostenitori di Tsipras abbiano in mente per il futuro d’Europa una sorta di distopica federazione di ecovillaggi collegati da una rete di mulattiere. E tuttavia non si capisce cosa abbiano in mente, al di là della trita retorica benecomunista, di alcuni punti assolutamente condivisibili e di qualche idea che fa sorridere. Cito ancora dal programma:

«L’Europa ha una grande risorsa: la dieta mediterranea, già riconosciuta come patrimonio
dell’umanità da parte dell’Unesco, su cui fare leva per garantire un nuovo sviluppo qualitativo
dell’agricoltura»

Un’oliva nello spritz?

Di cosa non ha bisogno la scienza

Vi ricordate dell’uranio impoverito, vero? Se n’è parlato molto in questi anni di guerre postmoderne, guerre che non si chiamano più guerre, senza nemico dichiarato, senza territori da conquistare. Di fronte a guerre di questo tipo, la morte del soldato è diventata un fatto incomprensibile, a cui la sempre vigile opinione pubblica italiana reagisce con stupore e indignazione. Ma come, non dovevano essere “condotte in sicurezza”? Eppure, anche nelle guerre “umanitarie”, anche durante le operazioni di peacekeeping, persino i soldati, con le loro attrezzature ipertecnologiche, muoiono. A volte sembra che muoiano proprio a causa delle loro attrezzature, come nel caso dei proiettili anticarro all’uranio impoverito.

Il poeta Andrea Inglese, in un pezzo apparso su Nazione Indiana e su Alfabeta2, prende spunto dalla questione per arrivare a descrivere quello che secondo lui è un limite (o forse la colpa originaria?) della Scienza, in buona sostanza quella di non essere decisa democraticamente. Vi invito a leggere con attenzione almeno questo passo:

Se in Europa, attualmente, sembra impossibile, sul piano politico, individuare un’alternativa alla tecnocrazia – a meno di abbracciare populismi di matrice autoritaria – ciò dipende anche dalla difficoltà che si ha, sul piano culturale, a liberarsi dal mito dello scienziato buono. Rinunciare a un tale mito non implica, ovviamente, rinunciare ai contributi degli scienziati, ma impone di ridefinire il loro ruolo nei confronti dei cittadini. Feyerabend, in La scienza in una società libera del 1978, scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”[1]. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”[2].

Giuria popolare? Di fronte a certe autoparodie, ogni tentativo satirico è perdente…

Io mi spingerei un poco più in là delle timide considerazioni di Inglese. Occorre istituire un tribunale popolare di sorveglianza che controlli l’attività dei ricercatori. E’ giusto che si cominci a metterli in riga, questi scienziati. In fin dei conti è gente che ha la presunzione di occuparsi di roba che il popolo e i poeti non capiscono. Già questo è segno di arroganza profonda. E perché poi dovrebbero decidere loro di che occuparsi, e in che modo? Si ostinano a nascondersi dietro alla faccenda del metodo ma, si sa, dopo Feyerabend, solo i fessi credono ancora al metodo. Per noi che ci occupiamo di narrazioni e che i numeri li schifiamo, la scienza è una narrazione tra le tante, e come tale criticabile, decostruibile, cestinabile. I fatti? Come se esistessero fatti slegati dai desideri! Ecco, il Consiglio Popolare per la Nuova Scienza (lo chiameremo così) si dovrà occupare anche dei fatti, oltre che dell’attività degli scienziati. Anche i fatti si dovranno adeguare ai desideri della maggioranza (cioè ai desideri che il Consiglio attribuirà, democraticamente, alla maggioranza), e non verranno fatti sconti a nessuno! Si dovranno adeguare anche i signori neutroni e protoni e muoni e bosoni che, chissà come mai, son tutti maschi e nucleofallocentrici – aveva ragione la Irigaray! La Nuova Scienza sarà una scienza partecipata, i laboratori saranno così affollati di persone comuni che non ci sarà più lo spazio per metterci una sola buretta. Ci sarà però ampio spazio di discussione libera e democratica, non più basata sul primato della ragione (occidentale e dunque razzista!) ma sull’intuizione, sul bisogno di giustizia della maggioranza (cioè sul bisogno che, democraticamente – e in prima convocazione – il Consiglio avrà attribuito alla maggioranza).
Ad Ovest dell’Eufrate – dove cioè manchi la saggezza dell’Oriente – non esisterà più alcun tipo di uranio, né impoverito né arricchito. Si tornerà a morire in modo sostenibile, di raffreddore. Sarà bellissimo.