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Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.

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Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

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