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Non chiamatela “pace”

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Non so voi, io rimango sempre ammirato dalla semplice, elementare bellezza di un riflesso pavloviano. È bastato un tweet del presidente americano perché il fronte pacifista si risvegliasse dal sonno che in questi sette anni di guerra in Siria ha impedito qualunque manifestazione o presa di posizione contro Bashar Al-Assad. C’è voluto un attacco “telefonato” a una manciata di centri di produzione e stoccaggio di armi chimiche, un attacco che non ha causato vittime civili né militari – stando agli stessi lanci d’agenzia di Damasco e Mosca – e che ha avuto limitati effetti politici, più che militari, per mobilitare le coscienze delle anime più belle d’Occidente. Le bandiere arcobaleno hanno fatto la loro ricomparsa, assieme alle citazioni dell’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, in generale. In particolare, a ripudiarla è soltanto una parte del Paese, e a determinate condizioni. Che l’aggressore sia americano è la condizione necessaria a scuotere le nostre coscienze progressiste, ma non è sufficiente. Americani, inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, danesi, australiani e giordani sono in Siria a combattere l’ISIS dal 2014, eppure non ricordo particolari stracciamenti di vesti collettivi per i “danni collaterali” degli attacchi della coalizione in appoggio alle milizie curde. Un deposito di munizioni distrutto da un Tomahawk americano vale evidentemente più, e soprattutto vale più delle decine di migliaia di vittime civili – perlopiù ammazzate con armi convenzionali – di cui sono direttamente responsabili Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Ma saranno morti davvero? Ma davvero avrà usato il gas? Ma che convenienza avrebbe ad usarlo, ora che sta vincendo? Per me è tutta una messinscena… I social network traboccano in questi giorni di esperti di geopolitica, strategia militare, armi chimiche, pronti a raccontarti come davvero stanno le cose, che cosa c’è sotto, chi davvero ha fatto cosa per conto di chi altro. Dal Parlamento al bar di quartiere si è diffusa una retorica aggressiva che insinua dubbi sulle vittime, che paragona la Siria del 2018 all’Iraq del 2003, che dipinge il macellaio di Damasco – degno erede del padre Hafiz – come colui che ha sconfitto l’ISIS. Una squallida falsificazione di ciò che è stata nel 2011 la fallita rivoluzione Siriana, parte di quelle primavere arabe sconfitte anche a causa del disinteresse, dell’incapacità di comprendere quando non dell’aperta ostilità dell’Occidente – establishment e opinioni pubbliche, sia di destra che di sinistra. Ecco quindi Gino Strada e Vauro condividere oggi pubblicamente le dichiarazioni di Matteo Salvini, scopertosi amante della pace. Le intenzioni politiche reali sembrano un dettaglio trascurabile, non importa che Salvini e i suoi tirapiedi “eurasiatisti” siano semplicemente schierati con Putin – il quale, incidentalmente, iniziò la sua ascesa politica facendo radere al suolo una città.
Il club degli ammiratori di Putin – e quindi di Assad – in Italia conta numerosissimi membri, tutti impegnati più o meno consapevolmente a diffondere le fake news confezionate dall’impressionante macchina propagandistica del Cremlino. Fascisti, eurofobi, rossobruni, stalinisti nostalgici, cultori della “stabilità”, benintenzionati morti di sonno e, com’è ovvio, anche conservatori e sedicenti “liberali” in cerca di buoni affari. A titolo di esempio, in area berlusconiana negli ultimi anni è sorto un certo singolare attivismo rispetto alla Siria. «La Siria sarà fedele a chi gli è stata vicina negli anni difficili del conflitto. Coloro che hanno contribuito alla guerra che ha distrutto il Paese non otterranno vantaggi economici dalla sua rinascita», questo il messaggio di Damasco all’Italia. I nostri palazzinari si sono già messi in fila. È davvero vasto e variopinto questo fronte “pacifista”. Più vasto e più fasullo che mai.
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Noi e i Curdi

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

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“Ascolta un cretino…”

Non è bastato un intero anno di insurrezione con alcune migliaia di morti. Sarà che Mubārak prendeva i soldi dagli Ammarigani, mentre Bashār al-Assad è sostenuto dagli antichi alleati, Russia e Cina, fatto sta che non si sono viste grandi manifestazioni di solidarietà alla rivolta siriana da parte della sinistra-sinistra (quella che “la Primavera Araba ci serva da esempio“, “saldiamo le lotte“, “Piazza del Popolo come Tahrir“, etc.). Da par suo, il Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano Richelieu D’Alema, che ha visitato nei giorni scorsi quelle plaghe sfortunate per conto della Fondazione Europea di Studi Progressisti, pare invece aver perso un po’ della vecchia simpatia per Assadino. Sembrano così lontani i tempi in cui, prima da Segretario del PDS e, soltanto quattro anni fa, da Ministro degli Esteri, D’Alema vedeva negli Assad (padre e figlio) due figure importanti…per la Pace in Medio Oriente. Non scherzava – l’ultimo che abbia visto D’Alema scherzare è stato Fabio Mussi ai tempi della FGCI. Ci credeva, come ora crede che la virata islamista seguita alle rivoluzioni arabe rappresenti la conferma di una sua vecchia idea, quella per cui con quelle simpatiche canaglie di Ḥamās è necessario trattare. Il che, in termini relativi, non sarebbe niente di che: Israele è riuscita a riavere Gil’ad Shalit vivo proprio trattando con Ḥamās. Quello che colpisce è piuttosto l’estremo candore che si accompagna sempre al machiavellismo radicale. Dice infatti Baffino nostro: « Rimuovere questo movimento con un esorcismo, mi sembra strampalato. C’è un indebolimento delle dirigenze moderate, anche fra i palestinesi prima o poi arriverà la primavera araba. Hamas non è più un movimento isolato: avrete notato che a Tunisi il nuovo governo ha invitato Khaled Meshaal, non Abu Mazen». Un po’ come all’epoca della bicamerale, no? « A rega’, svejjah! Berlusconi arivince de sicuroh, se dovemo da mette d’accordoh! ». Genio incompreso.


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