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“…down the Lido…”

We’re incognito

Down the Lido

And we like the Strand

(Roxy Music – Do the Strand)

Finalmente è successo. Giovedì scorso, dopo anni di inattività, sono tornato a suonare davanti a un pubblico. Ho fatto un po’ di baccano con la mia bellissima telly mentre l’amico Cristiano leggeva alcuni suoi racconti, sul palco di un teatro (fino a poco tempo fa) abbandonato. Si tratta dell’ex Ricreatorio Marinoni all’Ospedale al mare, luogo di intrattenimento per i pazienti di quello che è stato uno dei centri talassoterapici più importanti d’Italia. A pochi metri dall’ingresso, tra i padiglioni in rovina, sorge questo bellissimo teatro tardo-liberty, ridotto per anni a magazzino, invaso dai piccioni e riscoperto per caso durante la lotta dei cittadini lidensi per la difesa dell’ospedale.

Percorrendo il lungomare per poco più di un chilometro, passando davanti al mitico Hotel De Bains (ormai non più hotel, ma pacchiano residence), si raggiunge la sede di uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Tra l’ex ospedale al mare e la Mostra del Cinema, che aprirà i battenti puntuale anche quest’anno, non c’è soltanto la vicinanza fisica. Esiste un legame di natura economica, creatosi negli anni del «sindaco-filosofo» Cacciari. Dopo anni di promesse e bugie, nel 2003 l’ULSS chiude l’ospedale. Il Comune lo compra, per rivenderlo subito ad Est Capital, la finanziaria di un suo ex assessore. Gli investitori puntano a far diventare tutta l’area una sorta di gated community balneare, con tanto di mega-darsena. Il Comune, per parte sua, con i soldi incassati vuole realizzare il nuovo palazzo del cinema (costo previsto: ottanta milioni di euro). Ma qualcosa non va per il verso giusto. La vicenda è già stata ben raccontata da Filippo Maria Pontani su “Il Post”, da Francesco Giavazzi sul Corriere e da altri ancora sulla stampa nazionale e locale. La lettura dei due articoli segnalati è caldamente consigliata a chiunque si interessi di scandali italiani. Le pratiche corsare della classe dirigente veneziana, la rapacità e/o i cervelli pigri degli investitori, la tragedia complessiva del settore immobiliare e della monocultura turistica, in questo caso d’élite: nella vicenda del Lido c’è tutto questo. Non manca un comitato di residenti che denuncia puntualmente lo scandalo e le sue ricadute sociali e ambientali, tra l’indifferenza generale delle autorità e, purtroppo, del resto dei veneziani.

Ma torniamo al Marinoni: a settembre dell’anno scorso, proprio in concomitanza con la Mostra del Cinema, un gruppo di lavoratori del teatro Valle e di locali disobbedienti, accortisi dell’esistenza del teatro, lo occupano. Lo ripuliscono, lo rendono accessibile. Lo fanno diventare il luogo di un happening su cultura e beni comuni. Invitano Mario Martone, Alessandro Gassman, Ottavia Piccolo, Fausto Paravidino ed altri volti noti, assieme a vari gruppi teatrali della città, a dare il proprio sostegno, che puntualmente arriva. Ma gli occupanti professionali, spenti i riflettori della mostra, lasciano il luogo. Chi resta, cane sciolto volonteroso (che qui ringrazio per l’accoglienza dell’altra sera), si arrangia come può. L’attrezzatura è ridotta all’osso. Due casse e un vecchio mixer che ogni tanto si spegne, alcuni neon da cantiere attaccati alle ciabatte recuperate dagli ambulatori chiusi, un generatore a benzina ad alimentare il tutto (manca l’allaccio alla rete). La prima impressione, condivisa da qualche occupante, è che solo gli intoppi pratici e finanziari nel progetto speculativo abbiano per il momento salvato il luogo. Tra le varie seccature, pare che nei giorni scorsi l’Agenzia delle Entrate abbia pizzicato Est Capital: si parla di elusione per 17 milioni di euro. Bruscolini, rispetto ai 500 milioni impiegati nell’operazione Lido. Una cifra che è come un masso enorme, impossibile da spostare. Il fatto che i disobbedienti, con i loro rapporti politici e la loro esperienza di occupazioni, abbiano dimostrato un interesse così scarso per il Marinoni, dopo i fuochi d’artificio iniziali, dimostra come il futuro del luogo sia segnato.

A chi ancora lo occupa, mettendolo a disposizione di tutti, viene da chiedere che cosa si aspetta. Che cosa si vuole, e a chi ci si rivolge, quando si vuole salvare un luogo o dargli una nuova funzione e una nuova identità? Certo, l’idea è quella di uno spazio pubblico di produzione culturale: teatro, sala per proiezioni, concerti ed incontri, ma anche galleria e spazio per ospitare residenze artistiche. E, perché no, luogo di socializzazione in un’area che dopo il carnaio estivo diventa una delle plaghe più deprimenti del pianeta. Esageriamo: qualcosa che assomigli al Tacheles? (un paio di mesi fa, a Berlino con M., abbiamo verificato: è ancora aperto). Oppure, ancora, un vero teatro, come in tempi ormai lontani è stato il Marinoni. Per quanto riguarda l’oggi, l’edificio cade a pezzi. Quando suono sono tutto concentrato sullo strumento e non ho mai alzato lo sguardo verso la graticcia. Altri di noi, però, hanno temuto il pezzo di intonaco in testa. Anche solo la messa in sicurezza costerebbe, a spanne, parecchie decine di migliaia di euro, mentre per farlo tornare un teatro attrezzato servirebbe un investimento ben più cospicuo. Ed anche quando la struttura fosse rimessa a nuovo ed attrezzata, resterebbe da recuperare tutto lo spazio circostante, fatto di palazzine disfatte, tutte ruggine e vetri rotti, occupate da senzatetto e disperati di vario tipo. Fotograficamente interessante, ma…

Dopo molti anni ci sono arrivato, non senza un certo bisticcio interiore tra vari luoghi comuni e i peggiori automatismi del mio retaggio di sinistra: la cultura si deve sostenere da sé. Lo scrive uno che organizzava festivalini a spese del contribuente (senza essere nemmeno riuscito a camparci bene: aveva ragione chi diceva che non ero tagliato per quel mestiere). Comunque la si veda, l’era della spesa pubblica è finita con la crisi. E’ finito un ciclo. Chiedere allo Stato o a qualunque sua parte di riaprire un teatro chiuso quarant’anni fa, nel momento in cui chiudono gli ospedali, è un insulto al buon senso (tanto più nel caso del Marinoni, un teatro che sta dentro un ospedale chiuso). Il tempo del contributo dovuto è finito. Qualcuno l’ha capito per tempo, buttandosi con fin troppo entusiasmo nel frenetico mondo del fundraising. Occorre agire con intelligenza, con astuzia. Direbbe qualcuno: occorre saper intercettare i flussi di capitale. Che in questo caso passano vicinissimi a dove servirebbero. E pensare che a finanziare l’ospizio marino, assieme alla locale Cassa di Risparmio, fu nientemeno che la Compagnia Generale Grandi Alberghi. Ma il paleocapitalismo italico in generale non brilla per la sua attitudine al mecenatismo culturale. In altri contesti, in altri paesi, è cosa normale, così normale che nessuno ne deve restare ammirato. Anche perché il mecenate intelligente trova il modo di far fruttare i quattrini spesi in cultura. Da parte di chi cerca risorse, occorre vincere la nausea che alcuni personaggi direttamente coinvolti nella vicenda veneziana sono in grado di provocare, che siedano negli uffici delle finanziarie o sugli scranni di Ca’ Farsetti. O da tutt’e due le parti. Ma non credo ci sia altro modo.

Detto più chiaramente, quello che ci vorrebbe per il Marinoni e altri luoghi simili è un serio progetto di recupero e gestione, una proposta da girare alla Pubblica Amministrazione – in quanto ente regolatore, non finanziatore – e agli investitori –  possibilmente ai singoli investitori, non solo a chi regge il paniere. Un progetto in grado di far entrare in zucca a questi signori che è anche nel loro interesse rendere disponibile alla città uno spazio per la produzione culturale. In grado di fargli capire che se la terra e i mattoni del Bel Paese si vendono così bene è proprio grazie a quella che è stata – ormai troppi secoli fa, ahinoi – la cultura materiale ed estetica delle nostre città e del nostro territorio. In grado insomma di mostrare loro che potrebbero essere ricordati come razziatori o come capitalisti intelligenti. Chi ha un po’ di fegato ci dovrebbe provare.

Concludo quindi con quello che sembra un ossimoro: speculare bene, in modo da rendere qualcosa al territorio sul quale si specula. Eppure credo che sia possibile. Ho scritto e continuo a pensare molto male del PAT e delle idee dell’Assessore Micelli (un esperto di perequazione, tra l’altro) ma non credo affatto di cadere in contraddizione se dico di essere affascinato dal progetto del Palais Lumiere di Pierre Cardin. Pietro Cardìn, proprio lui, vuole costruire un grattacielo Dubai-style a Venezia. Orrore! Aspetta, aspetta. Non proprio a Venezia. E nemmeno sulle dune del Lido. Né negli ultimi pezzi di campagna rimasti tra Mestre e l’aeroporto. E dove, allora? Beh, lo vuole costruire in quella wasteland di capannoni vuoti che è Marghera, a poca distanza da ciò che resta del petrolchimico. Improvvisamente, tutte le chiacchiere degli ultimi vent’anni sulla riqualificazione delle aree industriali, sulle bonifiche dei terreni, tutto lo starnazzare dei Verdi che dicono una cosa e fanno il suo contrario, tutto questo svanisce in un attimo e un futuro diverso per uno dei luoghi più brutti d’Italia (con vista su uno dei luoghi più belli del mondo) diventa qualcosa di immaginabile. Sbaglierò, ma io a Pietro Cardin lo lascerei fare.

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Un parto difficile

Il giorno decisivo doveva essere lunedì scorso, quando in realtà nemmeno si è riunito il Consiglio Comunale, essendo occupati i consiglieri in estenuanti discussioni di corridoio, alla ricerca di qualche compromesso. Dopo una settimana, il risultato sono sessanta pagine di emendamenti che tagliano qualcosa e limano qualcos’altro: un Jumbo-emendamento, come l’ha definito il suo autore – è ancora lui, Ezio Micelli – stabilisce un limite agli ettari edificabili del “Quadrante di Tessera” – 56 su 200 interessati dal progetto, prevede l’eliminazione della progetto di stazione TAV dall’area, per riportarla all’attuale stazione di Mestre, dichiara una generica incompatibilità delle grandi navi con l’ambiente lagunare e poco altro. Troppo poco, stando a questa sintesi molto puntuale di quello che ancora non va. Il problema è che l’impianto generale del Piano rimane sostanzialmente intatto. Nella stessa forma aperta del testo, nel suo essere visione d’insieme più che descrizione (e prescrizione) dettagliata sta la possibilità, in qualsiasi momento, di decidere cosa si può fare e cosa no. Ora si vuol far credere che quattro o cinque giorni di discussioni (una parte delle quali svolte in camera caritatis a fini esclusivamente politici, cioè partitici) e una controproposta non negoziabile siano sufficienti? Il rischio è che poi questa settimana di chiacchiere intensive, al momento della posa di qualche contestabile prima pietra, valga come licenza assoluta: “altroché se ne abbiamo discusso, adesso non rompete i coglioni“. Del resto, Yuri Korablin, nuovo proprietario russo del Venezia Calcio, che ha messo sul piatto 150 milioni di Euro per la costruzione del nuovo stadio, proprio all’interno del quadrante di Tessera, ha una certa fretta. Rimane la sgradevole sensazione di un vecchio copione recitato anche piuttosto bene. Una cordata di interessi organizzata da un pugno di tecnocrati – interni al triangolo Ca’-Foscari-IUAV-Partecipate comunali – progetta lo smembramento del cadavere di Venezia, città che dis-prezzano profondamente, ma che sanno prezzare. Chiedono 100 per avere 80, anche se non meriterebbero 10.

Una marginale notazione politica: ho letto la dichiarazione del locale capogruppo del PSI a favore del PAT. Non mi stupisco, l’idea necrofaga viene dagli anni di regno di De Michelis e Craxi, e Venezia è forse l’unica città d’Italia in cui i craxiani non abbiano mai perso una poltrona, né il loro prestigio sociale di neo-patrizi laici, in amichevole competizione con la loro controparte clericale (Orso Grill Orsoni). La stessa idea del quadrante di Tessera e quella della sublagunare sono nate, anzi, colate, dal testone di De Michelis, trent’anni fa. E’ cambiato tutto, nel mondo, negli ultimi trent’anni, ma quella cultura rapace nata negli anni ’80 ha messo radici in terreni diversi, e governa questa città.

A domani, dunque, per il voto finale.

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“Certo, certo, PAT-PAT”

Sembra incredibile che in un territorio già stravolto da decenni di industria diffusa e di crescita disordinata, il kapannonistan Veneto, rimangano ancora spazi utili per far danni. Ed invece, con il Piano di Assetto del Territorio del Comune di Venezia, l’ulteriore magnarìa anziché venir nascosta alla meno peggio, diventa sbandierata operazione ideologica, nella quale, orwellianamente, la realtà è il contrario di ciò che viene detto a parole.
Il nuovo PAT, di cui ho già detto qui, è efficacemente descritto nella sua natura di squallida ed enorme operazione speculativa nel breve documentario qui sotto, la cui visione consiglio caldamente.

Per quel poco che un non specialista come me può capirne, la differenza tra un PAT e un vecchio PRG è di ordine linguistico. E, forse meglio, stilistico. Un Piano Regolatore nasceva come testo univoco e statico, “conformativo”, come dicono gli specialisti, un testo dagli scarsi margini interpretativi. In un’area data si definivano con precisione le destinazioni d’uso e gli spazi occupati al metro cubo. Un testo la cui redazione portava via anche vent’anni e che nasceva spesso già superato dalle dinamiche di crescita di una città. Allora si procedeva (e si è proceduto) con le varianti urbanistiche, per integrare pezzi di realtà che non erano stati previsti. Le varianti, spinte di frequente dagli interessi dei palazzinari di turno, hanno reso possibili i peggiori sfaceli urbani. Nondimeno, come ogni modifica ad un testo chiuso, come i tratti di matita rossa e le strisciate di bianchetto, fungevano da traccianti delle speculazioni urbanistiche e di ogni distruzione operata sul territorio. Se esiste una “filologia urbanistica”, credo che le varianti ne siano un importante materiale di studio.

Il PAT rappresenta un salto stilistico radicale. E’ un testo leggero, aperto, postmoderno. Rinuncia alla descrizione intensiva del progetto sul territorio. Non dice più cosa si deve costruire e come e dove e quanto, come accadeva coi piani regolatori, ma si limita a proporre una “visione d’insieme” , le opzioni possibili e le principali invarianze, cioè i pochi punti fermi. I particolari, le distanze, le cubature, le traiettorie, si vedranno poi. Contano le linee generali. La retorica. Beh, se ci sono le invarianze, siamo a posto. “Zero consumo di suolo”, dice l’amministrazione. SOS-TE-NI-BI-LI-TA’!, sembra essere la parola d’ordine. No? Il fatto che gli urbivori e i fautori dell’urbanistica contrattata possano credere ad una tale dabbenaggine dei cittadini è piuttosto sconfortante, da un punto di vista politico. Se lo pensano hanno le loro ragioni. Ma si sa, tendiamo a credere spesso proprio alle panzane più grosse, specie se raccontate senza vergogna.

Il PAT delinea le grandi scelte sul territorio e le strategie per lo sviluppo sostenibile; individua le principali funzioni delle diverse parti del territorio comunale e le aree da conservare e valorizzare per il loro valore ambientale, paesaggistico e storico-architettonico. Il PAT è richiesto dalla legge regionale 11/2004 che obbliga tutti i comuni del Veneto a rinnovare il vecchio piano regolatore.

Sviluppo sostenibile. E’ così, dunque, che nella neolingua del PAT viene chiamato il definitivo stravolgimento di un territorio già danneggiato in modo critico.
Insisto ancora sull’operazione ideologica, perché la trovo veramente brillante, anche se pare un tradizionalissimo raccontar-balle-al-popolino. E’ invece qualcosa di più: saltato il paradigma novecentesco dello sviluppo e della crescita (strade, capannoni, cemento come segni di lavoro, reddito, benessere) e divenuto centrale il messaggio ambientalista, ecco che la ricerca del consenso avviene attraverso quel tipo di messaggio. Il refrain della SOS-TE-NI-BI-LI-TA’, diffuso nelle conferenzine (a questo serve l’assessore all’ambiente, no?), ripetuto nei documenti ufficiali, serve a coprire il rumore delle betoniere che girano. Il quasi ineffabile Assessore Micelli, palesatosi finalmente ad un dibattito nel corso della Festa di Liberazione, lo scorso 1 settembre, usa esattamente questa caratteristica del PAT, il suo essere ‘non conformativo’, per tranquillizzare la platea:

“Sgombro il campo seccamente da qualsiasi accusa per cui il PAT cementifica: non può farlo perché non ha i poteri per farlo”

Geniale, sul serio.
Certo, di fronte a un pubblico attento, anche l’incantesimo retorico del PAT, concepito per la massa della cittadinanza, mostra i suoi limiti. Capita che l’assessore possa venire incalzato da domande puntuali: Dove ha preso i dati sulla crescita demografica a Venezia? Qual è la posizione REALE del Comune sulla sublagunare? Perché  MENTE sulla dipendenza del Comune da scelte fatte a livello nazionale, regionale o provinciale, quando in questo paese vige il principio della sussidiarietà? E così via.
In questo caso vale il buon vecchio principio di autorità esercitato dall’accademico di rango: Io so’ io, e voi nun siete un cazzo!, unito alla capacità di parlare senza dir nulla che in questo paese è prerogativa di politici ben più navigati. Chapeau, quindi, alla testa più lucida della giunta Orsoni. Nemmeno la presenza di due colleghi come Maria Rosa Vittadini e Stefano Boato ha scomposto il serafico Micelli, nemmeno ai loro argomenti l’assessore ha mostrato segni di cedimento. Sorrisi di sufficienza dispensati a tutti, e un grande, grandissimo senso di scoglionamento tra il pubblico, condiviso dal sottoscritto. Ma era chiaro sin dall’inizio come la sua presenza lì non valesse come occasione per fare chiarezza, quanto come usurata liturgia politica: il voto di Rifondazione (o come si chiama adesso) sul PAT fa comunque comodo. E pure quello dei Verdi.
Poi, certo, chissà, anche le mosche cocchiere a volte si (ri)posano.

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Il ballo del mattone

Hanno cominciato, ormai da tempo, a chiamarlo Real Estate pure in Italia, il settore immobiliare. Sono usi lessicali per chi se li può permettere. Roba da palazzinari di lusso, di quelli che ridono dentro al letto alla notizia di un terremoto. Grazie ad un mio contatto facebook che lavora all’organizzazione di eventi, apprendo che questi signori professionisti del Real Estate una volta l’anno si riuniscono a Milano (e dove, sennò?) e pagano una qualche fica lussuosa assieme ad un giornalista sufficientemente docile e famoso (a volte le due figure coincidono) per premiare i progetti più interessanti, dal loro punto di vista. L’evento si chiama appunto il Real Estate Award mentre il premio, l’oggetto, l’hanno chiamato Mattone d’Oro – pare uno scherzo ma è proprio così.  Qui trovate un video delizioso,  relativo all’edizione 2009, che può darvi un’idea del tipo di fauna presente. Quest’anno,  tra i vari premiati spicca la Sansedoni SpA, impegnata, grazie anche ai capitali del gruppo Benetton, a costruire un “prestigioso complesso turistico/alberghiero” da 140mila mq, a Capo Malfatano, nei pressi di Teulada, in uno degli ultimi angoli incontaminati di Sardegna. Certo, l’hanno definito “eco-sostenibile”, e se lo dicono loro…Real Estate, Veri Stronzi.

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