Ecco fatto

E bravo Matteo, che è riuscito finalmente nel suo intento: arrivare al governo del Paese. Ci è riuscito rimangiandosi la parola, facendo l’esatto contrario di quanto promesso a noi che l’abbiamo sostenuto, ma non importa. E’ possibile che il senso di delusione di questi giorni renda il mio giudizio assai più severo del necessario, ma importa ancor meno. Abbiamo un governo, sostenuto dalla maggioranza del mio partito, composto in parte da gente valida, il momento è quello che è («delicato», «drammatico», «cruciale», etc.), siamo tutti italiani, e (parlo per me) non proprio benestanti, per cui se ancora conserviamo un po’ di buon senso dobbiamo sperare con tutte le nostre forze che Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. E lo faremo, con la pancia. La testa continuerà però ad essere impegnata nella critica, nella lettura dei dati, per così dire. Dati non proprio confortanti, a partire dalla composizione della squadra, che dice tutto senza necessità di commenti: Il presidente di Legacoop al Lavoro, l’ex presidente dei giovani industriali allo Sviluppo Economico, Emma Bonino defenestrata dagli esteri (troppo titolata, verrebbe da dire), il 50% dei ministeri a donne che sono in parte appendici femminili del premier, la conferma delle poltrone al Nuovo Centro-Destra, la sistemazione della quota D’Alema/Cuperlo/Bersani (La Ditta), la sistemazione (non richiesta e un po’ scorretta) della quota Civati. Le arrampicate sugli specchi sono inutili: Matteo Renzi presiede un governo squisitamente consociativo, e confermo qui quanto vado dicendo da mesi: stiamo vivendo la nascita del Pentapartito 2.0. Peccato che molti di noi avessero scelto Renzi proprio pensando di riuscire così a liberare finalmente l’Italia dal Centro, dalla DC perenne, dal doroteismo, dall’immobilismo…L’unica grande novità di Renzi consiste probabilmente  nell’essere un Premier-Sindaco, cioè un premier dei sindaci. Il legame con gli amministratori locali – cioè, in sostanza, il tema dello sforamento del patto di stabilità – è una delle chiavi del suo successo e della sua futura azione di governo. Sacrosanta l’attenzione ai comuni, per carità. Se però l’approccio è «da pentapartito», e cioè clientelare, attento a non rompere lo status quo, a minimizzare le responsabilità delle amministrazioni locali, considerate a priori vittime della disciplina di bilancio, beh, di quest’attenzione farei volentieri a meno.

Che cosa possiamo aspettarci da un governo espressione della stessa, identica maggioranza di quello precedente? Il nuovo Presidente del Consiglio si è affrettato a precisare che, al contrario del «governo di servizio» di Enrico Letta, il suo sarebbe un esecutivo politico. Meraviglioso: a maggior ragione la linea sarà quindi condizionata dalla puerile fronda degli Alfaniani, legati da un guinzaglio lunghissimo e quasi invisibile, ma resistentissimo, a Forza Italia. Che cosa potrebbe davvero cambiare con Renzi? Siamo d’accordo, tra lui e Letta la differenza è abissale, soprattutto in termini di carisma e di stile. Renzi colpisce e parla a tutti, per questo l’abbiamo scelto. Pensavamo che potesse rompere quell’equilibrio tra berlusconismo e antiberlusconismo che da vent’anni tiene bloccato un Paese in profondo declino. Quello stile può non piacere, ma funziona. Sullo stile di Renzi, su Matteo Renzi come oggetto politico-semiotico, nei dieci giorni che separano il voto in Direzione Nazionale dalla fiducia a Montecitorio si è scritto e detto di tutto. Il lessico, la retorica, il timing, la prossemica, la mimica, le macchine, i capelli, le giacche, le cravatte. Piccoli dettagli che, intepretati e sovrainterpretati dai professionisti della comunicazione politica, dagli «analisti», da noi dilettanti tuttologi di twitter, dovrebbero restituire dei messaggi molto semplici e molto chiari: il «cambio di passo», la rottura di vecchi schemi, lo svecchiamento del potere, il riavvicinamento della politica al «Paese reale», e così via.  Tutto giusto, quello stile funziona benissimo, trasversalmente, con gli elettori. Il problema non secondario è che le elezioni il buon Matteo le ha evitate. Ha preferito la scorciatoia di palazzo. E nel palazzo contano i numeri e i rapporti di forza con gli amici più o meno interessati. Che un giorno possono decidere di farti lo sgambetto, magari dopo averti ripetuto per mesi di stare sereno… Ripeto, siccome non voglio vedere affondare il mio Paese, mi auguro che Renzi riesca a realizzare anche solo una minima parte del suo (ancor vago) programma. Tiferò per lui da italiano. Tiferò per lui anche in quanto nemico della feccia grillina. Certamente, all’interno del PD, come si dice in questi casi, dovrò tenere una posizione interlocutoria. Passo dall’essere «diversamente renziano» a «non-più-renziano», senza per questo dare credito a Civati, né tantomeno alla vecchia maggioranza, responsabile quanto Renzi di questo colpo di mano. In realtà, non mi pesa il non avere più un’area di riferimento nel partito – è forse anzi un sollievo, per un cane naturaliter sciolto come il sottoscritto. Mi pesa però l’essere stato così ingenuo, l’aver investito male le mie speranze – perché non è vero che le mie aspettative fossero proprio minime, come andavo dicendo fino a qualche giorno fa. Mentivo un po’ a me stesso.

Buon lavoro, comunque, Presidente Renzi. Da domani, solo critiche puntuali. E un po’ di satira.

La paura ha un nome e si chiama «staffetta».

Premessa necessaria: chi in questi giorni convulsi (inspiegabilmente convulsi, almeno per noi che stiamo fuori dal Palazzo) gridi al golpe è un cretino. Chi invece, più o meno pacatamente, solleva l’obiezione per cui non sarebbe possibile un terzo governo «senza legittimazione popolare» dimentica forse che la nostra è ancora una repubblica parlamentare. Due camere sono state regolarmente elette giusto un anno fa e ogni maggioranza, anche quella espressa in queste sgradevoli larghe intese, è quindi formalmente legittima. Inopportuna, forse, ma legittima. I meno giovani ricorderanno governi che duravano meno di una primavera, e maggioranze smontate e rimontate nel chiuso delle stanze dei partiti, ai tempi del Pentapartito. Ma, già nella cosiddetta Seconda Repubblica, molti di noi ricordano bene la caduta del Prodi I e l’arrivo un po’ piratesco di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. E’ proprio a partire dalla constatazione dell’ingovernabilità del sistema che nascono tutti i discorsi sulle riforme istituzionali, è sempre per questo che in molti abbiamo creduto alla proposta di Matteo Renzi, all’occasione di «cambiare verso» rispetto alla «vecchia politica», ricordate?

Non è un golpe quello che si è consumato in questi giorni, trovando compimento in una direzione nazionale che non ho avuto davvero lo stomaco di seguire fino alla fine, ma una mezza schifezza sì. Una schifezza perché nel giro di poche ore Matteo Renzi, con l’assenso di buona parte del Partito Democratico, si è rimangiato quanto detto e ripetuto negli ultimi due anni, a partire dalla necessità di governare con una maggioranza solida, coesa e coerente, uscita dalle urne e non da manovre di palazzo. Nel discorso fatto al Nazareno poche ore fa, Renzi ha speso parole come rischio e coraggio, ma se il rischio che il tentativo del segretario si bruci (bruciando con sé il PD, e questa volta in modo forse definitivo) appare evidentissimo, meno evidente appare il coraggio speso per compiere il tentativo stesso. E’ paradossale, ma la «strada meno battuta» di cui parla Renzi – strada in realtà battutissima, quella, appunto, del cambio di governo per via di manovre di segreteria – non è stata scelta per coraggio. Questa strada è stata scelta per paura, paura di perdere le elezioni. In buona sostanza, nemmeno troppo tra le righe, Renzi ha ammesso di aver fallito il tentativo di riforma elettorale. Un tentativo partito molto bene, finito così così. L’Italicum – ancora non approvato – può funzionare solo dopo una riforma del Senato, che il governo in carica non sembrava mettere tra le sue priorità. E se poi non ce la si fa e si vota con un proporzionale puro creato dalla Consulta con la macellazione del Porcellum? E che dire della rinascita di Forza Italia coi suoi «clöb» e la sua retorica ultrapopulista? E il brutto clima di antieuropeismo nel quale si terranno le elezioni europee, che rischia di penalizzare il Partito Democratico, percepito più degli altri come «di sistema»? «E se poi al ballottaggio ci vanno B. e Grillo?» Tutti questi timori, più o meno fondati, hanno fatto cambiare idea a Renzi. Eh già, anche Renzi ha paura, una paura fottuta, si direbbe. E’ fortunato perché alla sua paura si aggiungono le paure altrui, all’interno del PD. Gli eletti del 2013, in particolare quelli vicini alla vecchia nomenklatura uscita sconfitta dalle primarie, non temevano forse le elezioni anticipate quanto Renzi? Ora il pericolo di essere esclusi dalle liste viene scongiurato, c’è tutto il tempo per riorganizzarsi…ma per riorganizzare cosa, se partito e governo dovessero fallire ancora? Non riesco mai a capire se si tratti di incoscienza o di cupio dissolvi, ma non ha importanza. Il punto è che la sostanziale compattezza del partito non è grave quanto le decisioni della segreteria, ovviamente. Per me si tratta della prima grande delusione di “diversamente renziano”, del primo vero brusco risveglio. E’ vero che le mie aspettative sono sempre state minime, ma c’è qualcosa nello stile, nella forma di certi atti e di certe prese di posizione che riesce a colpirti negativamente ben oltre la sostanza. La franchezza e la trasparenza, la chiarezza del pensiero, anche non sempre condivisibile, la sostanziale diversità dalla “vecchia politica” erano quindi solo un’illusione? Parrebbe proprio di sì.

Perché soltanto mezza schifezza, dunque? Semplicemente perché, messa da parte la delusione politica, chiunque si dica pragmatico e abbia a cuore le sorti di questo ridicolo paese – le mie, le vostre, le nostre sorti – penserà che in fondo «peggio di così non potrà andare», cercherà anzi di cogliere le possibilità date da questo cambiamento e non potrà che sperare che il governo Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. Personalmente non mi sento fiducioso. Per quante critiche abbia fatto a questo strano governo e a quella sorta di Pentapartito 2.0 che lo sostiene, oggi mi sento solidale con Enrico Letta, sacrificato da tutto il suo partito in nome della paura. E’ la solidarietà che provo per i loser, per i condannati che provano ancora a ragionare coi carnefici con la testa già sul ceppo. Ma, più freddamente, mi chiedo appunto perché Renzi, pur non facendo peggio, dovrebbe riuscire a fare meglio di Letta. Che cosa davvero potrà fare in più, alla guida di un governo simil-tecnico sostenuto da un’identica maggioranza che, se mai dovesse cambiare di qualche grado il suo orientamento politico, difficilmente potrà cambiare in meglio? Sento parlare di un possibile sostegno di SeL da una parte, di quello della Lega Nord dall’altra. Insomma si va dall’improbabile all’indesiderabile. Matteo Renzi crede davvero di poter realizzare le grandi riforme necessarie al Paese in queste condizioni, arrivando magari a fine legislatura? Beh, glielo dobbiamo augurare. Io glielo auguro e questo augurio potrebbe essere l’ultima cosa che avrà da me. In bocca al lupo, segretario.