Perché l’accordo con l’Iran non è una nuova Monaco

In momenti come questo mi piacerebbe scrivere a Mario Nordio, mio vecchio docente di Storia e Istituzioni dell’Asia, per evitare di dire troppe stupidaggini e magari per rubargli qualche intuizione. Purtroppo il professore ha lasciato questo mondo disgraziato cinque anni fa e tutto quello che vi posso proporre è quanto segue. Premessa numero uno: a Losanna il gruppo “5+1” dei negoziatori impegnati sulla questione del nucleare iraniano non ha concluso ancora nulla, tutto si giocherà al momento di concordare i dettagli tecnici, quando, in caso di esito positivo, l’accordo verrà firmato. Il termine è fissato al 30 giugno, fino ad allora tutto rimane com’è.

Premessa numero due, ad uso degli isterici Obama-haters: francamente non tengo in gran conto le differenze, che pur esistono, tra la parte “moderata” delle gerarchie religiose al potere e le squadracce dei guardiani della rivoluzione da cui proveniva il maledetto Ahmadinejad, e vorrei che il regime degli ayatollah cadesse oggi stesso. Questo desiderio è lo stesso di milioni di Iraniani, che riescono a tollerare il regime soltanto cercando di ritagliarsi spazi di libertà privata lontano dagli sguardi degli occhiuti basiji e che di fronte alle uscite dei loro leader sollevano gli occhi al cielo.

Se gli Iraniani hanno festeggiato per strada alla notizia dell’accordo, non è certo perché la loro massima aspirazione sia che l’Iran diventi una potenza nucleare. La maggioranza degli Iraniani spera semplicemente che la loro vita, già sottoposta alle sanzioni morali del regime, non subisca più quelle materiali imposte dal mondo libero, e cioè che la loro vita quotidiana diventi un po’ meno complicata. L’embargo cui tra inasprimenti e attenuazioni, è sottoposto l’Iran nell’ultimo decennio ha infatti colpito soprattutto loro, più che il detestabile regime teocratico in cui vivono.

Mi si risponderà che nessuno ce l’ha col popolo iraniano e che qui il problema principale è un altro, qui si sta parlando di evitare che uno stato canaglia si doti di armi nucleari che permetterebbero ai suoi più fanatici rappresentanti di replicare la Shoah premendo un bottone. Difficile ragionare a mente fredda di fronte a immagini simili. Ma se smettiamo di farlo, tanto vale andare al poligono e imparare ad usare un arma. Perché l’«armiamoci e partite» di certi falchi da scrivania è davvero la posizione più miserabile che si possa tenere. Io, per ora, preferisco cercare di analizzare il problema, guardando ai fatti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni crescenti all’Iran subito dopo la rivoluzione islamica e fino agli anni ’90 in risposta al sostegno iraniano a Hezbollah e al terrorismo internazionale. Risultato: in trentacinque anni, l’Iran ha continuato ad estendere la propria influenza su Siria e Libano, ha finanziato la Jihad islamica palestinese e ha fornito i razzi coi quali Hamas bersaglia Israele da Gaza. Sul versante del contrasto al nucleare iraniano, dal 2006 ad oggi, alle sanzioni americane si sono aggiunte quelle previste da quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dal 2010 altre dell’UE. Risultato: in dieci anni, nonostante le sanzioni, il numero di centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio è passato da poche centinaia a circa 19 mila. Stando ai fatti, quella delle sanzioni non sembra quindi una storia di successi.

I falchi naturalmente rispondono che l’embargo – peraltro già attenuato nel 2014 – non ha funzionato soltanto perché troppo morbido. «Ci vogliono le bombe!», se non altro per distruggere le centrali in cui l’uranio viene arricchito. Peccato che, visto il numero dei siti nucleari, molti dei quali non identificabili, una soluzione chirurgica come quella usata da Israele, che nel 1981 bombardò il reattore iracheno di Osirak, sia ormai impraticabile. La campagna di raid aerei necessaria per il caso iraniano porterebbe il problema del nucleare in secondo piano, perché a quel punto saremmo passati direttamente alla terza guerra mondiale.

Eliminata subito l’ipotesi Stranamore, si potrebbe pensare di inasprire ancora le sanzioni, continuando ad ignorare la realtà. Ciò che doveva tradursi in isolamento internazionale, nel mondo multipolare è diventato un cambio di baricentro. Ostacolare l’esportazione di prodotti petroliferi ha semplicemente fatto sì che la Cina, divisa in modo ambiguo tra le sanzioni occidentali e la voglia di contare in Medio Oriente, abbia potuto crearsi riserve enormi di greggio iraniano approfittando dei prezzi ribassati. Anche per quanto riguarda l’import, gli effetti collaterali sono maggiori di quelli deliberati. L’Iran è tra i primi esportatori di greggio ma importa il 40% di gasolio e benzina dall’estero perché non ha abbastanza raffinerie per produrli in loco. Così il regime, per rispondere alla domanda interna, ha creato un gran numero di piccole raffinerie improvvisate nelle città, ora più inquinate che mai.

Gli effetti delle ultime sanzioni all’Iran non sono stati uniformi, anche se in generale si può dire che abbia colpito i più poveri e soprattutto il ceto medio, non certo la classe dirigente. Il blocco delle transazioni bancarie ha sfavorito gli scambi anche individuali con l’estero, quello delle tecnologie informatiche, nell’era della Rete essenziali alla stessa opposizione e agli attivisti per i diritti civili, ha in certi casi generato l’effetto paradossale di sommarsi alla censura del regime. C’è da chiedersi se indebolire la società civile sia la mossa più intelligente per portare l’Iran a un regime change spontaneo. Perché, forse ingenuamente, credo che questo debba essere l’obiettivo finale delle democrazie, quando si parla di Iran, più che una temporanea e comunque incerta garanzia di denuclearizzazione.

Una società civile giovane – l’età media nel 2014 era di 28 anni – e largamente istruita, con contatti sempre più stretti con una diaspora numerosa e ben introdotta in Europa e Stati Uniti, lontanissima dal fanatismo, aperta al mondo ma compressa nella gabbia di una teocrazia, dovrà essere nei prossimi anni uno dei soggetti principali della pacificazione in Medio Oriente, questo lo dicono i politologi ma lo pensano tutte le persone di buon senso. Rendere la vita difficile a queste persone li renderà solo inerti rispetto al regime. La storia degli embarghi nei confronti delle dittature e dei totalitarismi dovrebbe insegnare qualcosa.

In tutto ciò, la minaccia del “califfato” di Daesh è per molti la ragione per cui Obama avrebbe “ceduto all’Iran”. L’idea di dover dipendere dai preti in turbante nero per sconfiggere lo Stato Islamico non è esaltante, ma non credo che Obama abbia ceduto alcunché o che si sia rivelato un nuovo Chamberlain, né credo che abbia “voltato le spalle ad Israele”, come qualcuno ha scritto anche qui, e tremo al pensiero del prossimo repubblicano alla Casa Bianca. L’unica cosa di cui sono certo è che il Medioriente è un posto tremendamente complicato, in cui ogni mossa azzardata può causare disastri. È come quando cerchi di appendere un quadro al muro, il chiodo non buca, si storce, tu insisti a martellare e l’intonaco viene giù a pezzi. Ecco, a un falco non farei appendere un quadro, figuriamoci gestire il caos mediorientale. Come si suol dire, abbiamo già dato.

Noi e i Curdi

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«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?