La Grecia (e l’Europa) a più dimensioni

Non so granché di finanza pubblica, ma non credo occorra una particolare specializzazione per capire che un sistema improduttivo in cui lo Stato continui a spendere a deficit finisce inevitabilmente strozzato dai debiti. Funziona per gli stati come per i più piccoli agenti economici. Potrei aggiungere che la mia piccola esperienza di debitore e di creditore mi rende solidale col popolo greco, e allo stesso tempo mi fa comprendere le ragioni della Troika. La faccenda sarebbe fin troppo semplice da leggere così. Davvero troppo semplice. Come è noto, i problemi della Grecia assomigliano molto ai nostri. Governi inetti e corruzione endemica, consenso comprato per decenni distribuendo impieghi pubblici e pensioni, grandi eventi, grandi opere e grandi sciali, un debito che cresce rapidissimo, sino – qui finiscono le similitudini – all’intervento europeo che, in cambio di una dolorosa disciplina di bilancio, ha riempito nuovamente le casse dell’erario ellenico. «Una fazza, una razza». La differenza – enorme – sta nella struttura e nelle dimensioni del sistema. La Grecia non ha quasi un’industria manifatturiera, non l’ha mai avuta. Il turismo è la sua prima risorsa. Prendiamo nota di quanto può essere solida l’economia di una monocultura turistica e ricordiamocene quando avremo chiuso l’ultima fabbrica e il Bel Paese sarà diventato un unico grande resort eno-gastro-artistico. Ma sto divagando. A differenza di tanti ridicoli opportunisti – parlo di gente del mio partito, il PD – precipitatisi a salutare il vincitore delle elezioni greche come una sorta di eroe della rinascita europea, a me Tsipras continua a non piacere. Non mi può piacere una cultura politica che conosco benissimo e che ho abbandonato da tempo. Non amo i massimalisti, i demagoghi e i parolai, i difensori del popolo che spesso sono i primi a trascinare il popolo nei guai. La coalizione con Anel, aggressivo partitino della destra xenofoba e antisemita, ha infine rappresentato la fetida ciliegina sulla torta (ma occorre aggiungere come nel panorama politico Greco sia praticamente impossibile non avere a che fare con gentaglia simile). Apparentemente dovrebbe essermi chiaro da che parte stare, quindi. Solo apparentemente, perché in questi giorni la faccenda greca mi si è rivelata per quello che è davvero: la possibilità di provare che quest’Unione Europea che difendo ogni giorno a parole è davvero qualcosa per cui vale la pena di ricevere gli sputazzi – metaforici e non – di grillini e feccia noeuro. Che è un progetto politico solido e non unicamente un club di ragionieri arcigni.

La crisi del debito sovrano in Europa ha di fatto cambiato la natura del discorso pubblico, ha cambiato le lenti con le quali leggiamo – o meglio, con le quali i media generalisti leggono per noi – la realtà. L’opposizione austerità-crescita, la dialettica, a volte molto aspra, tra le antiche tradizioni keynesiane di tanti membri UE e il rigorismo della Troika, la sovrapposizione (superficiale e spesso fallace) tra quest’ultimo e il pensiero liberista hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani dopo il 2008, con la grande crisi. Come accade anche a casa di ognuno di noi, si parla di soldi soprattutto quando i soldi mancano. Questa ventata di economicismo è stata senz’altro salutare perché ha spinto molti di noi semianalfabeti economici – magari dotati dei soli attrezzi, parecchio arrugginiti, della critica marxista – a leggere di mercati finanziari e a cercare di capire come funzionino. Personalmente non ci sono ancora riuscito, ma in compenso ho capito che forse ci siamo spinti troppo in là con le analisi puramente economiche, rischiando di diventare uomini a una dimensione (la coincidenza col titolo di Marcuse è, credetemi, puramente casuale). L’uomo a una dimensione guarda alla crisi greca con le lenti della microeconomia e gli schemi dell’etica di mercato – in fondo non così distanti dal senso comune: «i Greci devono pagare i buffi, perché se gliela facciamo passare liscia poi chi li sente gli Spagnoli? E se cominciamo a non far pagare i falliti, chi presterà più un centesimo a tassi ragionevoli? Ragazzi non scherziamo. I buffi si pagano!». Di come possano fare i Greci – parlo dei Greci in carne ed ossa, non di figure statistiche – a pagare i buffi, con un rapporto debito/pil del 175%, con i salari a picco e code sempre più lunghe alle mense dei poveri, l’uomo a una dimensione non si cura. Di una cosa si dovrebbe però curare almeno l’uomo a più dimensioni, e non mi sto riferendo soltanto alla questione umanitaria, ma al significato e alle conseguenze politiche della Grexit.

Per spiegare il mio punto di vista uso una metafora scolastica: l’Europa è una classe i cui alunni hanno un rendimento molto vario. Troviamo secchioni e zucconi – categorie sempre variabili nel tempo, come le storie scolastiche reali dimostrano sempre. «Se uno è zuccone è zuccone», pensa l’uomo a una dimensione. I paraocchi con cui guarda la realtà gli impediscono anche solo di ipotizzare che qualche colpa possa averla anche il professore. Il punto  è che l’Unione Europea deve punire gli zucconi ma non può lasciare indietro nessuno. Non può “bocciare”, perché se lo fa, contravviene al suo scopo statutario. Non solo. Se l’Unione abbandona la Grecia, compie un grossolano errore geopolitico, creando un failed state ai suoi confini. La Grecia, stando ai trattati sottoscritti, non può uscire direttamente dall’Euro, dovrebbe prima uscire dall’Unione. Ipotesi remota, ma non impossibile. Cosa potrebbe succedere se le banche greche rimanessero a secco e gli investitori di area UE troncassero ogni rapporto con Atene? La Grecia finirebbe, per così dire, all’asta. Per ora, discreti, arrivano i capitali cinesi (direttamente nelle banche, prima che nei porti). Ma immaginate la Grecia come una sorta di Transnistria mediterranea, un Montenegro all’ennesima potenza, o uno hub jihadista tornato dopo due secoli sotto l’influenza turca, o ancora – di questo abbiamo qualche avvisaglia – uno stato satellite a disposizione dello zar Putin. Fantapolitica, certo. Del resto, tutta la politica dall’89 in poi era fantapolitica, vista trent’anni prima.Non vi ho convinti? Ho viaggiato troppo con la fantasia? Va bene, immaginate una frazione minima di quello che ho elencato. Immaginate il fallimento dell’Euro a tredici anni dalla sua introduzione. Io credo che non possiamo permetterci nemmeno questo, a dispetto di ciò che pensano gli uomini a una dimensione.

Di cosa non ha bisogno la scienza/2

Questa volta me la prendo con l’altra parrocchia, con quelli che di scienza ne masticano ogni giorno e, curiosamente, passo da Andrea Inglese alla lingua inglese. Come diceva, quel tale? “Inglese, Informatica, Impresa”? Lo slogan suona piuttosto efficace, peccato che la sua interpretazione letterale sia fonte di qualche equivoco. La recente decisione del politecnico di Milano di tenere i corsi delle lauree magistrali unicamente in lingua inglese è una trovata in linea con lo stile di tanti nostri giovani rettori d’Università (Azzone è pure un ingegnere gestionale, un ottimizzatore di professione, figuriamoci). D’altronde, la competizione globale è diventata durissima: qualunque scalcagnato ateneo di provincia offre ormai la sua manciata di insegnamenti in inglese, per non parlare delle piccole università di Molvania o Sarkazzistan, che alla Scienza delle Costruzioni impartita in inglese aggiungono i loro impressionanti carichi di figa post-sovietica. Milano, coi suoi affitti e con le sue fighe di legno, che può fare per attirare l’aspirante ingegnere, se non fingersi Harvard? Le reazioni non sono mancate, dalla lettera firmata da numerosi docenti del Poli – sintomo per alcuni di pigrizia corporativa – al flusso della chiacchiera da blog, alla quale non mi sottraggo. Sempre più riciclone (sono per una produzione testuale sostenibile!), riporto un mio commento dal blog di Marco Campione:

Condivido pienamente il giudizio sulla nefasta influenza di Gentile sulla scuola italiana, non vedo però che c’entri con la sciocca proposta del Politecnico. L’idea dell’inglese come lingua unica sembra veramente un frutto del nostro peggior provincialismo. La ricerca avanzata in Italia parla già inglese da mezzo secolo e l’internazionalizzazione del settore scientifico di un Paese dipende dalla qualità della ricerca e delle pubblicazioni e (in ultima analisi) dal volume delle risorse impiegate, non dal fatto che un ingegnere faccia gli ultimi esami prima della laurea in inglese! Senza contare il fatto che, in un paese in cui il conflitto tra le ‘due culture’ permane molto forte, allontanare i tecnici e gli scienziati dall’uso dell’italiano – possibilmente di un buon italiano – sarebbe una mezza catastrofe. Non tutti finiranno al CERN, sapete, molti di loro andranno ad insegnare nelle nostre scuole (magari negli “ITIS Galileo” di cui parlava Paolini ieri sera). @Michela Cella: trovo un po’ avvilente che un insegnante la pensi come Lei. Un “inglese base”, parlicchiato da chi non si esprime bene nemmeno in italiano, quello sarebbe un bel risultato? Il Pulitzer (o il Premo Strega) non c’entrano nulla, forse che l’uso della lingua è dominio esclusivo degli scrittori? La lingua è la voce di tutti gli esseri umani ed è strumento di cittadinanza degli operai, dei fisici teorici, degli spazzini e dei professori di storia. Purtroppo, in questo nostro paesucolo, l’idea provincialissima e classista che si è ormai consolidata è quella per cui i “tecnici” lavorano coi numeri e con l’inglese, mentre i “politici” (cioè, tradizionalmente, l’esercito dei legulei) con la retorica barocca della lingua italiana. Tutti gli altri a belare. beeeh.

Professione di realismo

Che dire…come tutte le cose troppo a lungo attese, anche la fine del Caimano si è rivelata insoddisfacente.  Che si tratti o meno di una vera conclusione, manca del tutto l’aspetto catartico di un finale di film in cui il villain è giustamente punito per le sue malefatte, precipitando da un dirupo o finendo infilzato dal bompresso di una nave. Il punto è che in questo momento è la nave stessa a rischiare di inabissarsi. Certo, affogare storcendo il naso indignati può rappresentare una valida variante scenica. La lascio agli artisti e ai cognitari, e mi tengo il professor Monti e pure (stringendo bene i denti) Corrado sinonimo di vulva.

E’ probabile che non esistano governi puramente ‘tecnici’, assolutamente decolorati e privi di orientamenti ideologici. In questo caso prevale un certo cattolicesimo liberale lombardo che, se non altro, come è stato già fatto notare, porterà una certa sobrietà di costumi nei palazzi romani, dopo il troiaio berlusconiano.  Purtroppo in tutto ciò sembra eclissarsi (con grande soddisfazione degli stronzi di destra e di sinistra) quella cultura liberalsocialista o keynesiana che, per intenderci, era rappresentata tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi – altro ‘tecnico’ di grande caratura, e che fatica a trovare continuatori. Pazienza. I ministri di Monti rappresentano un buon campione dell’élite tecnocratica di questo paese, col suo mix di stagionati manager, legulei e funzionari dello Stato, tutti o quasi impegnati nella riproduzione della classe dirigente dalle cattedre in Bocconi, Cattolica e Luiss. Non ce li dobbiamo sposare, non dobbiamo sentirci rappresentati più di quanto non ci possiamo sentire rappresentati dal conducente del tram. E tuttavia, la logica rassicurante del “non potranno fare peggio degli altri” mi sembra l’unica da seguire in questo momento. Una questione di buon senso condivisa da Marco Revelli, che legge l’opzione Monti con acume e pacatezza (un solo appunto, a proposito del neoliberismo, e della causa che non può essere rimedio: i chicago boys e Von Mises non ci piacciono, d’accordo. Va detto però che gran parte dei mali d’Italia tra cui la sua vulnerabilità durante questa crisi non dipendono affatto dalle dottrine neoliberiste – o semplicemente liberiste – alla cui applicazione il “sistema Italia” è stato sempre refrattario).

C’è naturalmente chi recalcitra: I fascisti, ad esempio, fanno capoccetta. E’ il loro momento. L’ex ministra Meloni strappa gli applausi dei vecchi camerati al congresso de La Destra quando dice di non aver fatto politica per vent’anni per vedere un banchiere a palazzo Chigi.  Le banche, il denaro, l’usura poundiana, e via delirando. I residui più incazzati della sinistra c.d. antagonista si dedicano allo studio delle scie chimiche e della terra cava (magari assieme ai fascisti, perché no?), quelli più creativi al copywriting di nuovi simpatici slogan e loghi con kui dekorare tante belle t-shirt. Quello che l’ha presa peggio, tuttavia, impegnato in uno scomposto e infantile piagnisteo, è Giuliano Ferrara (Qui un commento di Peppino Caldarola). Orfano del Principe (che ignora le sue preghiere), Giulianone blatera di golpe fatto “usando lo spread”, di democrazia commissariata. Per un politicista puro, di antica scuola terzinternazionalista e poi craxiana, dev’essere dura da mandar giù, dovendo pure esporsi al rischio del ridicolo parlando di cose che ignora. Perché dalle sintetiche “analisi” che abbiamo ascoltato in questi giorni dalla sua bocca abbiamo capito che Giulianone non capisce un beneamato di economia, poverino. Ecco, costasse anche qualche lagrima e un po’ di sangue, li verserei volentieri pur di veder frignare (o meglio tacere), anche solo per qualche mese, queste machiavelliche teste di minchia.