Archivi tag: televisione

Umberto Eco 1932-2016

Léon-Foucault-pendolo-di-Foucault-800x540.jpg

Seguendo il consiglio di Riccardo Bocca, non mi improvviserò tuttologo e di certo non fingerò che Opera aperta o il Trattato di semiotica generale – testi che ho soltanto sfogliato o consultato, mai studiato davvero – siano stati per me fondamentali. Le sue opere narrative e, in misura minore, le sue raccolte di interventi e deliziosi divertissement raccolti nei diari minimi, però, un qualche segno sulla mia vita e soprattutto sul mio amore per la scrittura l’hanno lasciato davvero. Questo forse mi autorizza a parlarne senza essere semiologo, così come potrei parlare dei romanzi di Ian Fleming senza avere alcuna pregressa esperienza nell’MI6. Che dire dell’Eco narratore, quindi? Alcuni critici – Berardinelli tra gli altri – gli hanno rimproverato una certa programmatica furbizia. Ai suoi libri mancherebbero l’urgenza dell’autore e la spontaneità, sostituite dal calcolo, dall’accurata progettazione, tipicamente postmoderna, di una macchina-romanzo dotata di tutti i dispositivi necessari ad “uncinare” il lettore, per citare Alfio Squillaci, senza però che quell’uncino sembri attaccato ad un essere umano con le proprie inquietudini. A mio avviso non è così.

bocca.jpg

Tra le pieghe della fabula e la mole di materiali eruditi del Pendolo di Foucault, in particolare, emergono in modo commovente i rovelli esistenziali dell’uomo, prima che dello scrittore e del narratologo. Forse – è lo stesso protagonista, Casaubon, a ricordarlo – «occorre che un autore muoia perché il lettore si accorga della sua verità»? Non necessariamente. In ogni caso, personalmente ricordo di essermi riconosciuto nelle parole di Ferdinando Camon (riportate sulla quarta di copertina del tascabile): avevo anch’io «sospeso la vita» per finire Il Pendolo, completamente rapito. Cos’altro si dovrebbe chiedere ad un romanzo? La ricchezza di temi del Pendolo lascia ammirati ad ogni rilettura. L’ossessione complottista, i casi umani dell’industria editoriale, la Resistenza sfiorata, il riflusso degli anni Ottanta, le strane tribù raccolte attorno a certi testi, esoterici e non, una quantità e una qualità impressionante di spunti da seguire e di lacune da riempire. Ecco la grande qualità intertestuale di tutta la narrativa di Eco, densa di stimoli cui il lettore può liberamente rispondere, decidendo di godere del puro intreccio narrativo, o di piluccare da un’enciclopedia, o di attingere, in vari modi, direttamente alle fonti utilizzate dal ricercatore-romanziere. L’idea che si possano mettere assieme il giallo e le eresie cristiani medievali è del resto l’esito naturale dei trent’anni di studi che hanno preceduto l’esordio narrativo di Eco. In buona sostanza, uno degli assunti del lavoro dell’Eco studioso è che la “scienza dei segni” possa essere applicata allo studio dei materiali “bassi” e pop come a quelli “alti”. Naturale che la vicinanza di materiali tanto diversi sullo stesso tavolo autoptico porti ad una contaminazione reciproca in cui tutto si tiene e le vecchie gerarchie estetiche vacillano. Era del resto inevitabile che allo sviluppo della cultura di massa nel dopoguerra, dalla televisione monocanale  fino al web, corrispondessero una certa produzione teorica e il relativo intreccio tra neoavanguardia, accademia e industria culturale. A partire dagli anni Settanta, gli strumenti di Eco sono serviti a formare una nuova classe di professionisti dei media, spesso usciti dai DAMS di Bologna o di altri atenei e abituati a passare da Roscellino a Snoopy con grande disinvoltura. Il debito di riconoscenza nei confronti di Eco di pubblicitari, autori televisivi e “comunicatori” in genere è semplicemente incalcolabile. Paradossale – ma comprensibile – che qualcuno tra loro non sopporti l’inevitabile promiscuità nel discorso pubblico attorno a un personaggio che è stato sia accademico di rango che scrittore di best seller che commentatore politico. Si comprende ad esempio la frustrazione lancinante della signora che scrive di corna sulle rivistine della classe media, ridottasi a parlare di Eco sui social con degli sconosciuti “schiantati” che potrebbero anche non aver mai sentito nominare Charles S. Peirce. Si rassegni, Guia Soncini: alla fine della fiera, lei e noi semicolti facciamo parte delle stesse “legioni di imbecilli”.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

I Cesaroni e la meritocrazia

La questione è se e in che misura, nell’ambito dei prodotti culturali di massa, la legge della domanda e dell’offerta e (quindi) la macchina del marketing siano sempre in accordo col criterio meritocratico. La meritocrazia è riconosciuta a parole da tutti come uno degli ingredienti fondamentali della ricetta per far ripartire il Paese e, se ho capito bene, in un regime di meritocrazia, i migliori sono premiati. Per brevità e semplicità, escludo dal discorso l’editoria, ché altrimenti toccherebbe infilarci nel ginepraio di questioni come la scarsa attitudine alla lettura degli Italiani, il problema della trasmissione della cultura o – Dio ce ne scampi – quello dello statuto letterario dei testi. Lascerei stare anche l’arte contemporanea e il suo mercato, cui ho accennato altrove su questo blog. Mi riferisco quindi principalmente all’industria dell’intrattenimento (tele)visivo, della quale il cinema è ormai appendice sia sul piano estetico che su quello produttivo. Riassuntino:  la televisione commerciale – cioè tutta la televisione, compreso il cosiddetto “servizio pubblico” della TV di Stato – esiste per piazzare le merci attraverso la pubblicità. La TV è «quella cosa che succede tra uno spot e l’altro», e quello che succede tra uno spot e l’altro lo scrivono gli autori televisivi, di gran lunga i meglio retribuiti tra i laureati in materie umanistiche o in scemenze della comunicazione.

Sono troppo giovane per poter rimpiangere i programmi RAI degli anni ’60, e conoscendo un po’ la parabola della commedia all’italiana, non mi pare che il nostro cinema di consumo fosse proprio un modello di qualità. E tuttavia, un Totò costretto a girare dieci filmetti all’anno, scritti con la mano sinistra dai vari Metz e Marchesi, era pur sempre il Principe De Curtis, usato da alcuni dei nostri più grandi autori comici. No, è davvero difficile tentare paragoni tra il cinema del boom e la quantità enorme di spazzatura prodotta in funzione del mercato pubblicitario televisivo. A questo punto interviene generalmente qualcuno a ricordarmi che «ora c’è la Rete, i contenuti te li crei tu», «la tv è in declino, i giovani non la guardano», e che il mercato pubblicitario ha perso un terzo del fatturato in questi anni di crisi. Vero, ma dalla crisi prima o poi – in piedi o distesi – usciremo e non farei previsioni affrettate sulla morte della televisione. Personalmente non credo che la tv generalista potrà scomparire tanto presto. Al di là del fatto che siamo un paese di anziani, mi pare evidente che la visione contemporanea e condivisa (di una partita della Nazionale, di una serie televisiva, di un reality) sia uno degli elementi chiave della pubblicità, se parliamo di merci non individual-oriented, come il detersivo, il Parmigiano, le spugnette per togliere le croste dai fornelli. Esiste un tendenza alla cosiddetta “coda lunga“, ma ristretta alla sola industria culturale, e non so quanto destinata a prevalere. La stessa diffusione dei social network è alimentata dal bisogno/desiderio di condivisione dei giudizi su questo o quel prodotto di intrattenimento. Mi pare che l’hashtag #Cesaroni, ai primissimi posti nelle tendenze di Twitter (social prediletto dai salariati dell’industria culturale, peraltro) dica già tutto.

Si torna sempre all’adagio dei miliardi di mosche che, in fondo, «non possono essersi tutte sbagliate», e si torna a pensare con una certa tristezza al nostro declino anche nel campo delle storie raccontate sullo schermo, al fatto che in Italia da almeno vent’anni non si produca nulla di lontanissimamente paragonabile non dico alle tre serie di Heimat di Edgar Reitz (uno dei capolavori del cinema a cavallo del millennio, prodotto per la televisione, non senza problemi), ma nemmeno a certi ottimi prodotti HBO. Resta la domanda iniziale, la quale chiama altre domande che abbiamo fatto mille volte, e alle quali forse è meglio non rispondere, perché ne va del senso di tutta la baracca in cui viviamo da decenni: chi scrive per la televisione è soggetto o no alla meritocrazia? Il “merito” ha a che fare in sé con la qualità dei prodotti? La “qualità” è decisa sempre e unicamente dal pubblico? Quella tra l’autore della fiction immonda e l’inserzionista è lo stesso tra il manager e i suoi azionisti? È giusto che un ricercatore di biochimica impegnato nella sintesi di una molecola antitumorale possa guadagnare meno – molto, ma molto meno – di uno degli autori dei Cesaroni, in virtù del numero di contatti col potenziale compratore di spugnette per togliere le croste dai fornelli?

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org

Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Krautrock!

E la Merkel non c’entra nulla, stavolta. Ho scoperto – in ritardo, com’è mio solito – un bellissimo documentario della BBC sul fenomeno in oggetto. Che poi Krautrock non vuol dire nulla, è solo l’etichetta un po’ canzonatoria che i Brits appiccicarono al rock (?) tedesco degli anni ’70 – dal quale attinsero poi tanta di quella roba che l’ascoltatore distratto nemmeno si immagina. Detto per inciso, due delle mie band preferite in assoluto, i CAN e i Popol Vuh, fanno parte del lotto.

Non so perché, continuo a stupirmi dello straordinario livello della televisione pubblica britannica, un’azienda che produce documentari di qualità. Lo faceva anche la RAI, decenni fa, prima di diventare un clone della tv berlusconiana al servizio dei partiti (al servizio dei partiti lo è sempre stata, in realtà). Qualcosa di simile a Krautrock The rebirth of Germany lo si è visto alcune settimane fa nel pregevole La voce Stratos, trasmesso da Rai5 (NON prodotto, soltanto trasmesso, e ad ore antelucane, naturalmente). D’accordo, il krautrock è roba per nerd musicomani e cultori del pop come il sottoscritto, ma sono convinto che alcuni squarci sulla storia sociale della Germania postbellica saranno d’interesse anche per il lettore genericamente curioso. Buona visione.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,