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La parola comunista

Qualche giorno fa ho compiuto un sano – e per me raro – esercizio di autocontrollo che purtroppo oggi non riesco a replicare. Mi ero ripromesso di non parlare di Cesare Battisti e della lunga coda retorica dei nostri anni di piombo, di cui ho già scritto tutto quello che pensavo qui. Mi sono trattenuto di fronte a un Salvini gongolante per la cattura del «terrorista comunista», con quella maligna soddisfazione e quell’enfasi sull’aggettivo comunista che denotano tutta la bassezza morale di chi non potrà mai esprimere i valori della Repubblica, nemmeno con sessanta milioni di baciamano. Mi sono trattenuto, ma ho sperato che qualcuno, nel triste can can mediatico che non ho avuto lo stomaco di seguire con attenzione, avesse la prontezza di ricordare al ministro che anche Guido Rossa era un comunista. Era un operaio comunista e una brava persona, a differenza del dirottatore di navi, un tempo “comunista padano” per gioco. È vero che le parole possono essere pietre, ma spesso sono puro flatus vocis, privo di sostanza. Di Guido Rossa so con certezza che era un comunista e una brava persona. Di altri non so. Chi ieri a Genova ha offeso la sua memoria, attendendo forse da mesi il quarantennale dell’assassinio, si definisce probabilmente a sua volta “comunista”, ma certamente non è una brava persona. È una merda.

Potrei chiudere qui il pezzo, come un buongiornista qualsiasi in cerca di facili indignazioni e di qualche clic in più, potrei sperare nei cento euro del contest mensile qui su GSG. Suvvia, la mamma dei cretini, non diamogli corda, le destre strumentalizzano, maddai è solo una scritta sul muro. Sono tutte osservazioni più che valide. Si tratta in effetti «solo» di una scritta sul muro – un muro di salita Santa Brigida, che ho riconosciuto ancor prima ancora di leggere il titolo del TG – e il problema infatti non sta nella scritta, ma nella mano che l’ha tracciata, la mano di quella che io frettolosamente considero “una merda”. Il mio problema, il mio assillo è tutto qui: io potrei conoscere quella merda, non nel senso che sappia chi ha materialmente tirato fuori di tasca la bomboletta per scrivere «GUIDO ROSSA INFAME», proprio come i mafiosi, o la teppa degli ultrà, o le merde di ogni estrazione. No, purtroppo non conosco l’infame che ha insultato Guido Rossa, però nei miei quarant’anni di esistenza di merde simili ne ho incontrate davvero tante. Un numero sproporzionatamente grande, direi, anche per le mandrie universitarie in cui non mancano i cervelli mollicci naturalmente attratti dall’estremismo parolaio. Sbarbati ora bardudos ormai sulla via della canizie, cresciuti spesso e volentieri in grandi e belle case piene di libri, impegnati a scippare tutte le rabbie altrui e tutte le ingiustizie del mondo per poi pasticciarci, per giochicchiarci sperando così di occultare le proprie miserie, supplire alle proprie carenze affettive, colmare i propri vuoti, sfogare le proprie personalissime frustrazioni, vincere la noia. Questi ometti sarebbero comunisti proprio come Guido Rossa?

Flatus vocis. Se il filisteo prevalente e il grand’editorialista, suo rappresentante nei media, chiedono un giorno sì e l’altro anche di mettere una moratoria sull’uso della parola fascista, forse per timore che le differenze tra loro e i fascisti propriamente detti risultino irrilevanti, io chiedo la stessa cosa per la parola comunista. Berlinguer e Berija, Guido Rossa e l’anonima merda che lo ha insultato per iscritto in salita Santa Brigida non possono essere chiamati con lo stesso nome.

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Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

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La fine di Osama Bin Laden

Confesso di non essermi granché emozionato di fronte alla fine di OBL. La sensazione è un po’ quella che si prova alla notizia della morte di una vecchia gloria del cinema o del teatro, ritiratasi da anni, dimenticata dai più. Mi auguro che l’esecuzione sul posto operata dai Navy Seals serva almeno a far rieleggere Obama, perché non la metterei tra i migliori esempi di rispetto del Diritto.

Premesso che non piango certo per la fine dell’arciterrorista, e semmai rimpiango che ci siano voluti dieci anni e due guerre inutili per arrivare a questa conclusione, mi sembra che l’episodio riapra ancora una volta la questione, sia giuridica che politica, della differenza tra una guerra e un’operazione di polizia. Alcune domande restano aperte: che status aveva Bin Laden, al momento della sua ‘scoperta’? Criminale di guerra soggetto a mandato internazionale? Combattente di un’esercito nemico al quale si applicano determinate regole d’ingaggio (leggi: sparare a vista)? Rimango in definitiva perplesso di fronte a quella che mi sembra si possa definire un’esecuzione sommaria

Quella qui sopra è l’autocitazione di un’email che ho inviato all’esponente radicale Michele De Lucia. Mi interessa l’opinione dei Radicali, ai quali ho dato a volte il mio voto (e coi quali rispetto alle faccende economiche mi trovo spesso in disaccordo). Credo siano l’unico movimento che abbia a cuore il concetto di legalità in questo paese. E amo la rassegna stampa di Massimo Bordin, naturalmente. La sollecita risposta di De Lucia mi conferma che secondo lui sarebbe stata auspicabile una cattura seguita da un processo.

E su Repubblica, anche il giurista Antonio Cassese, di sicuro più titolato del sottoscritto, solleva importanti obiezioni su quanto accaduto:

La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi.

Anzitutto nell`ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c`è guerra, né internazionale né civile; l`azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell`ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario.Delresto, ancheinunaguerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo dibattaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato.

Il resto dell’articolo lo trovate nella rassegna stampa del nostro beneamato governo.

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Impunito

Esule/rifugiato politico. La nostra lingua non è poi così ricca se dobbiamo mettere nella stessa categoria Battisti e i fratelli Rosselli. Dico, Cesare Battisti e Carlo Rosselli. Ma d’altronde questo è proprio il momento delle grandi ammucchiate: Battisti, Bettino, Carlo Rosselli, tutti quanti assieme (non) appassionatamente.

Dovrà almeno passare il Carnevale perché il Tribunale Supremo Federale del Brasile si pronunci sulla richiesta di scarcerazione del rifugiato politico Battisti, presentata dai suoi legali e sulla rinnovata richiesta di estradizione, presentata dallo Stato Italiano. In un paese senza memoria e fatto a pezzi dal berlusconismo, la riapertura del capitolo ‘anni di piombo’ riesce ancora a surriscaldare gli animi come pochi altri temi, a dimostrazione di quanto gli anni ’70 non passino mai di moda.
Riconosco di nutrire un pregiudizio insuperabile nei confronti di Cesare Battisti. Qualcosa che non ha molto a che fare con la ‘politica’. Non mi piace la sua faccia, ecco. Una faccia di cazzo, come ebbe a dire l’anno scorso Fulvio Abbate. Una faccia da impunito. Ma sono più gli effetti del surriscaldamento di cui sopra ad interessarmi. Quello che la vicenda Battisti tira fuori dalle persone che la osservano e la commentano, la loro visione del mondo.
A ridosso della decisione di Lula, in Italia si sono ricomposti i due fronti della polemica, che avranno ancora modo di scontrarsi nei prossimi mesi. Da una parte una larga maggioranza ‘bipartisan’ schierata naturalmente per l’estradizione. Il Sistema della liberaldemocrazia che il terrorismo ha sfidato, lo Stato monopolista della violenza, con i suoi rappresentanti, assieme all’area della fascisteria più o meno ripulita – gente che non abbiamo mai visto stracciarsi le vesti di fronte alla serena permanenza giapponese dello stragista Delfo Zorzi, per dirne una. Si è sentito ovviamente di tutto, dalla sacrosanta rabbia dei parenti delle vittime alle bouta(na)de dei soliti berluscones (“boicottiamo il Brasile!”) subito smentite.
Dall’altra parte, i resti e le filiazioni di ciò che stava a sinistra del PCI. In sostanza, i bersagli diretti o indiretti della legislazione d’emergenza di quegli anni. La maggior parte di loro cova da allora un forte risentimento verso la magistratura, la quale fu almeno in parte – ai tempi del cosiddetto teorema Calogero – strumento di un regolamento di conti tutto interno alla sinistra. Conti non ancora del tutto regolati, come dimostrano certe odierne contrapposizioni.
Nel ’77  il Partito Comunista più grande dell’Europa Occidentale, a pochi passi dalla stanza dei bottoni, si scontrò con l’arcipelago variegato dei movimenti, da cui era germogliata anche la componente della lotta armata, altrettanto varia nelle sue ramificazioni. Nell’infinita proliferazione di gruppi, gruppetti, partitini armati, ognuno con la sua brava sigla, occupavano un posticino rispettabile anche i Proletari Armati per il Comunismo di Arrigo Cavallina, un signore che dopo dodici anni di galera è oggi attivo nel volontariato cattolico a Verona. Il corredo ideologico dei PAC era uno dei tanti sottoprodotti della sconfitta operaia: la pantomima di una rivoluzione impossibile finiva allora di consumarsi nel disperato tentativo di trasformarla in rivolta permanente. Una parte dei teorici dello scontro armato, di fronte alle micce bagnate del proletariato tradizionale, pensò che i combattenti adatti a quel frangente fossero da cercare nelle nuove e vecchie marginalità, nella delinquenza comune, nella teppa, tra quelli che lo Stato aveva già represso. Insomma, più di qualcuno (oltre ai PAC vanno ricordati i NAP) andava a raccattare i militanti in galera. Cesare Battisti era appunto uno di quei nuovi militanti che venivano dalla strada passando per il carcere. Un ragazzaccio dall’adolescenza difficile, si direbbe. Qualche rapina, una denuncia per atti osceni, un primo soggiorno in carcere. Lì Cesare incontra appunto Arrigo Cavallina (qui intervistato da «Il Giornale»), che lo rende edotto sul suo ruolo di rappresentante in armi del proletariato. Uscito di galera, Cesare inizia a girare con la pistola in tasca e l’invisibile divisa di rivoluzionario addosso. Quando poi l’esperienza dei PAC si conclude con gli arresti e i processi, ai quali non sfuggono i suoi compagni, riesce a darsi alla fuga. La dottrina Mitterand (qui descritta con sintesi efficace da Miguel Gotor) viene in suo soccorso. Per quindici anni Battisti gode delle garanzie dello stato Francese. Diventa uno scrittore di successo, scrive romanzi gialli, frequenta i salotti letterari e si rifà una vita.

Su Cesare Battisti il giallista non posso dire nulla: non ho letto i suoi libri. Sembra vadano molto bene in Francia e tra i suoi sostenitori, a vario titolo e in varia misura, si contano alcuni dei nomi più noti della gauche caviar parigina. Paese dall’ampio abbraccio, la Francia. Ha accolto tanto i terroristi in fuga dalle condanne quanto i rampolli degli industriali spediti al sicuro al di là delle Alpi. Tra i primi, Cesare Battisti, tra i secondi, Carla Bruni-Tedeschi, figlia del re della gomma, Alberto, riparata lì assieme alla famiglia. Nei suoi caffè e nelle sue università Parigi accoglieva tutti, difensori e demolitori dello status quo. Tra i tanti interventi all’epoca della concessa estradizione dalla Francia nel 2004, merita di essere segnalato quello di Daniel Pennac. Delle storie di Benjamin Malaussene, di Mo il Mossi e degli altri abitanti di Belleville non ricordo più molto, se non che mi sono stati simpatici dalle prime pagine. Ricordo anche Come un romanzo, che contiene il decalogo degli ‘imprescindibili diritti del lettore’, come quello di poter abbandonare un libro senza alcun senso di colpa. Nella sua lettera a Battisti dalle pagine di «Le Monde», Pennac si esprimeva così:

Il 10 luglio 1880, nove anni dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di trentamila morti!), i condannati furono graziati e amnistiati. E’ il 2004, i fatti che le sono attribuiti risalgono a quasi trent’anni fa ed eccola di nuovo gettato in galera, tradito dal paese che le aveva garantito rifugio e consegnato a quello che le rifiuta il perdono.

Mentre riflettevo sull’incongruo parallelo con la Comune di Parigi, mi sono ricordato di quel diritto a non finire un libro. La ricaduta etica di quel diritto mi  è apparsa subito chiara, se riferita al vissuto di Battisti. Uno che ad un certo punto ha buttato via il libro che aveva aperto, senza finire di leggerlo. Cioè senza affrontare le estreme conseguenze delle sue scelte. Questo mentre tanti altri protagonisti della lotta armata sono arrivati al fondo della loro esperienza, pagando i loro conti con la giustizia e in diversi casi riacquistando una voce nel dibattito pubblico (Renato Curcio ha fondato una casa editrice e si occupa di ricerca sociale e Sergio D’Elia è stato parlamentare radicale, tanto per fare due nomi). Certo in questo caso si parla dell’esecuzione materiale di omicidi e dei conseguenti ergastoli, mica di roba condonabile come una verandina abusiva o una banda armata senza morti sul groppone.

Ripercorrere la vicenda giudiziaria di Battisti non è semplicissimo, partendo da quel poco che la stampa di ogni tendenza ha pubblicato. Anche i più accalorati difensori italiani – Valerio Evangelisti, Wu Ming e i soci di Carmilla – mi sembrano affidarsi più alla retorica moralistica e identitaria (noi buoni loro cattivi) che non agli argomenti fattuali. Più che le reprimende sui pentiti e i confronti tra le nefandezze del Potere e l’esistenza dell’ingenuo proletario Battisti avrei preferito uno straccio di citazione delle ‘carte’ processuali. Pazienza.
Restando ai fatti, Battisti viene condannato in contumacia all’ergastolo per una serie di omicidi e rapine compiuti nel corso del ’78 e del ’79. Chi scrive allora era un poppante che abitava le regioni in cui i PAC mettevano in pratica il loro delirante concetto di giustizia proletaria. Il Nordest, giusto un attimo prima di diventare Il Ricco Nordest, pasciuto e addormentato, mosso solo da qualche sussulto autonomista, era allora terreno di battaglia per il terrorismo di ogni colore.
In quei due anni, stando alle sentenze, Battisti avrebbe sparato a due poliziotti, Andrea Campagna e Antonio Santoro, avrebbe fatto il palo durante l’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio veneziano, e avrebbe deciso assieme ai suoi compagni l’uccisione di Pierluigi Torregiani, un gioielliere milanese, senza parteciparvi materialmente. Responsabilità diretta in due casi, corresponsabilità materiale e ‘co-ideazione’ negli altri due.
La sua linea di difesa si basa sull’inconsistenza del dispositivo probatorio, cioè sul fatto che la sua colpevolezza sia quasi unicamente legata alle dichiarazioni di alcuni militanti dissociati e a quelle estorte con la tortura (per la precisione con il waterboarding, per chi è interessato a questo genere di particolari). Battisti si proclama innocente su tutta la linea. L’hanno incastrato gli infami prezzolati dai giudici comunisti come Spataro, dice Battisti (che ricorda un po’ quell’altro, l’amico dell’esule Bettino, n’est-ce pas?), e poi c’era la guerra civile e  la repressione poliziesca al di fuori di ogni regola democratica ecc. E’ vero, quello che successe in quegli anni nel Paese non è qualcosa di cui in una democrazia si dovrebbe andar fieri. Dalla legge Reale del ’75 a quella Cossiga del ’79, fino ai primi anni ottanta, le sospensioni dei diritti costituzionali furono maledettamente frequenti. Anche di quell’assaggio di stato di polizia dobbiamo ringraziare i ragazzini con le mitragliette e i loro maestri.
Qualunque sia la verità. proprio in virtù della necessità – contraria al decalogo di Pennac – di ‘finire il libro’, e chiuderlo una volta per tutte, io credo che Battisti debba confrontarsi con la giustizia italiana, con tutto ciò che questo comporta per la sua persona. E chi lo difende dovrebbe difenderlo qui, anziché pagargli il biglietto aereo per qualche puerto escondido. O almeno riflettere sulle conseguenze possibili del proprio atteggiamento: chi crede che non sia possibile far valere la propria innocenza in un tribunale italiano oggi avrebbe tutti i motivi per prendere le armi e sollevarsi contro lo Stato. (In alternativa, diventare Presidente del Consiglio e cambiare la Legge a proprio uso e consumo. Sovversione o eversione. Una delle due eventualità si è già presentata.)
Si suppone che chi scelse la via delle armi contro lo Stato fosse ben consapevole dei rischi a cui si esponeva. Il rischio di morire ammazzati, innanzitutto. E il rischio di perdere la libertà. Molti hanno accettato con coraggio le conseguenze delle proprie scelte. Anche le conseguenze ingiuste, o ritenute tali. Altri no. Insomma, salta agli occhi la differenza umana tra un Sofri e un Battisti. “Che fai, pure tu il moralista?”. Sì, ma non solo. In realtà mi lasciano sempre perplesso i riferimenti, così gesuitici, al pentimento, anche nella sua definizione più tecnico-giuridica di ‘dissociazione’. Vorrei una giustizia che recuperi e non punisca soltanto. Ma il recupero passa per la riconciliazione e l’accettare di venir giudicati dal proprio vecchio nemico è la condizione necessaria per ogni riconciliazione. “Ma sono passati così tanti anni!”. Certo, per chi non crede all’utilità dell’istituzione carceraria l’autorecupero, chiamiamolo così, di Battisti, che ha smesso di fare il pistolero, è diventato uno scrittore di successo, ha una bella famiglia e tanti amici famosi e intelligenti, potrebbe essere più che sufficiente. Nemmeno io credo che il carcere serva a qualcosa. Non vedo però che cosa dovrebbe distinguere Battisti dalle decine di migliaia di carcerati per reati ‘comuni’, se colpevole, o dal numero imprecisato di vittime di errori giudiziari, se innocente. Dovrebbe forse contare l’appartenenza alla sua setta di invasati, autonominatisi rappresentanti del Popolo e giustizieri in suo nome? O quella alla categoria degli scrittori? Per quanto mi riguarda, l’unica cosa a contare è la responsabilità personale dell’individuo. Le condanne o le assoluzioni collettive fanno parte di culture totalitarie che mi schifano alquanto.
Ma sorvoliamo pure sulle scelte personali del fuggiasco. In fondo nessuna bestia, a quattro o a due zampe, si fa mettere volentieri in gabbia. Se ci ingabbiano, tentiamo di fuggire. Non è quindi la fuga in sé ad esser degna di riflessione. Magari in un romanzo, chissà. Le domande che rimangono aperte sono quelle relative alla straordinaria mobilitazione dell’intelligentsia di sinistra in sua difesa. Uno si domanda quante e quali siano le motivazioni di quegli intellettuali. E’ semplicemente garantismo da “sinceri democratici”, rivolto alle vicende di una democrazia debole e malata come quella italiana? E’ la fascinazione romantica gauchiste per la figura del guerrigliero? O il desiderio di concretizzare il proprio impegno attraverso la protezione di un (sedicente) antifascista? (I Rosselli ammazzati, Battisti libero e autore di gialli: com’è vero che la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa).  E’ forse una sorta di senso di colpa, o di  inconfessabile debito di riconoscenza, verso chi a suo tempo prese le armi, immolandosi al posto loro? E’ un atteggiamento frutto della complicata e costante attività proiettiva dell’intellettuale, che di volta in volta individua un capro/pollo da sacrificare? In questo caso si tratta di uno “sbandato, un teppistello”, come lo definiscono i neoepici di Carmilla. Trent’anni fa poteva servire a mettere in pratica la rivolta permanente, oggi a rivendicare la propria esistenza – a sé stessi in primo luogo. Da parte di francesi e brasiliani non trascurerei, infine, una certa dose di ignoranza, come ci ricorda il giornalista brasiliano Mino Carta. Forse è ancora un problema di proiezione da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle una dittatura militare e confonde gli assassini in fuga con i perseguitati politici.


Com’è piena di paradossi la realtà.
I PAC assassinarono il poliziotto Andrea Campagna perché questi avrebbe partecipato ai pestaggi subiti da alcuni militanti arrestati. E Battisti ha vissuto protetto in un paese nelle cui celle si può fare la fine di Daniele Franceschi (analoga a quella di Stefano Cucchi), il cui caso non sembra aver provocato grandi appelli da parte della gauche caviar e della sua portavoce preferita. In risposta ad una lettera della madre di Franceschi, arrestata per “vilipendio alle istituzioni francesi”, Carlà si è limitata a dichiarare la piena fiducia nella Giustizia del suo paese d’adozione. Grazie, Carlà. Altro paradosso: i PAC assassinarono Torreggiani perché si era fatto giustizia da sé. Ora Battisti è considerato rifugiato politico da un paese in cui gli squadroni della morte agiscono più o meno indisturbati nelle favelas per fare ‘pulizia’. Tutto questo senza dimenticare che la Francia è patria dei diritti dell’Uomo, e in Brasile governa un partito di sinistra, il PT di Lula e di Dilma Roussef. Com’è complicata la realtà.

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