E’ tutto finito

paolinizalone

Mi hanno detto che di teatro o di cinema d’autore non si campa. Non è quindi uno scandalo fare anche altro: gli spot del detersivo, Un posto al sole, la comparsata nelle trasmissioni comiche, ecc. Lo si è sempre fatto. Quando uno è giovane, è una necessità alimentare. Quando uno è già affermato, può servire a raccogliere risorse per nuove produzioni. Che c’è di male nell’attingere agli straordinari incassi di una commediola? Tutto giusto, tutto condivisibile. E allora come mai mi sento soffocare?

Nel film c’è un suo cameo alla Hitchcock.
«Si appaio trenta secondi all’uscita dalla scuola elementare, con mio figlio più piccolo. E la scuola si chiama come mia moglie, Margherita Ricci».

Invece l’aspirapolvere come la figlia di Zalone, Gaia. Questo film è un «people placement»!
«Quella scuola è particolare perché nella realtà è la sede la facoltà di Scienze politiche di Padova, presso cui insegnava il professore Toni Negri, autore di un libro straordinario come Arte e Moltitudine. Il mio è stato un piccolo tributo al professore».

(dall’intervista di «Vanity Fair» a Gennaro Nunziante, regista di Sole a Catinelle)

Il post-operaista paraculo no, non lo posso sopportare.

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?

Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

Wu Ming e la macchina di papà

[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E’ uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo.] (Wu Ming 1, 2011)

E’ di questi giorni il post di Raffaele Ventura su Eschaton a proposito di un intervento del Molto Onolevole Lobelto Bui (Wu Ming 1), sul “feticismo della merce digitale”. Nel dibattito che segue compare inevitabilmente il nome di Toni Negri e si fa cenno ai legami in via di allentamento tra il postoperaismo e le posizioni dei wuminghi. Che sia tempo di qualche bilancio? Io credo di sì.
In termini grossolani ma non troppo, il nocciolo antico dell’operaismo negriano (e del primo Tronti) consiste in un totale rovesciamento di prospettiva, per cui sarebbe lo sviluppo del Capitale ad essere determinato dalla classe operaia, e non viceversa. A partire da questo soggettivismo radicale è facile cadere preda di allucinazioni. Ecco quindi che le sconfitte operaie sono state lette come vittorie – “abbiamo [?] distrutto la Fabbrica”, dirà Negri. In questo quadro il Capitale è di volta in volta costretto a confrontarsi con un nuovo soggetto sociale antagonista, che sostituisce il precedente: operaio massa, operaio sociale, cognitario, eccetera.
Una narrazione di questo tipo fonda necessariamente il suo lessico su Marx. Per potersi però distinguere dai competitor più odiati di sempre (il movimento operaio secondterzequartinternazionalista, gli “ortodossi” e in particolare il Piccì), gli operaisti si sono rivolti a testi lontani dalla vulgata, a chicche marxiane come i Grundrisse, con il famigerato Frammento sulle macchine, o al capitolo sesto inedito del libro primo del Capitale. Come si fa per mangiare un pesce? Lo si pulisce. Ecco, operando un altro rovesciamento (oh, quanto ci piace), anziché buttare i visceri e tenere la ciccia, facciamo l’incontrario. Ci teniamo le interiora del pesciolone Marx e le cuciniamo. Del sapore originario, nel corso degli anni continuamente ricucinato in salsa francese (la cucina molecolare di Gilles Deleuze) e servito da personale ammarigano (il cameriere Hardt), è rimasto ben poco, ma va bene così.
Nel frattempo le fabbriche sono scomparse sul serio dall’orizzonte sociopolitico dell’Occidente, e la Rete sta al centro di tutte le economie sviluppate. Qualcuno deve aver pensato: Il Piccì infame ha stroncato l’Autonomia? l’Autonomia fotte tutti coi PC. Ve-ve-vendetta!
Ricordo un’intervista a Toni Negri nella quale il Nostro parlava del “grafico informatico che chiede il software libero“, citandolo tra le figure emblematiche del nuovo proletariato cognitivo, al centro dell’economia dell’immateriale, eccetera. Un po’ come quei nonni che imparano ad usare l’e-mail, Negri ispira tenerezza (purché non sorrida, ovvio).
Di chi parla Negri? Chi è stato protagonista e fruitore principale di quella narrazione, tra la fine dello scorso millennio e l’inizio di questo? A partire dalla coda dell’Autonomia, attraverso i collettivi antimperialisti attivi negli anni ’80 e l’esperienza dei centri sociali (a Nordest in particolare), fino alle avventure editoriali di Wu Ming, si forma un soggetto abbastanza ben definito socialmente ma abbastanza indefinito politicamente da non poter essere rappresentato. E infatti si rappresenta da sé – attraverso formule spettacolari dotate di una loro efficacia, e produce pure da sé (in questo forse sta l’illusione del Comunismo che è già qui) i propri manufatti culturali, trascendendo la categoria tradizionale dell’intellettuale. Si tratta di scrittori-attivisti, artisti-attivisti, curatori-attivisti, architetti-attivisti, filmaker-attivisti, in larga parte giovani borghesi aventi pieno accesso alle stanze dell’industria culturale.
Questa moltitudine di ragazzi diventati grandi si è accorta da qualche tempo di non aver più bisogno di maestri, e d’altronde Negri appare piuttosto stanco da un punto di vista teorico. Il professore non è più da lungo tempo un cantore dell’insurrezione. Oggi alterna generiche tirate sullo sfruttamento a riflessioni su lavoro “cooperativo” e general intellect – che avrebbero reso comunista il capitalismo globale –  con qualche apertura minimalista alla “socialdemocrazia”, addirittura. E’ arrivato quindi il momento di una presa di distanza da parte di alcuni esponenti di punta di quell’area che parla il postoperaiese.

Il punto è che questo momento edipico, già di suo non così deciso, si risolve in un pasticcio tremendo.
Deluso dalla cyberutopia e dal mancato avverarsi della profezia negriana sul Comunismo-che-è-già-qui, Wu Ming 1 tenta la via dell’emancipazione. Basta con le interpretazioni forzate e le formule incantatorie, basta pugnette, torniamo alla sostanza delle cose!
L’articolo si apre con l’annuncio di una scoperta: l’industria informatica e l’e-commerce possiedono una componente ‘hard’ di produzione materiale (che non è scomparsa!), in cui si compie lo sfruttamente del lavoro. I magazzinieri di Amazon, i minatori che si ammazzano per il Litio o il Coltan, “soccia ragassi, ma questi sono sfruttati per davvero!!!”
Il resto è una tardiva (ri)scoperta di Marx, in una sorta di esposizione divulgativa, apparentemente ad uso dell’utonto medio digitalconnesso. Tutto qui? Eh no, perché almeno un mortaretto, di quelli che si fanno scoppiare durante le feste patronali dei “deleuziani di rito negriano”, bisogna tirarlo fuori. Serve un’ultima formula incantatoria, o almeno un qualche tipo di disvelamento. Eccolo qui, il disvelamento: apprendiamo grazie a Wu Ming 1 che persino l’attività di cazzeggio su fessbook – certo, sbirciare i profili delle tipe o condividere le foto dei bagni al mare – rappresenta una forma di pluslavoro. Nientemeno.

“Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori.”

Uhm. Domanda da ingenuo lettore di Marx: ma se fessbook rappresenta il pluslavoro, da che cosa sarebbe rappresentato il lavoro necessario, al quale il primo concetto è legato? Rimanendo nella stessa sfera della “produzione” dei social network, che si fa? Consideriamo le prime due ore di cazzeggio come lavoro necessario, e il resto come “pluslavoro”? No, “è tutto pluslavoro, perché non si viene pagati”, dice Bui. Non importa. Nella chiusa Wu Ming – com’è giusto, trattandosi di scrittore-attivista – immagina, prefigura, auspica una saldatura delle lotte degli operai che assemblano i computer in Cina con quelle portate avanti da questi ragassi qui.

Lobelto Bui mi ispira simpatia e tenerezza. La tenerezza che a volte (quando non sorride) mi ispira il vecchio Negri. Perché scavalcando Negri per tornare a Marx, Wu Ming sta per così dire prendendo il macchinone di papà.

Sorge però il dubbio che il Marx citato non sia Karl, ma Louis.