Dove andrà il Labour di Corbyn? Intervista con Lazzaro Pietragnoli

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Per capire qualcosa in più della vittoria di Jeremy Corbyn senza correre il rischio di sovrapporre alla realtà della Sinistra britannica quella della Sinistra italiana, ho pensato di rivolgere alcune domande a qualcuno che le conosce bene entrambe, e dal loro interno. Passato dal Comune di Venezia al popoloso boroughLondinese di Camden – del quale è stato anche sindaco – e dai DS al Partito Laburista, Lazzaro Pietragnoli è senz’altro la persona adatta.

Sembrava che il ciclo del blairismo si fosse già concluso con l’elezione di Ed Miliband. L’avvento di Corbyn rappresenta però qualcosa di molto più radicale, una decisa svolta a sinistra che in queste ore viene associata a vari fattori – il peso dei voti del sindacato determinato dal nuovo strumento delle «primarie», la reazione alla politica economica di Cameron, l’ingresso di una nuova generazione di iscritti al partito cresciuti nella precarietà e finora non rappresentati, le stesse (forse troppo) rapide dimissioni di Miliband. A tuo avviso, quali sono state le ragioni principali della vittoria di Corbyn?

«Corbyn è stato capace di interpretare il bisogno di cambiamento dell’elettorato laburista. Guardando il risultato elettorale si vede che la vittoria di Corbyn è stata netta in tutte le tre diverse componenti del collegio elettorale (iscritti, affiliati e supporters) e quindi ogni speculazione su possibili infiltrazioni mi pare fuori luogo.
Corbyn ha fatto leva sul bisogno di idealità e valori che molti degli iscritti laburisti (vecchi e nuovi) chiedevano, in contrapposizione ad una politica che da molti è vista solo solo tattica e compromessi. La sua storia personale, la sua capacità retorica, la sua schiettezza hanno fatto il resto, facendo apparire gli altri tre candidati come una pallida fotocopia del vecchio, già visto, privo di entusiasmo.
Non è una novità per il Labour una spinta introversa alla ricerca della propria identità nel momento in cui si perdono le elezioni (era successo lo stesso alla fine degli anni ’70) ma la cosa che davvero mi ha stupito è stato vedere come 13 anni di governo laburista siano considerati da molti come una parentesi da cancellare, un brutto ricordo che è meglio dimenticare».

Alcuni tra gli osservatori più sospettosi vedono l’elezione di Corbyn come una sorta di ragionata operazione di sabotaggio del Labour. Al di là del caso dei «Tories for Corbyn», che può far sorridere, pensi che il nuovo sistema per la scelta del leader rischi di consentire scalate strumentali del partito? (E aggiungo: il Partito Democratico in Italia non ha un problema analogo con le proprie primarie?)

«Qualsiasi scelta di ampliamento della base elettiva per il leader (o ogni altra candidatura) inevitabilmente prevede una possibilità di infiltrazioni, anche se come dicevo prima in questo caso anche tra gli iscritti al Labour la linea Corbyn è prevalsa). Ma ampliare la base elettorale è lo scopo preciso delle primarie: secondo me i vantaggi di un maggiore coinvolgimento degli elettori nelle scelte del partito bilanciano ampiamente i rischio di infiltrazioni. Le regole di queste primarie erano state volute proprio dalla componente modernizzatrice del Labour per dare più voce agli elettori, in contrapposizione ai sindacati (che con le regole precedenti rappresentavano un terzo del collegio elettorale): quello che purtroppo non è stato capito è che gli elettori singoli non si iscrivono per eleggere il leader a meno che non ci sia una organizzazione che li invita a farlo, e per questo motivo poi molte organizzazioni sindacali hanno fatto iscrivere i loro aderenti per sostenmere Corbyn.
L’altro errore che è stato fatto è quello di non aver chiuso le iscrizioni nel momento in cui si presentavano le candidature (come si usava fare in passato), ma aver lasciato ai candidati la possibilità di reclutare iscritti e simpatizzanti fino a pochi giorni dal voto».

Siamo in molti, nel centrosinistra italiano, ad invidiare l’inclusività del Labour, un partito in grado di contenere uno spettro di posizioni molto ampio mantenendo una sostanziale unità, fatta eccezione per alcuni casi specifici, come durante il violento dibattito sull’intervento militare in Iraq. Un personaggio discutibile come George Galloway (espulso nel 2003) ha già dichiarato che con Corbyn potrebbe tornare ad iscriversi al partito. Temi che il Labour possa venire egemonizzato dai massimalisti? E sarebbe possibile oggi una scissione cone quella che nell’81 portò alla formazione del Partito Socialdemocratico?

«L’unità interna del Labour è garantita in parte dal sistema elettorale uninominale (e dalla cultura uninominale che ne consegue) e in parte dalla struttura fortemente verticistica. La sinistra italiana invece ha una cultura proporzionale (anche quando adotta un sistema elettorale maggioritario) e una insofferenza per i leader. Sicuramente ci possono essere rischi di una deriva massimalista del partito, anche se le prime mosse di Corbyn mi pare che vadano nella direzione dell’inclusione e del rispetto delle diverse articolazioni del partito: la nomina del governo ombra ad esempio, prevede la conferma di un europeista convinto, pro-Nato, uno che ancora difende la scelta di andare in Iraq nel 2003 come Hilary Benn agli esteri e la nomina di Maria Eagle alla difesa, deputata che ha votato a favore del rinnovo delle armi atomiche. Ecco, non so se si tratti di reale apertura o di tattica per rassicurare il partito e l’opinione pubblica, ma mi pare che queste nomine non possano certo lasciar dire che il partito è in mano alla sinistra estrema.
Seppure alcuni membri dell’ala modernizzatrice del Labour abbiano rifiutato di entrare nel governo ombra, mi pare che al momento rischi di scissioni non ce ne siano».

Tra i temi chiave dello scontro interno nell’Old Labour vi era quello dell’integrazione europea dell’UK (che portò un europeista come Roy Jenkins ad abbandonare il partito e a fondare appunto il SDP). Corbyn nel ’75 votò contro l’ingresso nella CEE, ma in tempi più recenti le sue posizioni sono cambiate e soltanto poche settimane fa ha dichiarato che nel prossimo referendum voterà sì. Lo consideri il leader adatto a combattere l’euroscetticismo britannico, almeno nel campo della sinistra?

«Il problema della Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unone Europea) è la questione che definirà la politica inglese nei prossimi anni. Corbyn è tradizionalmente un euro-tiepido, e aveva cominciato la sua campagna per la leadership su posizioni favorevoli all’uscita. Ora ha cambiato leggermente il suo atteggiamento e dichiara che se l’esito delle negoziazioni del governo non sarà sfavorevole per i lavoratori e le classi meno abbienti, allora il Labour farà campagna per rimanere.
Non si tratta certo di una posizione che aiuta a diffondere una mentalità pro-europea. Va aggiunto, ad essere sinceri, che sull’europa la sinistra è molto in difficoltà (e non solo in Gran Bretagna) – il fallimento di una visione sociale europea, la netta prevalenza di logioche di mercato, una situazione ceonomica stagnante, la crisi dei profughi non aiutano certo a promuovere quell’idea di integrazione europea che faccia appeal ad un elettorato di sinistra».

In risposta ai critici che lo accusano di sostenere posizioni della c.d. Sinistra radicale, Corbyn sostiene che, se fosse tedesco, sarebbe semplicemente un socialdemocratico. Di fatto, però, un leader della SPD non si riferirebbe mai ad Hamas ed Hezbollah come «ai nostri amici», né tantomeno si accompagnerebbe a negazionisti ed antisemiti. Secondo te, perché la difesa del Welfare State in alcune tradizioini politiche europee si sposa automaticamente al vecchio antimperialismo, all’odio per gli USA e per Israele?

«Le posizioni manichee di Corbyn in politica estera (Israele, ma anche la Russia) sono sinceramente molto difficili da spiegare e da sostenere. L’anti-americanismo è purtroppo una parte fondante dell’identità di una certa sinistra estrema: e si che ci sono stati Kennedy, Clinton, Obama. Questo fa ancora più effetto in Gran Bretagna, dove comunque la special relationship con gli USA ha sempre prevalso sul colore politico dei rispettivi governi. Comunque sono sicuro che alcune posizioni di Corbyn e un certo linguaggio si addolciranno con la responsabilità di leader».

Tu hai sostenuto Liz Kendall, che i commentatori italiani hanno sbrigativamente definito “blairiana”. In realtà le posizioni interne al Labour sembrano essere più complesse dei nostri facili schematismi. Ha senso parlare di “blairismo senza Blair”, e in che cosa i riformisti un tempo affascinati dalla Terza Via si sono evoluti rispetto agli anni ’90?

«Liz era l’unica dei quattro candidati leader che si poneva con convinzione e determinazione l’obiettivo di presentare un programma credibile che permettesse al Labour di vincere le elezioni, un programma non fotocopia di quello degli anni ’90 perchè tutti siamo consapevoli che quella fase si è chiusa, ma che si ispirasse alla stessa visione pragmatica, una visione in cui stato e mercato sono visti come complementari e non come antagonisti, in cui lo sviluppo e la crescita economica della società nel suo insieme sono visti come condizione necessaria per una redistribuzione della ricchezza.
Il blairismo è finito con Blair, la Terza Via invece rimane una filosofia politica non solo attuale ma fondamentale come base per costruire la sinistra del futuro: solo un approccio pragmatico e non ideologico può aiutare la sinistra a promuovere i valori di uguaglianza, emancipazione e libertà in un mondo sempre più globale e tecnologicizzato».

Non ti chiedo se un Labour trasformato secondo le previsioni dei critici più severi di Corbyn avrebbe qualche possibilità di vincere la prossima general election, ma piuttosto: come affronterai tu, da militante, i prossimi cinque anni?

«Come dimostrano i risultati di maggio, le elezioni si possono vincere anche nell’ultima settimana, per cui predire oggi come finiranno le elezioni tra 5 anni mi pare impossibile, oltretutto davvero non sappiamo neppure se il Regno Unito sarà ancora unito, se sarà ancora parte dell’UE… Troppe varianti incerte per definire anche solo lo scenario del 2020
Più facile dire quello che farò io: continuerò ad impegnarmi perchè questo partito ed il suo leader possano vincere; mi getterò con convinzione nella campagna per eleggere un sindaco Laburista a Londra, lavorerò non solo per evitare che la Gran Bretagna esca dall’Unione europea ma perchè il Labour sia alla guida di quella campagna, porterò avanti con determinazione l’impegno con i miei elettori per realizzare il programma su cui siamo stati eletti.
Immagino che ci saranno dei momenti in cui proverò difficoltà o fastidio per alcune posizioni assunte dal leader, ma spero che un minimo di critica venga accettata da quello che è stato il parlamentare più ribelle verso il partito nella scorsa legislatura».

Pippo non lo sa, ma è lui il miglior alleato di Renzi

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Quando si tratta di fare le pulci al PD, davvero non si ha che l’imbarazzo della scelta. Da renziano deluso potrei continuare a battere sul ferro di ciò che non va. Dalle promesse mancate all’aggressività rivolta tutta a sinistra, dai nuovi Cencelli all’idea di partito che non condivido, dalle riforme raffazzonate all’inconsistenza della cultura politica sottostante. Come fattore – non secondario – di disagio dovrei aggiungere anche la mia allergia agli spin doctor, lobbisti e influencer vari arruolati per vendere meglio l’azione del rottamatore. Mi riferisco ai terzisti in tuta mimetica, da Rondolino & Velardi all’impagabile Massimo Micucci, che giusto un paio di giorni fa si è profuso in una “Reductio ad AutOp” degli antirenziani, mettendo assieme Toni Negri e Gianni Cuperlo in una ridicola riscrittura della storia della Sinistra italiana, evidentemente rivolta agli analfabeti politici (gli stessi che confondono “i sessantottini” e il Sindacato dai palchi della Leopolda).

Ciò detto, qualche alleanza quasi altrettanto bizzarra – ma reale – fa parte della cronaca di questi giorni. A vederli l’uno di fianco all’altro, Civati, Cuperlo, Miotto, Fassina e D’Attorre fanno proprio uno strano effetto. Tutti assieme appassionatamente, da una parte i resti della Ditta, dall’altra quello che anni fa si sarebbe ancora potuto confondere con un Renzi (più) di sinistra, ossia Pippo Civati, sempre con un piedino sulla soglia della scissione, ma ancora dentro il partito, se non altro per non dargliela vinta «a quello lì» (che vi sia una componente personale in certi mal di pancia mi pare evidente). La parabola di Civati è in fondo quella di un liberale di sinistra che, trovando il proprio spazio politico progressivamente occupato dal carro di Renzi – un carro ormai talmente carico di gente da essere sul punto di piantarsi, si è visto costretto a spostarsi ancora più a sinistra o verso il M5S, guardando spesso più all’esterno che non all’interno del partito. Proprio come Renzi, sebbene dalla parte opposta.

Per forza di cose, Pippo si è quindi trovato a far sua una certa retorica movimentista, neogiacobina, la stessa che fu dei girotondi, ad essere il riferimento interno di #occupypd e a sposare il tormentone sui “101”. Fa un certo effetto, quindi, vederlo oggi al fianco di qualche sospetto prodicida, a quei Cuperlo e quei Fassina che nella primavera del 2013 venivano fischiati da chi occupava i circoli del partito, a chi ha praticato per primo l’appeasement con Berlusconi, arrivando anche a farci un governo assieme, meno di tre anni fa. Sarà forse il comprensibile senso di impotenza di fronte al consenso renziano a farli unire in improbabili armate Brancaleone. Purtroppo credo che quello stesso senso di impotenza li stia portando anche a perdere il lume della ragione. È davvero triste vedere Cuperlo e Fassina graditi ospiti degli eurofobi Bagnai e Borghi – i due economisti di riferimento di Salvini, della nuova destra e delle varianti rossobrune. Spero solo che i socialdemocratici della Ditta non vogliano fare la stessa fine che hanno fatto i comunisti, nel lungo processo di marcescenza che è seguito all’89…

Ancora più triste è però vedere Pippo Civati fare da spalla a Marco Travaglio per la presentazione di un libro di Davide Vecchi, che questa volta ci promette di raccontare «la vera storia di Matteo Renzi». Non l’ho letto, né credo che lo farò, ma immagino si tratti di una collazione di fatti, fatterelli e insinuazioni già serviti dal Fatto Quotidiano con il tipico stile da «Der Stürmer» che tanta fortuna ha portato a Travaglio e a quelle lenze dei soci di Chiarelettere. La presenza di Civati a quella presentazione è un passaggio simbolicamente molto importante. Anche Pippo sembra essere caduto nell’errore fondamentale che una parte del centrosinistra ha compiuto negli ultimi vent’anni: credere che il consenso dell’avversario si possa battere con le macchine o macchinette del fango del caso. In generale, scelte di questo tipo sono il sintomo di una grande confusione e di una grande debolezza, e pazienza se ad esser debole e confuso è qualche capocorrente. Il punto è che così svanisce ogni possibilità di un’opposizione responsabile.

Forse ingenuamente, più di una volta ho pensato che il PD sarebbe dovuto diventare come il Labour Party, un partito in cui varie anime – quella più liberale, quella più socialdemocratica – possono convivere senza distruggere un’intera storia politica, un partito che può sopravvivere alla – meritata – sconfitta del blairismo e all’inadeguatezza del brownismo perché un giovane leader-innovatore può guidarlo al di là dei «factionalism and psychodramas».che ben conosciamo anche a casa nostra. Non so davvero se il problema principale sia la mancata fusione di tradizioni politiche troppo diverse. In ogni caso, per fare le fusioni ci vogliono i fonditori, cioè i leader giusti. E forse il grande problema – per ora irrisolvibile – di questa penosa fase di transizione della sinistra italiana è proprio questo: Renzi non è Blair, Bersani non è Brown e, ormai non ci sono più dubbi, Civati non è Ed Milliband.