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Io sto con M49

Gli è capitata la stessa sigla di una mitragliatrice e, per molti – in particolare per certi ominidi che, amanti delle armi da fuoco, sparerebbero nella schiena a qualunque ospite indesiderato – l’orso M49 sarebbe altrettanto pericoloso. Eppure, a uno come il sottoscritto che al massimo potrebbe definirsi ecologista razionale, ma non esattamente animalista, la fuga del temibile straziatore di asinelli ha strappato un applauso. Provate voi a scavalcare un recinto elettrificato alto quattro metri. M49, orso catturato pochi giorni fa dopo una serie di attacchi a vari allevamenti, è riuscito a evadere e ora rischia l’abbattimento, richiesto dal Presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti. Fu proprio il Trentino, per iniziativa di Lorenzo Dellai, a creare, più di vent’anni fa, Life Ursus, meritorio progetto di ripopolamento degli orsi, a cui ha fatto seguito un’azione analoga rivolta al lupo, WolfAlps. Da quando scrivevo della sfortunata Daniza, cinque anni fa, molto è cambiato, a partire dal colore dell’amministrazione provinciale di Trento, passata dopo vent’anni in mano leghista, ma sarebbe troppo facile attribuire all’ammorbante nube sovranista un cambio di atteggiamento che già due anni fa ha portato Bolzano, retta ovviamente dall’SVP, ad abbandonare Life Ursus.

La verità è che la maggior parte dei residenti di Trentino e Sudtirolo, zone in cui i settori produttivi fondamentali – largamente sussidiati grazie all’autonomia regionale – sono agricoltura, allevamento e turismo, vedono il ritorno delle specie un tempo dominanti come una iattura. I cacciatori di consenso politico, che rappresentino o meno la lobby dei cacciatori propriamente detti come fanno i leghisti, stanno comunque dalla parte di allevatori e agricoltori, i quali beneficiano di sostanziosi risarcimenti per ogni capo abbattuto o per ogni pianta danneggiata, per non parlare della categoria degli operatori turistici, preoccupati dai timori del villeggiante riguardo all’ipotetica minaccia ursina o lupina lungo i sentieri. Il cliente ha sempre ragione, si sa, e l’hotelier non si può certo permettere di rispondere «è la natura, bellezza!». Si tratta peraltro della stessa natura che i trend commerciali attuali vorrebbero riportata a una mitica armonia originaria, così che spesso i poveri animali da zootecnia “bio” non restano più chiusi in stalla durante la notte, ma sono lasciati liberi di venire sbranati dall’orso – e chissà che, nel bilancio finale, il risarcimento pubblico sia più redditizio della produzione a km zero.

Non si tratta solo di volere o no che M49 viva e continui a scorrazzare indisturbato in un habitat in cui è ritornato per decisione dell’uomo – lo stesso uomo che aveva sterminato i suoi antenati. In quello che sembra un episodio minore di cronaca estiva, destinato a contrapporre lo specista provocatore all’animalista affranto, in un interminabile scambio di insulti sui social, ritroviamo un tema molto più vasto. È il tema degli ambienti di confine della cosiddetta antroposfera, dove è più evidente la condizione paritaria tra il bipede sapiens-insipiens e la natura che lo circonda, insomma dove si manifesta chiaramente il concetto di sublime. Le montagne sono stupende, ma ti puoi sfracellare precipitando dalle loro cime, i predatori sono affascinanti, ma possono banchettare con le tue carni. Tutto questo ovviamente riguarda una condizione che non esiste più, nell’era del turismo di massa. Nei territori in cui a una fame secolare sono seguite le “vocazioni” turistiche o enogastronomiche, le cime sono state rese sicure e accessibili a tutti, i boschi sono stati ripuliti dai carnivori e al sublime si è preferito il pittoresco. Se è facile abbattere un orso, risulta però assai più complicato gestire la forza degli elementi. Il pittoresco risulterà sempre più difficile da garantire al turista, in una fase di repentini cambiamenti climatici, come la tempesta Vaia ci ha ricordato lo scorso ottobre.

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Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.

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Quanti veneziani

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I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.
Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.
Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.
Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.
Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui faccia le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»
Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.
Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.
Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane.
A voi sembra facile salvare una città del genere?
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Tempo d’estate a Venezia, tra degrado e lacrime di coccodrillo

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Venezia grande malata, Venezia palcoscenico di cafonaggini, Venezia preda del degrado. Presto, si mobilitino le signore dal doppio cognome e le loro amiche arredatrici di Luxury Homes, si mobiliti il popolo dei social network, si mobiliti l’UNESCO e perché no, direttamente i caschi blu, guidati dal Professore Settis in tuta mimetica a presidiare l’area marciana! Indignamoci, almeno sino al trentun agosto, quando i media torneranno a dimenticare la laguna e i suoi problemi. Ci siamo indignati a sufficienza? Bene. Ora cerchiamo di riflettere. Che su oltre trenta milioni di visitatori annui si possa trovare qualche centinaio di buzzurri è un’eventualità statisticamente certa. Basandomi sul mio personalissimo campione spannometrico, comprensivo di un po’ tutte le classi sociali, temo inoltre che i foresti maleducati non siano proporzionalmente più numerosi degli autoctoni che quotidianamente sfrecciano coi loro Gran Turismo, barchini e taxi al triplo della velocità consentita, che depositano interi arredamenti accanto ai cassonetti nonostante il ritiro dei rifiuti ingombranti sia gratuito, che ai pontili dei mezzi pubblici entrano dall’uscita, saltando i (ridicoli, ma questa è un’altra storia) tornelli e che spolpano nel loro piccolo il cadavere di questa meravigliosa città – la loro città – attraverso una delle mille rendite che la monocultura turistica ha reso possibili. Sia chiaro, la mia non è una difesa dei tuffatori abusivi – individui comunque da compatire per l’epatite A che avranno contratto grazie alle loro bevute dei serenissimi liquami. Sfogata la collera, sarà però utile tentare di capire come siamo arrivati a questo punto. Questi deplorevoli protagonisti delle cronache estive sono per la maggior parte visitatori di giornata. Penso ad esempio ai Nordeuropei che usano Venezia per spezzare i loro soggiorni sul litorale adriatico o sul Gartsee – il raggio del turismo giornaliero a Venezia supera del resto i 150 km e da molti anni i tour operator, da Rimini a Peschiera del Garda, vendono la gita in pullman a Venezia come diversivo alla settimana in spiaggia. Visite frettolose e faticose, in una città costosa e dagli spazi ristretti. Sgomitare sudati per fare due metri in una calle, spintonarsi per comperare una bottiglietta d’acqua, litigare coi residenti per salire in vaporetto…ecco allora i bivacchi, le pisciate in calle o in canale – praticate del resto da sempre anche dai giovani aborigeni veneziani, il sabato sera, quando la vescica è piena di spritz e cubini e la coda al cesso del baretto è troppo lunga.

Non so davvero che sensazione queste persone possano conservare delle poche ore trascorse nel carnaio estivo veneziano. Da innamorato della città, di queste pietre miracolosamente adagiate sulla fanga, ho creduto a lungo che la bellezza abbacinante di Venezia potesse ripagare di ogni disagio. Ora non ne sono più così sicuro. Non sono nemmeno sicuro che la bellezza di Venezia sia un dato universalmente condiviso anche da chi non abbia, come si dice, gli strumenti minimi per apprezzarne il genius loci. Il lavoro nel turismo mi ha fatto capire che cosa rappresenti per le classi medie o le élite di tutto il mondo – i pernottanti, altra categoria rispetto ai ciabattoni descritti poc’anzi – la visita a Venezia (e a Firenze, Roma, ecc.). Un desiderio indotto, parte di una serie di consumi materiali e immateriali legati alla propria capacità di spesa. Da Shanghai a Rio, da Mosca a Bangalore, appena hai fatto un po’ di grana, il tour in Italia diventa obbligatorio quanto un rito di passaggio. I visitatori di Venezia non sono tutti storici dell’arte, ma persone attirate da un brand tra i tanti, un nome che racchiude nella migliore delle ipotesi una vaghissima idea di antichi fasti e di Dolce Vita. Della storia della città non sanno nulla e se ne andranno altrettanto ignoranti. Ignoranti, ma appagati dall’aver aggiunto un’altra destinazione alla propria lista di viaggiatori compulsivi. Certo, a differenza di chi arriva e riparte in giornata, piedi a mollo in Piazzetta e tramezzino in mano, chi arriva in aereo per soggiornare in albergo o in b&b lascia certamente più quattrini in città, ma contribuisce comunque, direttamente e indirettamente, alla trasformazione di Venezia in Veniceland. Attorno al loro desiderio indotto di nuove borghesie emergenti, lo stesso che li spinge a collezionare costosissime borsette o scarpe «designed in Italy, made in PRC», si è costruito l’assetto di tutta l’area metropolitana veneziana. Il terzo aeroporto d’Italia, in costante espansione e in rete con lo scalo low cost di Treviso, un tronco dell’alta velocità e il primo Homeport crocieristico del Mediterraneo – piazzato nel cuore di un centro storico – sono l’apparato costruito in funzione della monocultura turistica attorno al fragile guscio di Venezia. Ci manca solo la sublagunare, vecchia idea dei socialisti demichelisiani negli ultimi anni tornata in auge presso certi settori del “neopatriziato”. Ad accogliere questi flussi, i posti letto aumentano al ritmo di centinaia all’anno, e se i vuoti lasciati dall’esodo – mille residenti in meno all’anno – non riescono a reggere nell’immediato la domanda, nuove attività nascono nell’agglomerato pseudourbano della terraferma, al punto che gli stessi pendolari dell’industria turistica che ogni mattina si recano al lavoro negli alberghi e nel ristoranti della città storica dalle loro case a Mestre e a Marghera trovano ormai gli autobus intasati di turisti.

Venezia vive di questo da molti anni ormai, e i vecchi che rimpiangono la civiltà e lo stile di visitatori alla Von Aschenbach o alla Katherine Hepburn in Tempo d’Estate dimenticano che quel tipo di turismo dava da mangiare a pochi, perché Venezia allora viveva d’altro, a partire dalle vituperate industrie. Il turismo di massa comporta sempre una certa misura di degrado, mettiamoci il cuore il pace. Ciò che sfugge un po’ a tutti i commentatori occasionali e a molti degli stessi cittadini di Venezia è che il cosiddetto degrado portato dal turismo è soltanto l’epifenomeno, il sintomo della lenta agonia di Venezia in quanto città vissuta, della sua trasformazione in parco a tema. Nessuna delle trovate frutto dell’indignazione, dalle soluzioni un po’ classiste e reazionarie, dal numero chiuso con tanto di sbarre sul ponte della Libertà ai vademecum storico-culturali da far digerire al visitatore incolto, sino alle sparate di Brugnaro, sindaco assai chiacchierone che vorrebbe «poter mettere in cella per una notte gli ubriachi», vanno al cuore del problema. Né possono fare granché certe iniziative simboliche rivolte ai residenti, dall’esporre striscioni alla propria finestra ai flashmob con carrettino della spesa al mercato di Rialto. Scatti d’orgoglio, certo, ma anche puri atti performativi che confermano il carattere di spazio scenico cui è ridotta la città. La storia è nota a tutti. Almeno un quarto di secolo fa, la classe politica cittadina, diretta espressione di una cittadinanza che poco ha protestato sino a tempi recenti, decise che i flussi turistici non andavano governati in alcun modo, e iniziò ad assecondare e a favorire la cultura della rendita immobiliare e dell’”urbanistica contrattata”, alla faccia delle infinite chiacchiere sulla cultura come risorsa, sulla produzione immateriale, sulla green economy e delle innumerevoli altre bugie ripetute nei convegni e nelle conferenze stampa. Lo svuotamento della città è strettamente legato al costo per metro quadro determinato dall’industria turistica e dalla gentrificazione che colpisce sia il settore residenziale che quelli commerciale e produttivo. Ecco perché, più che i buzzurri a torso nudo, a recare danno alla città sono le rendite immobiliari. Ed ecco perché, ammesso che la necrosi del tessuto sociale della città storica non sia ormai irreversibile, una classe politica appena decente dovrebbe agire proprio sul settore immobiliare. In primo luogo con il blocco ventennale dei cambi di destinazione d’uso da residenziale a turistico. In secondo luogo, dopo un’opera di censimento analitico di tutto il patrimonio residenziale pubblico e privato, attraverso una campagna di investimenti che riesca ad influenzare in modo sostanziale il mercato immobiliare. Più facile a dirsi che a farsi, per tante ragioni economiche, politiche e culturali, non ultima la plurisecolare inerzia di questa città di mohicani d’acqua. Per ora, è più facile condividere le foto dei tuffatori dal ponte di Rialto e, al limite, multarli. Più facile piangere lacrime di coccodrillo e rimpiangere i bei tempi andati, quando Katherine Hepburn si faceva rimorchiare da Rossano Brazzi.

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Da Brugnaro a De Blasio, alla ricerca di un’idea di città

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Due mesi – mesi estivi, per di più – sono decisamente pochi per giudicare l’operato complessivo di un sindaco, ma sono abbastanza per coglierne almeno lo stile politico e comunicativo. In otto settimane dal suo insediamento, Luigi Brugnaro ha confermato le nostre peggiori previsioni. Sarà questione di carattere, di inesperienza politica, sarà la frustrazione nel vedere che la matassa dei problemi di Venezia è davvero difficile da sbrogliare. Sarà lo spirito di revanche della destra quando torna al potere in una «città rossa». Rimane il fatto che il «Guazzaloca in saor» – così lo descriveva argutamente Guido Moltedo al momento della candidatura – non ha nulla della sostanziale moderazione dimostrata a suo tempo dal Guazzaloca propriamente detto. In una manciata di settimane, Brugnaro è riuscito a far tornare Venezia – ormai davvero una sorta di freak delle città – all’attenzione dei mass media di tutto il mondo come nemmeno lo scandalo MOSE era riuscito a fare. Una serie di episodi mediatici l’uno più imbarazzante dell’altro, la cui lista si allunga settimanalmente, perché Brugnaro non ce la fa proprio a tacere, deve esternare tutto quello che gli passa per la testa. E dunque, a pochi giorni dall’elezione, via con l’assurda polemica sui cosiddetti «libri gender» da lui fatti ritirare dalle scuole (o meglio, dai ripostigli delle scuole, dove giacevano intonsi e ancora incellofanati), che genera poi lo scontro tragicomico con Elton John, in cui il Sindaco la butta sul venale e chiede a Elton de tirar fora i schei par Venessia, per arrivare alle ultimissime dichiarazioni sul gay pride («una buffonata, mai a Venezia», dice Brugnaro, e la mente corre subito ai quindici anni della «Festa dei popoli padani» in Riva Sette Martiri…). E naturalmente nessuno si azzardi a parlare di omofobia. «Ho amici gay», dichiara il Sindaco. Non pago, Brugnaro decide di censurare la mostra di Gianni Berengo Gardin, il più grande fotografo veneziano vivente, il quale, per mostrare i suoi lavori sulle grandi navi dovrebbe accettare di esporre anche le tavole del progetto scelto dall’amministrazione per farle passare altrove. Questo perché, secondo la bizzarra logica del Sindaco, le impressionanti fotografie delle navi da crociera che sovrastano i fragili monumenti di Venezia darebbero un’immagine negativa della città. Sulla stessa linea, un paio di giorni fa, un pezzo di Jess McHugh sull’International Business Times, che descrive semplicemente il problema della pressione turistica sulla città (come fanno da anni non solo i media italiani e del resto del mondo, ma pressoché tutti i cittadini del centro storico, anche quelli che hanno votato Brugnaro) viene accusato di «denigrare» Venezia. Sul versante sicurezza, mentre alcune zone della terraferma sono allo sbando, Brugnaro decide di colpire la «movida» in centro storico. Premesso che Venezia non vede una movida dagli anni ’90 [del Settecento], quella odierna si colloca fisicamente in campo Santa Margherita, ultimo recinto dedicato al divertimento serale dei giovani e degli studenti fuorisede. Con grande tempismo e senso della misura, venerdì scorso – un tranquillo venerdì sera d’agosto in un campo per nulla affollato, gli studenti da tempo partiti per le spiagge – Brugnaro fa mobilitare una squadra di venticinque agenti, tra polizia e vigili urbani. Sessanta persone fermate e fatte annusare dai cani antidroga, sei segnalate perché in possesso di un paio di grammi di fumo a testa. Un’operazione all’insegna dell’efficienza, non c’è che dire.

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Infine lo scontro con la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del FAI, con esplicito riferimento al di lei doppio cognome, teso evidentemente a vellicare l’orgoglio popolano di tanti suoi elettori. Brugnaro naturalmente detesta gli intellettuali in quanto tali, figuriamoci se di nobile lignaggio. Come apre bocca, Brugnaro infastidisce, ma la cosa che più mi infastidisce è che, da incorreggibile bastian contrario, davvero non riesco a prendere le parti della contessa di Arosio contro il plebeo Brugnaro. Non ci riesco non perché io stesso plebeo, ma perché né la contessa né il figlio dell’operaio sembrano avere un’idea di città che possa andar bene per chi dalla città stessa rischia ogni giorno l’espulsione economica, tanto per cominciare. Le loro due alternative non lo prevedono. In un caso abbiamo la Venezia da svendere, nell’altro la Venezia da mettere sotto teca. Quella di Brugnaro è una città pensata per il mestrino con negozio di paccottiglia cinese in centro o per il Caltagirone di turno, quella della Borletti Buitoni per le élite intellettuali e gli storici dell’arte. Due modelli altrettanto detestabili perché considerano Venezia uno spazio da consumare o da contemplare e non un luogo da vivere. In un caso e nell’altro, com’è ovvio, è del tutto assente qualunque concezione di spazio pubblico, vissuto e vivibile. L’idea di ricostituire in qualche modo una qualche agorà non sembra interessare a nessuno, tutt’altro. Emblematica l’idea, non nuova, e recentemente presa in considerazione proprio dalla Borletti Buitoni, di istituire il numero chiuso per gli ingressi a piazza S. Marco. Una piazza trasformata in scenografia da concerti, una piazza (l’unica “piazza” di Venezia) in cui i Veneziani non vanno più a prendere lo spritz ormai da alcuni decenni, e che chiusa da transenne diventerebbe il simbolo perfetto della definitiva trasformazione della città in museo. Ancora una volta, come in tanti altri ambiti, in Italia il dibattito risulta polarizzato tra fesserie di segno opposto, e non c’è verso di ragionare davvero sui problemi. Sempre che si creda all’adagio del “mal comune, mezzo gaudio”, una piccola consolazione sembra giungere dall’altra parte dell’Atlantico. Nemmeno a New York City sembra infatti esserci uno straccio di idea sul come governare uno spazio pubblico soggetto ai flussi del turismo globale. Non si potrebbero immaginare realtà tanto distanti in ogni senso tra loro, eppure ogni tanto mi piace immaginare La Grande Mela come una sorta di Venezia sull’Hudson (Manhattan, naturalmente, è la città storica, Mestre è il Bronx, Staten Island il Lido, con la sua mezz’ora di ferry…). Mentre Brugnaro sbraita e colleziona figuracce, mentre certe sensibili amanti di Venezia si sentono offese dalle turiste a zonzo per le calli in bikini e la Sottosegretaria ripropone l’idea di chiudere piazza S. Marco (ai cui ingressi immaginiamo dei PR attenti a selezionare i turisti in base al dress code), il progressista Bill De Blasio pensa all’ipotesi di chiudere del tutto – cioè di riaprire al traffico – le zone pedonali di Times Square, sempre nel nome del decoro. A Times Square non ci sono più le puttane come una volta, ma a certi Americani sembrano dare più fastidio le ragazze in topless che si fanno fotografare dai turisti. Una cosa inaccettabile «come essere umano», dice il progressista De Blasio. Il messaggio, da New York a Venezia, passando per Roma (con détour nella ridente Arosio), da destra a sinistra, sembra essere lo stesso: non siamo capaci di gestirlo, questo spazio pubblico. Facciamo che lo chiudiamo, e non se ne parli più.

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