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Battaglia sul Ponte dei Pugni tra veneziani e turisti, estate 2013

Cuperliani, Civatiani, Renziani, Pittelliani…e chi lo sa? Non credo affatto che le etichette correntizie servano a descrivere l’impegno dei Giovani Democratici in questo periodo difficile. Devo ammetterlo, questi ragazzi sono davvero in gamba. E’ forse soprattutto grazie al loro entusiasmo se il PD veneziano ha organizzato, tra settembre ed ottobre, una serie di incontri centrati sui problemi e le prospettive di una città tanto bella e tanto complicata. Ieri sera si è parlato della Giudecca (“da isola operaia ad isola della cultura”) e il vostro affezionatissimo blogger era presente, sia in qualità di iscritto al Partito Democratico che di rompicoglioni patologico, spinto da quel benedetto amore per la polemica che ogni giorno mi aiuta ad alzarmi dal letto.

La platea era grosso modo divisa in tre categorie: alcuni amici residenti sull’isola, impegnati da anni nell’organizzazione di un festival delle arti autogestito, incazzati per la scarsa attenzione dell’assessorato, i professionisti della cultura (teatro, danza, musica) che hanno visto calare di anno in anno il sostegno pubblico alle loro attività, e infine i cittadini veneziani genericamente intesi, resi isterici dalla pressione dei venti milioni di turisti che ogni anno calpestano le pietre della Serenissima. Invocando la mentalità d’impresa per le attività culturali mi sono inimicato artisti e direttori artistici (il che è già un buon risultato), ma il lavoro più grosso l’ho fatto rispondendo per le rime a chi ormai considera i turisti peggio delle pantegane.

Non sono tra i sostenitori di Angela Vettese, e in questa particolare occasione ero uscito di casa già sul piede di guerra. Per l’esattezza, avrei voluto contestare proprio le deboli politiche dell’amministrazione comunale, rappresentato dall’assessore Vettese (deleghe al turismo e alla cultura), in materia di gestione dei flussi turistici. In buona sostanza, Angela Vettese propone di usare una nuova segnaletica e una nuova cartografia per deviare le mandrie di visitatori verso le zone meno battute della città. Probabilmente nulla di tutto ciò andrà a buon fine e i nuovi itinerari aumenteranno la pressione turistica sulle zone periferiche della città storica (tra le quali la Giudecca, isola in cui vivo), senza diminuirla a S.Marco e Rialto. Ma non è questo il punto.

Confermo a chi non mi conosca che a me il turismo senza governo infastidisce quanto a chiunque altro e che la vista di Venezia ridotta a theme park mi fa soffrire. L’ho scritto qui, più volte, ricordando che le responsabiità maggiori sono attribuibili proprio al centrosinistra veneziano, che negli ultimi vent’anni ha governato la città senza governarla davvero, senza avanzare proposte forti, senza garantire la trasparenza e la correttezza dei processi urbani, senza offrire una vera contropartita alla cittadinanza assediata dalla monocultura turistica. Sarebbero serviti degli incentivi alle nuove attività (qualcosa in più dei due incubatori per start-up pagati con fondi UE), uno snellimento della burocrazia comunale per vie lecite (non a suon di mandole), un piano serio di social housing (possibilmente senza regalare alcunché a Caltagirone), in modo da frenare l’esodo dei residenti dalla città storica, dei servizi davvero efficienti, garantiti da aziende gestite in modo non clientelare, i cui dirigenti non fossero nominati perché in quota a questo o quel partito. Tutto questo avrebbe reso l’invasione turistica maggiormente sopportabile. Ora è forse troppo tardi e purtroppo nemmeno le responsabilità politiche risultano chiare al cittadino medio.

Siamo già alla fase del capro espiatorio, individuato nel visitatore, proprio perché raggiungibile fisicamente. Quella prossimità fisica che è la fonte del disagio e quindi diventa bersaglio di una reazione che in questi ultimi anni assume tratti preoccupanti. A Venezia, magica città in cui le cose funzionano in modo così diverso dal resto del mondo, capita di vedere vecchietti senza creanza che mettono le mani addosso a giovani silenziosi, colpevoli di ostruire le calli, imbambolati di fronte alle meraviglie della città. Si cominciano a sentire gli autoctoni dare indicazioni sbagliate nel tentativo puerile di allontanare i turisti. Scene che riescono a rovinare la giornata ad una personcina sensibile e ammodo come il sottoscritto, che poi si ritrova a difendere l’assessore Vettese contro i cittadini indignati.

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Carlo Naya, veduta da S.Giorgio

Il problema di fondo che sembra sfuggire a tanti veneziani intolleranti al turismo rimane quello economico. La prospettiva di essere condannati a fare i figuranti di un parco a tema (“a che ora chiude Venezia?”) non è allettante per nessuno. Ma come si campa, nella città più bella del mondo (ed una delle più care d’Italia?). Noi che non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione e non abbiamo figli ben sistemati in altri luoghi, che cosa ci possiamo inventare oltre a far mangiare, bere, sollazzare e dormire gli ospiti del mondo globalizzato? Fosse per me, a Venezia si produrrebbero ancora oggetti. Artigianali e industriali. Non solo maschere, che comunque per la maggior parte sono made in china come il 99% dei manufatti che teniamo in casa. A Marghera si farebbe ancora la plastica (nessuno dovrebbe restarci secco, però), alla Giudecca si produrrebbe ancora la Birra Venezia, alla Scalera si girerebbero i film di Sorrentino e all’Arsenale si costruirebbero non più solo velieri, ma raffinatissimi apparati nanotecnologici. Per non parlare degli infiniti oggetti immateriali che viaggiano lungo la rete (in una città che da dieci anni aspetta di essere connessa in modo decente). Tutto questo rimane un sogno, per varie ragioni, al di là delle chiacchiere. E dunque, ripeto, come si campa? Lo chiedo a una signora inviperita che borbotta dietro di me: come si campa, visto che l’industria chimica è morta, come si sposta un po’ di turismo dal centro, creando altre attività nell’immediata terraferma? L’idea della torre di Cardin, così impopolare in città (oltre che nell’empireo dei nostri più raffinati intellettuali engagé), mi aveva affascinato, la vedevo come il possibile jolly, la matta da giocare per cambiare tutta la partita. Quella torre non si farà, forse è meglio così, chi lo sa. Ma ieri sera ho finalmente sentito l’opinione della pancia della città su Pierre Cardin, l’opinione della Venezia profonda e reazionaria (che magari vota da sempre a sinistra), della Venezia patrizia e popolare allo stesso tempo, nostalgica di una storia parziale e imparaticcia, incapace di accettare una decadenza che dura da tre secoli. Bene, il giudizio della signora su Cardin è il seguente:

«Pierre Cardin è un contadino! Un contadino arricchito, noi i veneti li conosciamo, lo sai anche tu, dai».

Ma certo che lo so. Oltre ad essere “campagnolo” (in vernacolo veneziano, chiunque sia nato al di là del Ponte della Libertà), risulto essere addirittura montanaro, e questi contadini li conosco bene, è vero. Erano i miei nonni.

Viene il turno di un signore che si lamenta del b&b sotto casa, e sostiene che l’industria turistica di Venezia non avrebbe alcun legame con i Veneziani. La negazione raggiunge livelli insospettati. E quindi i padroni dei b&b, chiedo, sarebbero tutti stranieri?

«Ma no stranieri! vengono da fuori

Da fuori. Fuori dove? Da Mestre?

E pensare che la Venezia che sta nei cognomi di tanti veneziani e nelle mie fantasticherie di flâneur era quello che era proprio grazie alla gente venuta da fuori: fiorentini, bergamaschi, napoletani, dalmati, greci, ebrei spagnoli, armeni, tedeschi, albanesi e tanti altri foresti. Persino qualche furlan.

Un nostalgico quanto aggressivo iscritto PD settantenne rimpiange i fasti della Serenissima, o anche soltanto il turismo d’élite di qualche decennio fa, quello ritratto in Morte a Venezia o in Tempo d’estate:

«Abbiamo dominato il mondo [sic], non siamo capaci di fermare i turisti? Il turismo di una volta era migliore, c’era gente di un certo livello, mica come questi ignoranti che mangiano in giro, sporcano, è uno schifo, ma cosa è diventata questa città?!?»

summertime

Katherine Hepburne e Rossano Brazzi in ‘Summertime’ di David Lean (1955)

Qualcuno finalmente adopera il sostantivo d’obbligo in questi casi:

«Bisogna tenerli fuori, questi barbari».

Benissimo. E in che modo si discriminerebbero i barbari dai visitatori civilizzati? Chi farà la selezione, e su quali basi? Occorre essere consapevoli, ha ricordato la Vettese, che negare alle gite scolastiche o alle famiglie a basso reddito l’ingresso a Venezia – perché questo sarebbe il risultato di qualsiasi politica implicante il numero chiuso, un pedaggio d’ingresso o simili – vorrebbe dire operare una selezione per censo. Vorrebbe dire, sintetizzo io, essere apertamente classisti. Il che non mi sembra esattamente la caratteristica ideale di chi appartenga a un partito di sinistra, ecco.

Il dibattito per ora finisce qui e mi lascia una certa amarezza, ma anche la voglia di impegnarmi, di vincere il nichilismo in cui io per primo tendo a cadere, quello dell’illustrissimo Massimo Cacciari, per il quale «soluzione non v’è». Non esiste Soluzione, ma tanti piccoli rimedi. Viviamo in un mondo complicato e la complessità è una gran rottura di palle. Di questo si occupa la politica, dell’arte della mediazione e dei rimedi possibili. di questo si occupa il Partito Democratico, anche se non sempre gli riesce bene.

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Quando il turismo non è più un buon affare

Maestri nel piagnisteo preventivo, gli albergatori veneziani temevano che il freddo polare tenesse lontani i turisti. A me non sembra, tantopiù che il sole è tornato a spuntare e in questo momento fuori ci sono addirittura 3 (tre) °C sopra lo zero, roba che vien voglia di andare in spiaggia (l’ospite australiano dei miei vicini esce di casa in maglietta e shorts, infatti). Ma se questo fosse un carnevale meno affollato del solito, detto tra noi, sarebbe soltanto un bene, alla facciaccia di Davide Rampello. Non è più soltanto una questione di fastidio, né mi sembra di essere diventato uno tra i tanti veneziani che ma sti casso de turisti rompicojoni, sa morti cani, etc.”. Il problema è economico, lo diceva pochi giorni fa persino l’Assessore al Turismo:

Nel convegno di questa mattina a Roma sullo “Sviluppo turistico dei territori: con quale leva fiscale?” al quale ha partecipato oltre all’assessore comunale di Venezia, Roberto Panciera, anche sindaci e assessori della città d’arte italiane e del Mediterraneo si è discusso della fiscalità nelle città d’arte. A questo proposito l’assessore Panciera ha rilasciato la seguente dichiarazione: “E’ stata rilevata da più parti che la tassa di soggiorno già introdotta dalle città d’arte, o che in un prossimo futuro introdurranno, è solo una prima fase di un processo più complesso che preveda anche ulteriori forme di contribuzione all’economia della città e alla copertura dei costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi: da quelli di pulizia, a quelli della logistica e della manutenzione del patrimonio artistico. E quindi si può pensare ad altre modalità di contributo, ad esempio da parte dei crocieristi, o di chi arriva all’aeroporto, fino a prevedere l’assegnazione di una quota dell’Iva prodotta sul territorio comunale.”

I costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi? Fatemi capire: la monocultura produttiva su cui si è puntato tutto – come classe politica e come investitori – costa alla cittadinanza più di quello che rende? Non mi pare quello che si dice un meccanismo virtuoso, anche al netto dei vincoli del patto di stabilità e della gestione di giunte capaci di gettare dalla finestra decine di milioni di euro in opere inutili e disgraziate. C’è di più: la pressione di cui parla Panciera proviene da 22 milioni di visitatori l’anno, quando la città ne può sopportare 12, come si legge dagli angoscianti risultati cui è pervenuto il prof. Jan Van Der Borg, dell’Università Ca’ Foscari. Ora si scopre che la macchina ha raggiunto dimensioni antieconomiche, oltre che esiziali per la vita della città storica, e che occorre azionare qualche nuova leva fiscale. Questa sarebbe la cura dell’emorragia di Venezia: una dose di analgesico da somministrare al malato agonizzante. Senza trascurare l’altra importantissima tendenza, quella che punta alla vendita degli spazi cittadini e degli immobili (sfitti o meno), destinati sia alle operazioni di real-estate commerciale o turistico su larga scala, che al ritorno dei palazzi patrizi alla loro antica funzione, quella di favolose residenze uniche, occupate da sceicchi ed oligarchi russi che chiedono alla Soprintendenza di poter scavare una piscina nella corte di un palazzo quattrocentesco, per venire a sguazzarci due settimane l’anno. In realtà gli antichi palazzi nascevano anche come contenitori di attività economica (il fondaco con le merci aperto sul canale, il piano nobile poggiato su di esso), non come luoghi deputati unicamente alla dépense. Ma l’interminabile Settecento veneziano continua, alimentato dai capitali del turismo di massa e da quelli delle grandi operazioni immobiliari, due flussi che viaggiano in parallelo senza portare effettivo benessere alla città. La politica dei neopatrizi – che odiano segretamente Venezia – ha rinunciato a governare questi fenomeni, li assunti come naturali, li ha assecondati e infine li ha chiamati “Piano”. In un perfetto esempio di eterogenesi dei fini vissuta dal benintenzionato amministratore – honni soit qui mal y pense! – la ricerca spasmodica di risorse è diventata asservimento alle grandi speculazioni. Ma il sistema fa acqua, gli affari si scoprono delle fregature per la collettività. Nemmeno la tassa di soggiorno (che esisteva da anni in altre civilissime città d’Europa) basta più e si è costretti a pensare a nuovi balzelli per il visitatore, quando altre sarebbero le tasche da cui cominciare prelevare il dovuto. Orsù, il carnevale impazza, andiamo a metterci tutti un bel costume da finanziere (con calzamaglia e panc(i)era, sotto, ché non siamo in Australia).

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(Un)welcome to the Venice Theme Park®

Seduto in vaporetto, Band of Gypsies in cuffia, il pensiero va a quel delicato bouquet misto, muffetta e cagnone (Terranova dopo temporale estivo, per l’esattezza) che sento provenire dalle mie propaggini corporee. Devono essere i jeans asciugati male dopo il bucato. Nel loculo travi a vista finemente arredato dove abito con M. non ci si può dimenticare di accendere lo stendino elettrico. Può darsi che sbagli, e che la puzza provenga dal mio vicino di posto, un rubizzo inglese, forse un aussie, che in un caso o nell’altro non sembra darsene pena. Wah-wah-wah-tarataratarataratà – sulle note di Machine Gun tento di ignorare il mio imbarazzo, veramente fuori luogo in una città piena di puzze qual è Venezia d’estate, e mi abbandono al groove hendrixiano. Mentre rifletto su quanto sia ingiustamente underrated il disco che sto ascoltando, succede che una turista sfiori con il bagaglio il braccio di un’autoctona settantenne, la cui acconciatura, tinta platino “Enrico Fermi”,  sembra accendersi per l’ira e lo sdegno provocati dalla villanzona foresta. Non resisto e lascio cadere con noncuranza un auricolare, per non perdere il dialogo plurilingue.

“I’m sorry”, dice la turista (estadounidense o canadese). D’altronde questi ammarigani nei loro grand-tour europei viaggiano di norma con valigie realmente enormi che in una città a misura d’uomo – e non di yankee suitcase – attirano inevitabilmente su di loro l’odio del residente.

“Eh aim sori, ghe vol un fià de creansa, altro che aim sori!”

La cosa potrebbe anche finire lí,  ma ormai la reazione è stata innescata. Un paio di minuti dopo, fa il suo ingresso in cabina una famiglia di nazionalità indefinita, corredata di due bimbe sui tre-quattro anni. Inconsapevole di ciò a cui andrà incontro, il padre solleva una delle figlie mettendola in piedi sull’unico sedile rimasto libero (più precisamente la panchetta che contiene i salvagente, a distanza dagli altri posti). La settantenne platinata, evidentemente già pronta allo scontro verbale, si scaglia contro il padre urlandogli qualcosa come “La faccia scendere! se uno ha il vestito bianco e si siede lì, si sporca!” Il padre, evidentemente impegnato in una qualche operazione paterna (allacciare la scarpina, sistemare il vestitino, eccetera), esita per qualche secondo, tentando di tranquillizzare la signora. La bambina resta ancora al suo posto, in piedi come una bionda statuina, del tutto inconsapevole ed incuriosita da una scena per lei incomprensibile. A quel punto, dal fondo della cabina, entra in scena un abbronzatissimo tamarro cinquantenne . “La faccia scendere!“, ripete quattro o cinque volte a voce sempre più alta, e infine si alza e raggiunge il padre, di qualche taglia più piccoloSi fronteggiano per qualche terribile secondo: “La tiri giù, non gliel’hanno insegnato il rispetto al suo paese?” Go out!” [sic] . Il padre, lievemente scosso, cede ed esce con tutta la famiglia, mentre l’energumeno fa ritorno al suo posto con l’espressione di chi crede di aver raddrizzato un torto. Il vivace scambio di vedute suscita un certo interesse nei viaggiatori, turisti e non. Io nel frattempo ho rimesso la cuffietta. Machine Gun nelle orecchie. Per il resto del viaggio tento di immaginare i pensieri del padre e di parte dei turisti presenti: Nemmeno in metro a Tokyo mi capita di vedere scene simili. Ma che hanno questi veneziani? Anvedi che stronzi. Isterici, sono. Oltre che ladri: seieuroecinquanta per un giro in vaporetto, mille per quattro notti al b&b coi muri di cartone e i marmi finti, sessanta a testa per il terribile fritto della cena di ieri sera, centoventi per il giro in gondola, e ti trattano pure male…col cazzo che ci ritorno, in questa città. Non che il comportamento dell’energumeno e della stagionata signora sia del tutto inspiegabile.  Pochi visitatori si soffermano a considerare la frustrazione dei mohicani-veneziani, assediati da 22 milioni di turisti l’anno (sessantamila al giorno, uno per residente, e ce ne devono stare di più, secondo la giunta Orsoni e pressoché tutto il centrosinistra cittadino). Ventiduemilioni di campagnoli, mutilati delle loro appendici rotanti, divengono pedoni rimbambiti: ignorando la possibilità anche solo teorica di una città pedonale, scambiano Venezia per un museo-albergo diffuso o una sorta di disneyworld antiquario, in cui esistono soltanto visitatori e personale addetto ai visitatori. Camminano a quattro a quattro, a otto a otto, a sedici a sedici, arrivando ad occupare tutto, dalla calletta più stretta alla Riva degli Schiavoni. Ma non si tratta soltanto di una questione di sovraffollamento. Per i veneziani pesa la coscienza di essere diventati intrusi nella propria città, totalmente prostituita ad una monocultura turistica volgare da cui ormai dipende il loro reddito. E d’altronde non è la stessa industria del turismo a suggerire la percezione di Venezia in quanto parco a tema? Una città-evento, un’esperienza, uno spazio fantastico, più che un luogo reale. Certo, ci sono i monumenti, le pietre, la Storia. Ma quello è fondale, è scenario. Ad essere protagonista non sono tanto lo straordinario intreccio tra Natura e Cultura, non sono l’architettura e le arti. Protagonista è il visitatore medio, per qualche giorno a spasso in una città veramente bizzarra. Vengono a vedere il freak delle città, ecco. La politica e i centri economici cittadini hanno fatto propria questa visione, potenziandola. L’eutanasia della città storica praticata dalle giunte Cacciari, Costa e Orsoni, è tuttavia un processo lento, che deve fare i conti con alcune decine di migliaia di residenti. Tra cui la finta bionda settantenne e l’energumeno cinquantenne di cui sopra. I mohicani consumano quello che c’è da consumare, maledicono i sindaci, al bar, e i turisti, in vaporetto. Ma sono i figli di una lunga decadenza, sembrano ormai rassegnati a dover scomparire. Se proprio un loro discendente vorrà vedere Venezia, tra qualche decennio, pagherà il biglietto, come tutti.

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Uh-oh…

E’ noto il destino delle città d’arte come Venezia, i cui amministratori non riescono a mettere in pratica le palle che raccontano ai loro elettori (Venezia-città-della-cultura, economia dell’immateriale, industria leggera ad alto valore aggiunto, salvaguardia dell’ambiente lagunare, difesa e incentivo della residenzialità in centro storico, etc.). In assenza di un progetto, le città si riducono a vendere loro stesse nel peggiore dei modi, diventando tristi baracconi della monocultura turistica o prede di quella pestilenziale specie di bipedi urbivori, gli immobiliaristi. Alberghi, alberghetti, B&B, appartamenti da affitto turistico, seconde (e terze e quarte e quinte) case, vuote dieci mesi l’anno.  I pesci più piccoli fanno diventare B&B le dimore avite, uno studente fuorisede come portiere (in nero, ça va sans dire!), una professoressa di matematica ucraina come cameriera. E mettono via il loro gruzzolo, dichiarato al fisco per meno del 50%. Ah, quante ne avrei da raccontare!

Questo processo che si suppone ‘naturale’ è in larga parte assecondato e diretto dalle amministrazioni comunali e regionali, che hanno concesso licenze come se piovesse e hanno scritto regolamenti ad uso e consumo delle categorie interessate. Questo ha fatto il centrosinistra veneziano negli ultimi diciott’anni. Ha governato per settori, per clientele, per pacchetti di consenso. A volte riuscendo casualmente a governare bene. Ma in buona sostanza pensando unicamente ad incassare, dove possibile.

Naturalmente la sistemazione di quella che era una casa in un dormitorio di cartongesso, attrezzato coi suoi piccoli cessetti, richiede una serie di pratiche amministrative di una certa importanza. Questo è vero ovunque, immaginate un po’ a Venezia, città in cui il patrimonio edilizio è patrimonio dell’Umanità, in cui ogni pietra ha mille anni di storia da raccontare, per chi sappia ascoltare. C’è una Commissione di Salvaguardia che tutela quelle pietre. Dice: al Nord si usa così, mica come giù. Sicuro sicuro?

E’ di ieri la notizia per cui qualche nodino sarebbe venuto al pettine, come riporta il “Corriere della sera” di ieri:

VENEZIA – Tangenti in laguna. Ancora. Dopo i casi della Provincia ora nel mirino delle Fiamme Gialle sono finiti funzionari comunali e della commissione di salvaguardia, vigili, e un professionista, (principale arrestato), il geometra Antonio Bertoncello, consulente dell’Ava (Associazione veneziana albergatori), protagonista dal 2004 di «un’irresistibile ascesa», come ha detto il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni. Oltre cento finanzieri del Comando Provinciale di Venezia hanno eseguito sette ordini di custodia cautelare ( e 42 perquisizioni) per ipotesi di corruzione e concussione nei confronti, appunto, di Antonio Bertoncello, dei funzionari del Settore Edilizia Privata del Comune di Venezia Angelo Dall’Acqua e Rudi Zanella dello sportello unico edilizia residenziale e attività produttive, di due funzionari della Commissione di Salvaguardia Lagunare, l’ingegner Tullio Cambruzzi e Luca Vezzà, dei vigili urbani Andrea Badalin e Michele Dal Missier.

In pratica, secondo la ricostruzione dell’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Carlo Mastelloni e dal pm Paola Tonini, Antonio Bertoncello aveva realizzato una sorta di rete che comprendeva funzionari del Comune (agli sportelli unici di edilizia residenziale e attività produttive) e funzionari della commissione salvaguardia. Secondo l’accusa, erogando frequenti tangenti variabili dai 1000 ai 4000 euro o con compartecipazioni a speculazioni immobiliari, il geometra beneficiava di un controllo aggiornato e continuo nel settore dell’edilizia privata comunale e presso la Commissione Salvaguardia. Intercettazioni, pedinamenti ed altri accertamenti avrebbero rivelato che i quattro erano dediti a velocizzare e risolvere le pratiche di Bertoncello relative a una ventina di immobili, anche di pregio, spesso trasformati in strutture ricettive.

Un secondo filone dell’inchiesta riguarda invece gli (omessi) controlli da parte di alcuni vigili urbani sempre in cambio di mazzette (attraverso l’escamotage di sponsorizzazioni alla società sportiva della polizia municipale). Andrea Badalin e Michele Dal Missier avrebbero infatti invitato i titolari di hotel e bed & breakfast a fare delle donazioni «spontanee» per tutelarsi su future verifiche. E tra le strutture che in questi ultimi mesi avrebbero pagato ci sarebbe anche la Palazzina Grassi con 3.800 euro.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ha subito convocato una conferenza stampa: «Abbiamo aperto un’inchiesta interna amministrativa e abbiamo già avviato una riorganizzazione del settore per prevenire altri casi simili». Gli arrestati, ha comunicato il primo cittadino, sono stati subito sospesi e i cinque indagati sono stati trasferiti. I tre del settore edilizia all’archivio storico e i due della polizia municipale al magazzino vestiario.

«Al momento non c’è alcun coinvolgimento di politici» ha detto in conferenza stampa Carlo Mastelloni. Che accusa: «E’ stata un’offesa alla città di Venezia, un tradimento- perchè vi sono tecnici destinati al controllo e alla conservazione del patrimonio abitativo e monumentale della città che hanno tradito la loro funzione».

(Qui e qui e qui trovate altri articoli apparsi sulla stampa locale)

Quando la Legge riesce a toccare il malaffare del funzionariato comunale, io godo. Siano pure due ingegnerucoli da niente, un vigile, un geometra. Il prossimo passo, parlando di Vigili urbani, sarebbe pizzicare quelli che chiudono entrambi gli occhi di fronte ai debordanti plateatici di certi ristoranti, che venderebbero la madre pur di piazzare due tavoli in più. Ma non occorre vendere la mamma, basta una mazzetta all’amico vigile. E stiamo ancora parlando di pesci piccoli. Delle grosse magnarìe, come si dice qui, e delle gravi irregolarità relative agli accordi tra i grandi gruppi immobiliari e i sindaci, si parla molto nei bar, ma ancora non sembra esservi inciampato alcun giudice.

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