Da Brugnaro a De Blasio, alla ricerca di un’idea di città

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Due mesi – mesi estivi, per di più – sono decisamente pochi per giudicare l’operato complessivo di un sindaco, ma sono abbastanza per coglierne almeno lo stile politico e comunicativo. In otto settimane dal suo insediamento, Luigi Brugnaro ha confermato le nostre peggiori previsioni. Sarà questione di carattere, di inesperienza politica, sarà la frustrazione nel vedere che la matassa dei problemi di Venezia è davvero difficile da sbrogliare. Sarà lo spirito di revanche della destra quando torna al potere in una «città rossa». Rimane il fatto che il «Guazzaloca in saor» – così lo descriveva argutamente Guido Moltedo al momento della candidatura – non ha nulla della sostanziale moderazione dimostrata a suo tempo dal Guazzaloca propriamente detto. In una manciata di settimane, Brugnaro è riuscito a far tornare Venezia – ormai davvero una sorta di freak delle città – all’attenzione dei mass media di tutto il mondo come nemmeno lo scandalo MOSE era riuscito a fare. Una serie di episodi mediatici l’uno più imbarazzante dell’altro, la cui lista si allunga settimanalmente, perché Brugnaro non ce la fa proprio a tacere, deve esternare tutto quello che gli passa per la testa. E dunque, a pochi giorni dall’elezione, via con l’assurda polemica sui cosiddetti «libri gender» da lui fatti ritirare dalle scuole (o meglio, dai ripostigli delle scuole, dove giacevano intonsi e ancora incellofanati), che genera poi lo scontro tragicomico con Elton John, in cui il Sindaco la butta sul venale e chiede a Elton de tirar fora i schei par Venessia, per arrivare alle ultimissime dichiarazioni sul gay pride («una buffonata, mai a Venezia», dice Brugnaro, e la mente corre subito ai quindici anni della «Festa dei popoli padani» in Riva Sette Martiri…). E naturalmente nessuno si azzardi a parlare di omofobia. «Ho amici gay», dichiara il Sindaco. Non pago, Brugnaro decide di censurare la mostra di Gianni Berengo Gardin, il più grande fotografo veneziano vivente, il quale, per mostrare i suoi lavori sulle grandi navi dovrebbe accettare di esporre anche le tavole del progetto scelto dall’amministrazione per farle passare altrove. Questo perché, secondo la bizzarra logica del Sindaco, le impressionanti fotografie delle navi da crociera che sovrastano i fragili monumenti di Venezia darebbero un’immagine negativa della città. Sulla stessa linea, un paio di giorni fa, un pezzo di Jess McHugh sull’International Business Times, che descrive semplicemente il problema della pressione turistica sulla città (come fanno da anni non solo i media italiani e del resto del mondo, ma pressoché tutti i cittadini del centro storico, anche quelli che hanno votato Brugnaro) viene accusato di «denigrare» Venezia. Sul versante sicurezza, mentre alcune zone della terraferma sono allo sbando, Brugnaro decide di colpire la «movida» in centro storico. Premesso che Venezia non vede una movida dagli anni ’90 [del Settecento], quella odierna si colloca fisicamente in campo Santa Margherita, ultimo recinto dedicato al divertimento serale dei giovani e degli studenti fuorisede. Con grande tempismo e senso della misura, venerdì scorso – un tranquillo venerdì sera d’agosto in un campo per nulla affollato, gli studenti da tempo partiti per le spiagge – Brugnaro fa mobilitare una squadra di venticinque agenti, tra polizia e vigili urbani. Sessanta persone fermate e fatte annusare dai cani antidroga, sei segnalate perché in possesso di un paio di grammi di fumo a testa. Un’operazione all’insegna dell’efficienza, non c’è che dire.

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Infine lo scontro con la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del FAI, con esplicito riferimento al di lei doppio cognome, teso evidentemente a vellicare l’orgoglio popolano di tanti suoi elettori. Brugnaro naturalmente detesta gli intellettuali in quanto tali, figuriamoci se di nobile lignaggio. Come apre bocca, Brugnaro infastidisce, ma la cosa che più mi infastidisce è che, da incorreggibile bastian contrario, davvero non riesco a prendere le parti della contessa di Arosio contro il plebeo Brugnaro. Non ci riesco non perché io stesso plebeo, ma perché né la contessa né il figlio dell’operaio sembrano avere un’idea di città che possa andar bene per chi dalla città stessa rischia ogni giorno l’espulsione economica, tanto per cominciare. Le loro due alternative non lo prevedono. In un caso abbiamo la Venezia da svendere, nell’altro la Venezia da mettere sotto teca. Quella di Brugnaro è una città pensata per il mestrino con negozio di paccottiglia cinese in centro o per il Caltagirone di turno, quella della Borletti Buitoni per le élite intellettuali e gli storici dell’arte. Due modelli altrettanto detestabili perché considerano Venezia uno spazio da consumare o da contemplare e non un luogo da vivere. In un caso e nell’altro, com’è ovvio, è del tutto assente qualunque concezione di spazio pubblico, vissuto e vivibile. L’idea di ricostituire in qualche modo una qualche agorà non sembra interessare a nessuno, tutt’altro. Emblematica l’idea, non nuova, e recentemente presa in considerazione proprio dalla Borletti Buitoni, di istituire il numero chiuso per gli ingressi a piazza S. Marco. Una piazza trasformata in scenografia da concerti, una piazza (l’unica “piazza” di Venezia) in cui i Veneziani non vanno più a prendere lo spritz ormai da alcuni decenni, e che chiusa da transenne diventerebbe il simbolo perfetto della definitiva trasformazione della città in museo. Ancora una volta, come in tanti altri ambiti, in Italia il dibattito risulta polarizzato tra fesserie di segno opposto, e non c’è verso di ragionare davvero sui problemi. Sempre che si creda all’adagio del “mal comune, mezzo gaudio”, una piccola consolazione sembra giungere dall’altra parte dell’Atlantico. Nemmeno a New York City sembra infatti esserci uno straccio di idea sul come governare uno spazio pubblico soggetto ai flussi del turismo globale. Non si potrebbero immaginare realtà tanto distanti in ogni senso tra loro, eppure ogni tanto mi piace immaginare La Grande Mela come una sorta di Venezia sull’Hudson (Manhattan, naturalmente, è la città storica, Mestre è il Bronx, Staten Island il Lido, con la sua mezz’ora di ferry…). Mentre Brugnaro sbraita e colleziona figuracce, mentre certe sensibili amanti di Venezia si sentono offese dalle turiste a zonzo per le calli in bikini e la Sottosegretaria ripropone l’idea di chiudere piazza S. Marco (ai cui ingressi immaginiamo dei PR attenti a selezionare i turisti in base al dress code), il progressista Bill De Blasio pensa all’ipotesi di chiudere del tutto – cioè di riaprire al traffico – le zone pedonali di Times Square, sempre nel nome del decoro. A Times Square non ci sono più le puttane come una volta, ma a certi Americani sembrano dare più fastidio le ragazze in topless che si fanno fotografare dai turisti. Una cosa inaccettabile «come essere umano», dice il progressista De Blasio. Il messaggio, da New York a Venezia, passando per Roma (con détour nella ridente Arosio), da destra a sinistra, sembra essere lo stesso: non siamo capaci di gestirlo, questo spazio pubblico. Facciamo che lo chiudiamo, e non se ne parli più.

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Una domenica all’acquario

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Non sarà forse il luogo più fresco nel quale trovare riparo dalla canicola di questo luglio, ma l’acquario mi incuriosisce da sempre, l’acquario «va visto», e dunque perché non approfittare di questo nostro weekend genovese? I ventiquattro euro che, come scopriremo poi, non includono l’ingresso alla vicina Biosfera – sorta di serra al cui microclima tropicale rinunciamo volentieri – sono risultati soldi ben spesi, anche ben oltre l’idea che sta alla base di questo “museo vivente”. Lascio ad altri il dibattito sull’opportunità di tenere animali in cattività per il sollazzo del cittadino. Non ho le idee chiare, in merito, non posso però negare che il vedere rinchiusi in vasche da pochi metri cubi animali come i pinguini, che la natura ha reso in grado di marciare e nuotare senza sosta per decine di chilometri, mi metta una certa tristezza. Occorre prendere il buono da questa visita. Un bioparco è, in senso letterale, un’esperienza meravigliosasoprattutto per i più piccoli e uno strumento didattico potenzialmente molto utile, a condizione che si venga guidati. In caso contrario, l’apparato scientifico  – didascalie, mappe e grafici sui quali i curatori del percorso hanno evidentemente lavorato molto – rischia di scomparire. I più non sono interessati alla distribuzione geografica del lamantino dei Caraibi – peccato, perché scoprirebbero che a dispetto del nome, il simpatico trichechide si trova anche lungo le coste dell’Africa Occidentale – e i pochi che lo sono non riescono in genere a vincere lo stordimento provocato dal chiasso dei bambini. Ecco quindi che la visita si traduce in un sonnambolico vagare da una vasca all’altra, attratti dagli animali più buffi come in una visione psichedelica. Chi non faccia parte della massa con prole, da cui lo spazio è monopolizzato, arriva infine a capire che all’acquario non si va per vedere i pesci, ma gli umani. Una vista non sempre piacevole, ma oltremodo istruttiva. A quel punto ci si è completamente astratti dal contesto e, in una sorta di mise en abyme, si sono cominciati ad osservare umani che osservano pesci, quasi mai direttamente (e cioè comunque attraverso i vetri delle vasche), ma sugli schermi delle loro appendici digitali. Ho visto diversi visitatori percorrere gli spazi dell’acquario senza mai staccare lo sguardo dal loro tablet e mi sono chiesto che senso abbia ormai tenere rinchiuse creature che qualunque documentario ritrae meglio di quanto possano fare gli scadentissimi video del pubblico pagante. Ma nel mondo che ci siamo costruiti, le magnifiche possibilità della tecnologia sono vendute come un obbligo sociale. Produrre e, soprattutto, condividere brutte immagini diventa forse un modo come un altro per provare ad altri ciò che la maggior parte dei genitori, totalmente disinteressati a qualunque pesce non stia in un piatto di portata, considera soltanto un tedioso dovere familiare. «Abbiamo portato i bambini all’acquario, ti mostro le foto/il video». Molto è stato detto e scritto su questo tipo di esperienza mediale, eppure ogni nuovo incontro col fenomeno risulta sempre sconfortante. Non si tratta affatto del classico “filmino delle vacanze”, perché un ricordo privato messo su facebook cessa di essere privato, ma anche di essere ricordo, diventa cronaca per il proprio piccolo branco reale o virtuale; non si tratta di fotografia, perché non vi è alcun amore né cura per le immagini, e nemmeno di  fotografia spontanea, perché un gesto ossessivo-compulsivo è tutto fuorché “spontaneo”. Mettono quasi paura, queste famigliole in libera uscita, armate di telefoni da mille euro di cui non sono nemmeno in grado di disattivare il flash. Usano del resto il flash credendo di poter illuminare palazzi interi a distanza di centinaia di metri, e quindi perché non usarlo contro il vetro della vasca delle foche? Ed è inutile cercare di sostituirsi ai (pochi, troppo pochi) custodi, in particolare avendo a che fare col turista italiota, tradizionalmente rispettoso soltanto del più forte.

«Scusi, il flash dà fastidio alle foche…»

«Eh, pazienza!»

La coppia di buzzurri si allontana, mentre poco più in là una procace giovane madre annoiatissima insegna alla figlia a strillare per ottenere qualcosa – sebbene non si sa che cosa possa ottenere dai pinguini, che cercano invano di tenersi ben distanti dalla folla che rumoreggia, sopra e sotto le vasche. Usciamo di corsa, ma ormai a quel punto si è fatta strada la sensazione vertiginosa di trovarsi sempre, noi bipedi, dentro un acquario, soltanto infinitamente più grande.

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Tesissima Repubblica

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Battaglia sul Ponte dei Pugni tra veneziani e turisti, estate 2013

Cuperliani, Civatiani, Renziani, Pittelliani…e chi lo sa? Non credo affatto che le etichette correntizie servano a descrivere l’impegno dei Giovani Democratici in questo periodo difficile. Devo ammetterlo, questi ragazzi sono davvero in gamba. E’ forse soprattutto grazie al loro entusiasmo se il PD veneziano ha organizzato, tra settembre ed ottobre, una serie di incontri centrati sui problemi e le prospettive di una città tanto bella e tanto complicata. Ieri sera si è parlato della Giudecca (“da isola operaia ad isola della cultura”) e il vostro affezionatissimo blogger era presente, sia in qualità di iscritto al Partito Democratico che di rompicoglioni patologico, spinto da quel benedetto amore per la polemica che ogni giorno mi aiuta ad alzarmi dal letto.

La platea era grosso modo divisa in tre categorie: alcuni amici residenti sull’isola, impegnati da anni nell’organizzazione di un festival delle arti autogestito, incazzati per la scarsa attenzione dell’assessorato, i professionisti della cultura (teatro, danza, musica) che hanno visto calare di anno in anno il sostegno pubblico alle loro attività, e infine i cittadini veneziani genericamente intesi, resi isterici dalla pressione dei venti milioni di turisti che ogni anno calpestano le pietre della Serenissima. Invocando la mentalità d’impresa per le attività culturali mi sono inimicato artisti e direttori artistici (il che è già un buon risultato), ma il lavoro più grosso l’ho fatto rispondendo per le rime a chi ormai considera i turisti peggio delle pantegane.

Non sono tra i sostenitori di Angela Vettese, e in questa particolare occasione ero uscito di casa già sul piede di guerra. Per l’esattezza, avrei voluto contestare proprio le deboli politiche dell’amministrazione comunale, rappresentato dall’assessore Vettese (deleghe al turismo e alla cultura), in materia di gestione dei flussi turistici. In buona sostanza, Angela Vettese propone di usare una nuova segnaletica e una nuova cartografia per deviare le mandrie di visitatori verso le zone meno battute della città. Probabilmente nulla di tutto ciò andrà a buon fine e i nuovi itinerari aumenteranno la pressione turistica sulle zone periferiche della città storica (tra le quali la Giudecca, isola in cui vivo), senza diminuirla a S.Marco e Rialto. Ma non è questo il punto.

Confermo a chi non mi conosca che a me il turismo senza governo infastidisce quanto a chiunque altro e che la vista di Venezia ridotta a theme park mi fa soffrire. L’ho scritto qui, più volte, ricordando che le responsabiità maggiori sono attribuibili proprio al centrosinistra veneziano, che negli ultimi vent’anni ha governato la città senza governarla davvero, senza avanzare proposte forti, senza garantire la trasparenza e la correttezza dei processi urbani, senza offrire una vera contropartita alla cittadinanza assediata dalla monocultura turistica. Sarebbero serviti degli incentivi alle nuove attività (qualcosa in più dei due incubatori per start-up pagati con fondi UE), uno snellimento della burocrazia comunale per vie lecite (non a suon di mandole), un piano serio di social housing (possibilmente senza regalare alcunché a Caltagirone), in modo da frenare l’esodo dei residenti dalla città storica, dei servizi davvero efficienti, garantiti da aziende gestite in modo non clientelare, i cui dirigenti non fossero nominati perché in quota a questo o quel partito. Tutto questo avrebbe reso l’invasione turistica maggiormente sopportabile. Ora è forse troppo tardi e purtroppo nemmeno le responsabilità politiche risultano chiare al cittadino medio.

Siamo già alla fase del capro espiatorio, individuato nel visitatore, proprio perché raggiungibile fisicamente. Quella prossimità fisica che è la fonte del disagio e quindi diventa bersaglio di una reazione che in questi ultimi anni assume tratti preoccupanti. A Venezia, magica città in cui le cose funzionano in modo così diverso dal resto del mondo, capita di vedere vecchietti senza creanza che mettono le mani addosso a giovani silenziosi, colpevoli di ostruire le calli, imbambolati di fronte alle meraviglie della città. Si cominciano a sentire gli autoctoni dare indicazioni sbagliate nel tentativo puerile di allontanare i turisti. Scene che riescono a rovinare la giornata ad una personcina sensibile e ammodo come il sottoscritto, che poi si ritrova a difendere l’assessore Vettese contro i cittadini indignati.

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Carlo Naya, veduta da S.Giorgio

Il problema di fondo che sembra sfuggire a tanti veneziani intolleranti al turismo rimane quello economico. La prospettiva di essere condannati a fare i figuranti di un parco a tema (“a che ora chiude Venezia?”) non è allettante per nessuno. Ma come si campa, nella città più bella del mondo (ed una delle più care d’Italia?). Noi che non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione e non abbiamo figli ben sistemati in altri luoghi, che cosa ci possiamo inventare oltre a far mangiare, bere, sollazzare e dormire gli ospiti del mondo globalizzato? Fosse per me, a Venezia si produrrebbero ancora oggetti. Artigianali e industriali. Non solo maschere, che comunque per la maggior parte sono made in china come il 99% dei manufatti che teniamo in casa. A Marghera si farebbe ancora la plastica (nessuno dovrebbe restarci secco, però), alla Giudecca si produrrebbe ancora la Birra Venezia, alla Scalera si girerebbero i film di Sorrentino e all’Arsenale si costruirebbero non più solo velieri, ma raffinatissimi apparati nanotecnologici. Per non parlare degli infiniti oggetti immateriali che viaggiano lungo la rete (in una città che da dieci anni aspetta di essere connessa in modo decente). Tutto questo rimane un sogno, per varie ragioni, al di là delle chiacchiere. E dunque, ripeto, come si campa? Lo chiedo a una signora inviperita che borbotta dietro di me: come si campa, visto che l’industria chimica è morta, come si sposta un po’ di turismo dal centro, creando altre attività nell’immediata terraferma? L’idea della torre di Cardin, così impopolare in città (oltre che nell’empireo dei nostri più raffinati intellettuali engagé), mi aveva affascinato, la vedevo come il possibile jolly, la matta da giocare per cambiare tutta la partita. Quella torre non si farà, forse è meglio così, chi lo sa. Ma ieri sera ho finalmente sentito l’opinione della pancia della città su Pierre Cardin, l’opinione della Venezia profonda e reazionaria (che magari vota da sempre a sinistra), della Venezia patrizia e popolare allo stesso tempo, nostalgica di una storia parziale e imparaticcia, incapace di accettare una decadenza che dura da tre secoli. Bene, il giudizio della signora su Cardin è il seguente:

«Pierre Cardin è un contadino! Un contadino arricchito, noi i veneti li conosciamo, lo sai anche tu, dai».

Ma certo che lo so. Oltre ad essere “campagnolo” (in vernacolo veneziano, chiunque sia nato al di là del Ponte della Libertà), risulto essere addirittura montanaro, e questi contadini li conosco bene, è vero. Erano i miei nonni.

Viene il turno di un signore che si lamenta del b&b sotto casa, e sostiene che l’industria turistica di Venezia non avrebbe alcun legame con i Veneziani. La negazione raggiunge livelli insospettati. E quindi i padroni dei b&b, chiedo, sarebbero tutti stranieri?

«Ma no stranieri! vengono da fuori

Da fuori. Fuori dove? Da Mestre?

E pensare che la Venezia che sta nei cognomi di tanti veneziani e nelle mie fantasticherie di flâneur era quello che era proprio grazie alla gente venuta da fuori: fiorentini, bergamaschi, napoletani, dalmati, greci, ebrei spagnoli, armeni, tedeschi, albanesi e tanti altri foresti. Persino qualche furlan.

Un nostalgico quanto aggressivo iscritto PD settantenne rimpiange i fasti della Serenissima, o anche soltanto il turismo d’élite di qualche decennio fa, quello ritratto in Morte a Venezia o in Tempo d’estate:

«Abbiamo dominato il mondo [sic], non siamo capaci di fermare i turisti? Il turismo di una volta era migliore, c’era gente di un certo livello, mica come questi ignoranti che mangiano in giro, sporcano, è uno schifo, ma cosa è diventata questa città?!?»

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Katherine Hepburne e Rossano Brazzi in ‘Summertime’ di David Lean (1955)

Qualcuno finalmente adopera il sostantivo d’obbligo in questi casi:

«Bisogna tenerli fuori, questi barbari».

Benissimo. E in che modo si discriminerebbero i barbari dai visitatori civilizzati? Chi farà la selezione, e su quali basi? Occorre essere consapevoli, ha ricordato la Vettese, che negare alle gite scolastiche o alle famiglie a basso reddito l’ingresso a Venezia – perché questo sarebbe il risultato di qualsiasi politica implicante il numero chiuso, un pedaggio d’ingresso o simili – vorrebbe dire operare una selezione per censo. Vorrebbe dire, sintetizzo io, essere apertamente classisti. Il che non mi sembra esattamente la caratteristica ideale di chi appartenga a un partito di sinistra, ecco.

Il dibattito per ora finisce qui e mi lascia una certa amarezza, ma anche la voglia di impegnarmi, di vincere il nichilismo in cui io per primo tendo a cadere, quello dell’illustrissimo Massimo Cacciari, per il quale «soluzione non v’è». Non esiste Soluzione, ma tanti piccoli rimedi. Viviamo in un mondo complicato e la complessità è una gran rottura di palle. Di questo si occupa la politica, dell’arte della mediazione e dei rimedi possibili. di questo si occupa il Partito Democratico, anche se non sempre gli riesce bene.

Quando il turismo non è più un buon affare

Maestri nel piagnisteo preventivo, gli albergatori veneziani temevano che il freddo polare tenesse lontani i turisti. A me non sembra, tantopiù che il sole è tornato a spuntare e in questo momento fuori ci sono addirittura 3 (tre) °C sopra lo zero, roba che vien voglia di andare in spiaggia (l’ospite australiano dei miei vicini esce di casa in maglietta e shorts, infatti). Ma se questo fosse un carnevale meno affollato del solito, detto tra noi, sarebbe soltanto un bene, alla facciaccia di Davide Rampello. Non è più soltanto una questione di fastidio, né mi sembra di essere diventato uno tra i tanti veneziani che ma sti casso de turisti rompicojoni, sa morti cani, etc.”. Il problema è economico, lo diceva pochi giorni fa persino l’Assessore al Turismo:

Nel convegno di questa mattina a Roma sullo “Sviluppo turistico dei territori: con quale leva fiscale?” al quale ha partecipato oltre all’assessore comunale di Venezia, Roberto Panciera, anche sindaci e assessori della città d’arte italiane e del Mediterraneo si è discusso della fiscalità nelle città d’arte. A questo proposito l’assessore Panciera ha rilasciato la seguente dichiarazione: “E’ stata rilevata da più parti che la tassa di soggiorno già introdotta dalle città d’arte, o che in un prossimo futuro introdurranno, è solo una prima fase di un processo più complesso che preveda anche ulteriori forme di contribuzione all’economia della città e alla copertura dei costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi: da quelli di pulizia, a quelli della logistica e della manutenzione del patrimonio artistico. E quindi si può pensare ad altre modalità di contributo, ad esempio da parte dei crocieristi, o di chi arriva all’aeroporto, fino a prevedere l’assegnazione di una quota dell’Iva prodotta sul territorio comunale.”

I costi aggiuntivi che il turismo determina con la sua pressione sui tutti i servizi? Fatemi capire: la monocultura produttiva su cui si è puntato tutto – come classe politica e come investitori – costa alla cittadinanza più di quello che rende? Non mi pare quello che si dice un meccanismo virtuoso, anche al netto dei vincoli del patto di stabilità e della gestione di giunte capaci di gettare dalla finestra decine di milioni di euro in opere inutili e disgraziate. C’è di più: la pressione di cui parla Panciera proviene da 22 milioni di visitatori l’anno, quando la città ne può sopportare 12, come si legge dagli angoscianti risultati cui è pervenuto il prof. Jan Van Der Borg, dell’Università Ca’ Foscari. Ora si scopre che la macchina ha raggiunto dimensioni antieconomiche, oltre che esiziali per la vita della città storica, e che occorre azionare qualche nuova leva fiscale. Questa sarebbe la cura dell’emorragia di Venezia: una dose di analgesico da somministrare al malato agonizzante. Senza trascurare l’altra importantissima tendenza, quella che punta alla vendita degli spazi cittadini e degli immobili (sfitti o meno), destinati sia alle operazioni di real-estate commerciale o turistico su larga scala, che al ritorno dei palazzi patrizi alla loro antica funzione, quella di favolose residenze uniche, occupate da sceicchi ed oligarchi russi che chiedono alla Soprintendenza di poter scavare una piscina nella corte di un palazzo quattrocentesco, per venire a sguazzarci due settimane l’anno. In realtà gli antichi palazzi nascevano anche come contenitori di attività economica (il fondaco con le merci aperto sul canale, il piano nobile poggiato su di esso), non come luoghi deputati unicamente alla dépense. Ma l’interminabile Settecento veneziano continua, alimentato dai capitali del turismo di massa e da quelli delle grandi operazioni immobiliari, due flussi che viaggiano in parallelo senza portare effettivo benessere alla città. La politica dei neopatrizi – che odiano segretamente Venezia – ha rinunciato a governare questi fenomeni, li assunti come naturali, li ha assecondati e infine li ha chiamati “Piano”. In un perfetto esempio di eterogenesi dei fini vissuta dal benintenzionato amministratore – honni soit qui mal y pense! – la ricerca spasmodica di risorse è diventata asservimento alle grandi speculazioni. Ma il sistema fa acqua, gli affari si scoprono delle fregature per la collettività. Nemmeno la tassa di soggiorno (che esisteva da anni in altre civilissime città d’Europa) basta più e si è costretti a pensare a nuovi balzelli per il visitatore, quando altre sarebbero le tasche da cui cominciare prelevare il dovuto. Orsù, il carnevale impazza, andiamo a metterci tutti un bel costume da finanziere (con calzamaglia e panc(i)era, sotto, ché non siamo in Australia).

(Un)welcome to the Venice Theme Park®

Seduto in vaporetto, Band of Gypsies in cuffia, il pensiero va a quel delicato bouquet misto, muffetta e cagnone (Terranova dopo temporale estivo, per l’esattezza) che sento provenire dalle mie propaggini corporee. Devono essere i jeans asciugati male dopo il bucato. Nel loculo travi a vista finemente arredato dove abito con M. non ci si può dimenticare di accendere lo stendino elettrico. Può darsi che sbagli, e che la puzza provenga dal mio vicino di posto, un rubizzo inglese, forse un aussie, che in un caso o nell’altro non sembra darsene pena. Wah-wah-wah-tarataratarataratà – sulle note di Machine Gun tento di ignorare il mio imbarazzo, veramente fuori luogo in una città piena di puzze qual è Venezia d’estate, e mi abbandono al groove hendrixiano. Mentre rifletto su quanto sia ingiustamente underrated il disco che sto ascoltando, succede che una turista sfiori con il bagaglio il braccio di un’autoctona settantenne, la cui acconciatura, tinta platino “Enrico Fermi”,  sembra accendersi per l’ira e lo sdegno provocati dalla villanzona foresta. Non resisto e lascio cadere con noncuranza un auricolare, per non perdere il dialogo plurilingue.

“I’m sorry”, dice la turista (estadounidense o canadese). D’altronde questi ammarigani nei loro grand-tour europei viaggiano di norma con valigie realmente enormi che in una città a misura d’uomo – e non di yankee suitcase – attirano inevitabilmente su di loro l’odio del residente.

“Eh aim sori, ghe vol un fià de creansa, altro che aim sori!”

La cosa potrebbe anche finire lí,  ma ormai la reazione è stata innescata. Un paio di minuti dopo, fa il suo ingresso in cabina una famiglia di nazionalità indefinita, corredata di due bimbe sui tre-quattro anni. Inconsapevole di ciò a cui andrà incontro, il padre solleva una delle figlie mettendola in piedi sull’unico sedile rimasto libero (più precisamente la panchetta che contiene i salvagente, a distanza dagli altri posti). La settantenne platinata, evidentemente già pronta allo scontro verbale, si scaglia contro il padre urlandogli qualcosa come “La faccia scendere! se uno ha il vestito bianco e si siede lì, si sporca!” Il padre, evidentemente impegnato in una qualche operazione paterna (allacciare la scarpina, sistemare il vestitino, eccetera), esita per qualche secondo, tentando di tranquillizzare la signora. La bambina resta ancora al suo posto, in piedi come una bionda statuina, del tutto inconsapevole ed incuriosita da una scena per lei incomprensibile. A quel punto, dal fondo della cabina, entra in scena un abbronzatissimo tamarro cinquantenne . “La faccia scendere!“, ripete quattro o cinque volte a voce sempre più alta, e infine si alza e raggiunge il padre, di qualche taglia più piccoloSi fronteggiano per qualche terribile secondo: “La tiri giù, non gliel’hanno insegnato il rispetto al suo paese?” Go out!” [sic] . Il padre, lievemente scosso, cede ed esce con tutta la famiglia, mentre l’energumeno fa ritorno al suo posto con l’espressione di chi crede di aver raddrizzato un torto. Il vivace scambio di vedute suscita un certo interesse nei viaggiatori, turisti e non. Io nel frattempo ho rimesso la cuffietta. Machine Gun nelle orecchie. Per il resto del viaggio tento di immaginare i pensieri del padre e di parte dei turisti presenti: Nemmeno in metro a Tokyo mi capita di vedere scene simili. Ma che hanno questi veneziani? Anvedi che stronzi. Isterici, sono. Oltre che ladri: seieuroecinquanta per un giro in vaporetto, mille per quattro notti al b&b coi muri di cartone e i marmi finti, sessanta a testa per il terribile fritto della cena di ieri sera, centoventi per il giro in gondola, e ti trattano pure male…col cazzo che ci ritorno, in questa città. Non che il comportamento dell’energumeno e della stagionata signora sia del tutto inspiegabile.  Pochi visitatori si soffermano a considerare la frustrazione dei mohicani-veneziani, assediati da 22 milioni di turisti l’anno (sessantamila al giorno, uno per residente, e ce ne devono stare di più, secondo la giunta Orsoni e pressoché tutto il centrosinistra cittadino). Ventiduemilioni di campagnoli, mutilati delle loro appendici rotanti, divengono pedoni rimbambiti: ignorando la possibilità anche solo teorica di una città pedonale, scambiano Venezia per un museo-albergo diffuso o una sorta di disneyworld antiquario, in cui esistono soltanto visitatori e personale addetto ai visitatori. Camminano a quattro a quattro, a otto a otto, a sedici a sedici, arrivando ad occupare tutto, dalla calletta più stretta alla Riva degli Schiavoni. Ma non si tratta soltanto di una questione di sovraffollamento. Per i veneziani pesa la coscienza di essere diventati intrusi nella propria città, totalmente prostituita ad una monocultura turistica volgare da cui ormai dipende il loro reddito. E d’altronde non è la stessa industria del turismo a suggerire la percezione di Venezia in quanto parco a tema? Una città-evento, un’esperienza, uno spazio fantastico, più che un luogo reale. Certo, ci sono i monumenti, le pietre, la Storia. Ma quello è fondale, è scenario. Ad essere protagonista non sono tanto lo straordinario intreccio tra Natura e Cultura, non sono l’architettura e le arti. Protagonista è il visitatore medio, per qualche giorno a spasso in una città veramente bizzarra. Vengono a vedere il freak delle città, ecco. La politica e i centri economici cittadini hanno fatto propria questa visione, potenziandola. L’eutanasia della città storica praticata dalle giunte Cacciari, Costa e Orsoni, è tuttavia un processo lento, che deve fare i conti con alcune decine di migliaia di residenti. Tra cui la finta bionda settantenne e l’energumeno cinquantenne di cui sopra. I mohicani consumano quello che c’è da consumare, maledicono i sindaci, al bar, e i turisti, in vaporetto. Ma sono i figli di una lunga decadenza, sembrano ormai rassegnati a dover scomparire. Se proprio un loro discendente vorrà vedere Venezia, tra qualche decennio, pagherà il biglietto, come tutti.