La Brexit e il futuro di tutti: intervista a Lazzaro Pietragnoli

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A settembre 2015 avevo chiesto a Lazzaro Pietragnoli, consigliere laburista a Camden, dove la svolta di Corbyn avrebbe portato il Labour. Allora, la questione della Brexit, sebbene centrale, sembrava ancora lontana. Dieci mesi più tardi, a pochi giorni dallo shock referendario, torno a rivolgergli alcune domande sul futuro del Regno Unito e dell’Europa tutta.

Innanzitutto una domanda all’emigrato perfettamente integrato: come stai vivendo personalmente lo shock della Brexit, e come lo sta vivendo Londra, in base alle prime impressioni colte tra le tue cerchie e nel tuo quartiere?

Sebbene nelle ultime ore prima del voto avessi lo strano presentimento che le cose sarebbero andate male, la relazione di fronte ai risultati è stata di completo stupore. Per giorni sono stato in una condizione di totale sbigottimento e anche ora, a più di una settimana di distanza, mi capita spesso di fermarmi e chiedermi tra me e me se sia successo davvero.
Sconvolgente è stato il risultato, ma ancora piu sconvolgenti gli sviluppi seguenti, con un paese che rischia la frammentazione e il collasso: il governo che non esiste, il partito di maggioranza diviso verticalmente, i campioni della Brexit che si squagliano come neve al sole, l’opposizione che si chiude in un dibattito tutto interno. Da un punto di vista personale, ho trovato molta comprensione e molta solidarietà a Camden, ma qui la stragrande maggioranza ha votato per rimanere (uno dei dieci risultati piu alti del paese), per cui non mi stupisco.

In qualche modo la storia di questo disgraziato referendum è anche quella di uno scontro personale per la leadership conservatrice. Quanto è grande la responsabilità di Cameron (e di Johnson)?

Le responsabilità di Cameron sono enormi: ha voluto il referendum come una mossa tattica per annullare la frangia euroscettica del suo partito, e ne esce sconfitto l’intero paese. Johnson ha cavalcato la Brexit per la sua personale carriera, scegliendo accuratamente dove gli convenisse schierarsi e, travolto da una vittoria inaspettata, si è trovato abbandonato dai suoi stessi supporters e isolato. I conservatori hanno decisamente sottovalutato che con il referendum non si isolavano gli euroscettici, ma si dava loro una piattaforma, una piattaforma potentissima, che ha raggiunto e coalizzato tutti gli scontenti.

A tuo avviso hanno senso i tentativi di contrastare i risultati del referendum con le petizioni online o in modo più formale, ad esempio attraverso un voto del Parlamento scozzese, come sembra suggerire Nicola Sturgeon?

Io credo che, per quanto manipolato e basato su una campagna populista, il voto vada rispettato. Il che non significa che chi ha votato Remain debba tacere: la fase importante si apre ora. Brexit è stato un voto senza mandato – ci devono essere negoziati con l’UE e trattative interne per decidere quali sono le soluzioni migliori per l’economia e la società britannica. Io credo che sia giusto e legittimo per chi ha votato remain di provare ad influenzare quelle trattative, anche perché non è chiaro quale fosse lo scenario per cui gli elettori sono stati chiamati a votare.

A proposito di Scozia – e di Ulster, come vedi la possibilità di una disintegrazione del Regno Unito nei prossimi due anni?

Credo che la Brexit riapra delle ferite che erano non solo mai sopite, ma anche tornate a sanguinare nell’ultimo periodo. Il rischio che un nuovo referendum scozzese porti alla rottura del Regno Unito è reale (anche se poi anche quello aprirebbe nuovi scenari inimmaginabili, con problemi e complicazioni enormi). Diciamo che ci siamo infilati in un vespaio e che la via d’uscita non è facile al momento.

A settembre scorso ti chiedevi se Corbyn sarebbe stato il leader giusto per guidare la campagna del Remain. Dopo che una parte non irrilevante dell’elettorato laburista ha scelto il Leave si e’ aperta una nuova crisi nel partito. Quali potrebbero essere gli scenari futuri tra le dimissioni di Corbyn, un ripiegamento del partito su posizioni euroscettiche e una scissione?

Il Labour party si trova ad affrontare oggi le questioni che non ha discusso al tempo dell’elezione di Corbyn. Quella fu una vittoria netta e decisa di un leader che era una rottura netta con gli ultimi 30 anni di storia laburista, un ritorno indietro alle radici sicure (ma ormai superate). Il Labour riesce a mantenere dentro di sé le spinte radicali che in altri paesi europei portano alla scissione dei tradizionali partiti socialisti (Siryza, Podemos) ma la Brexit accelera lo scontro della contraddizione. Corbyn in questi pochi mesi come leader ha trasformato l’organizzazione del Labour per cui ora gode di un forte supporto della base, costruito soprattutto sulla contrapposizione all’austerity e al blairismo (elemento rafforzato nelle ultime ore dal rapporto Chilcot sulle responsabilità nella guerra in Iraq). Ma Corbyn e il suo cancelliere McDonnell non sono ancora stati capaci di riempire di contenuti positivi (e aggreganti per l’elettorato laburista) la loro nuova narrativa antiausterity. Dall’altro lato le voci di una scissione si fanno sempre più forti e insistenti. Non so davvero che cosa potrebbe succedere. Quello che so, e che vedo ogni giorno, è che la chiusura del Labour in una lotta interna, sta lasciando una parte dell’elettorato senza un chiaro punto di riferimento in un momento di massima crisi.

Una prima analisi del voto ha portato molti commentatori europeisti, anche in Italia, a formulare critiche del suffragio universale, arrivando a proporre un voto ponderato a favore dei più giovani, una patente del voto o simili. Come giudichi questa voglia di elitismo democratico?

Sbagliatissima. Compito della politica (anche se non lo fa molto spesso) è di dare ai cittadini non solo il potere di decidere ma anche gli strumenti per prendere le decisioni. Dobbiamo focalizzarci maggiormente su questa seconda parte, costruire una società più preparata ed inclusiva. Ma non lo si fa certo limitando il diritto di voto.

In UK la demografia è alquanto diversa dalla nostra e i dati ci dicono che purtroppo i giovani sono rimasti a casa. Quanto ha pesato la disaffezione per la politica in sé e quanto le condizioni sociali della provincia?

C’è un sistema elettorale (e di conseguenza un sistema politico) che fa sì che il voto in Gran Bretagna sia meno sentito, che la partecipazione elettorale sia più bassa. Questo ha portato ad una disaffezione diffusa. Molti hanno fatto analisi del voto sulla base sociale dell’elettorato, a me piacerebbe vedere un confronto del voto sulla base dei vari collegi elettorali: scommetto che i marginali (quelli che alle elezioni sono più contestati dai vari partiti) hanno portato un voto più alto per il Remain, perché in quelle zone c’è ancora un senso di coinvolgimento dell’elettorato e di partecipazione. Nei seggi sicuri (siano essi laburisti o conservatori) probabilmente invece il senso di disaffezione dell’elettorato, la protesta, ha portato una maggiore percentuale al Leave. Non possiedo dati per  corroborare questa analisi, ma la mia impressione è che si sia sottovalutato come la democrazia non sia solo un processo di voto, ma anche un processo di partecipazione attiva alla vita politica di tutti i giorni.

Nel medio periodo che cosa dovremo essere pronti ad affrontare? Un’Inghilterra solitaria, cinquantunesimo stato degli USA guidati da Trump e un effetto domino sul Continente? Cosa dovrebbero fare e cosa dovrebbero evitare i leader UE per evitare il peggio?

Se penso che ci potrebbe tra qualche anno essere un meeting del G7 con Trump, Putin, Andrea Leadsom, Marine Le Pen… Viene voglia di chiedere la cittadinanza canadese! Scherzi a parte, il rischio di una regressione alla chiusura degli stati nazionali sulle politiche di cooperazione e integrazione è reale. Io credo che i leader europei (e anche quelli mondiali) dovrebbero rilanciare un progetto che metta al centro dell’azione politica la pace e il progresso, che leghi lo sviluppo dei paesi africani e del Sud-est asiatico con il benessere di quelli europei, che rimetta al centro del pensiero collettivo i grandi problemi mondiali, la giustizia sociale, l’eguaglianza, la solidarietà e non solo le piccole questioni del nostro cortile. Ne va della nostra futura convivenza, ne va del futuro delle prossime generazioni. Ma si devono sbrigare, perché è già troppo tardi.

La foto è di Elionas2 (CC0)

Come stiamo regalando al Sultano l’arma dei profughi

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So che non si tratta di un’opinione granché popolare, ma sono convinto che il terrorismo nasca da quella che un tempo si definiva autonomia del politico e che le motivazioni sociali da sole spieghino poco. A scegliere il piccolo jihad sono stati sia il milionario saudita Bin Laden che lo spaccino belga Abdeslam, così come nelle file del terrorismo rosso si ritrovavano sia il figlio dell’operaio Alasia che quello del ministro Donat-Cattin. Anche i dibattiti non specialistici sull’usurpazione del “vero Islam” da parte del “falso Islam” dei terroristi lasciano il tempo che trovano. Basti ricordare che ad usare l’aggettivo «comunista» nei nostri anni Settanta erano sia i brigatisti che il PCI, tra loro nemici giurati. Così, «vero Islam» è semplicemente qualunque Islam si definisca tale, e 1400 anni di fitna lo dimostrano. Un ideale apocalittico e settario può diventare ragione di vita di un individuo per i motivi più vari, mai esclusivamente economici. Come i girasoli, i jihadisti nati e cresciuti sul suolo europeo sono attratti da un punto di riferimento, sia simbolico che materiale:  quindici anni fa poteva essere il regime talebano in Afghanistan, oggi è il cosiddetto califfato in Siria. E finché quel sole risplenderà sinistramente, i girasoli volgeranno ad esso il loro sguardo. Ciò detto, in presenza di combustibili potenti quali le ideologie religiose (incluso il marxismo rivoluzionario…), le condizioni materiali degli individui forniscono certamente il comburente. Purtroppo, gli stessi commentatori in cerca di moventi nel «disagio delle periferie» o nell’ «assenza di biblioteche di quartiere» nelle nostre metropoli, non sembrano altrettanto interessati a ciò che può accadere in condizioni di “disagio” infinitamente maggiore. Cinque anni di guerra civile siriana hanno prodotto quattro milioni di profughi, due dei quali sono attualmente confinati nei campi turchi. L’identità “migrante=potenziale terrorista” fa ovviamente il paio con quella, altrettanto stupida, insultante e pericolosa “islam=religione terrorista”, e tuttavia non possiamo escludere che all’interno dei campi – che per quanto ben gestiti siano, rimangono luoghi in cui è difficile resistere a lungo senza perdere la testa – esista una possibilità di reclutamento da parte di Daesh. Non dobbiamo mai dimenticare che la maggior parte dei Siriani non fugge dai tagliagole di Al Baghdadi, ma dalle barrel bomb dell’esercito di Assad. Già ora, l’assistenza ai profughi è garantita in parte dalle ONG islamiche vicine a Erdoğan.La dabbenaggine degli stati UE, che pensano di allontanare i problemi tenendo lontani i rifugiati, usando Erdoğan come un nuovo Gheddafi, rischia di creare la prossima generazione di islamisti radicali e di dare forza al disegno neottomano che sembra aver preso piede in Turchia negli ultimi anni. Mentre in Europa dibattiamo giustamente attorno al concetto di integrazione, in Medio Oriente l’idea di impedire l’integrazione di grandi masse di rifugiati rappresenta da sempre una strategia deliberata volta alla creazione di una potentissima arma politica. È sufficiente tenere confinati i profughi, negare loro la possibilità di cercare lavoro o di richiedere la cittadinanza, anche dopo un’intera generazione. Questo è accaduto ad esempio ai Palestinesi, cittadini di seconda classe in vari paesi dell’area. La storia della striscia di Gaza, autentico incubatore d’odio creato e amministrato per vent’anni dall’Egitto, è in questo senso esemplare, ma, ahimè, siamo ormai abbastanza cresciuti per capire che la Storia non è mai maestra di vita.

Nella foto, il campo profughi di Kilis (ANADOLU AJANSI – ADEM YILMAZ)

La Germania, l’Europa e i vecchi odiosi stereotipi

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Non ci possiamo far nulla, siamo animali simbolici in cerca di senso, abituati ad astrarre e a caricare di significati i fatti più minuti. Lo facciamo ad ogni livello, dal circolo della canasta alle “scuole alte” – in quest’ultimo contesto, da quando il detto nietzschiano «Non esistono fatti, ma solo intepretazioni» è diventato legge, lo si può fare anche pagati, e quindi con maggior soddisfazione. Quando i fatti, da minuti, diventano notevoli, parliamo appunto di fatti significativi. Se il fatto implica una tragedia di qualche tipo, e naturalmente una morte o, meglio ancora, una strage, la ricerca di senso diventa quasi compulsiva. In una prospettiva religiosa, tutto risulta più semplice. Per contro, l’individuo secolarizzato e un poco rincoglionito dalla massa di informazioni che è costretto a digerire ogni giorno, se la deve cavare diversamente.

Nel caso della tragedia del volo German Wings, non si è nemmeno aspettato che la conta dei morti terminasse perché i rimasticatori simbolici attivi sui media, social o meno, vomitassero il loro bolo di senso. Si tratta di un bolo un tantino avvelenato, perché viviamo in un’epoca piena di veleni verbali. Così, a poche ore dallo schianto dell’aereo, una certa lettura della tragedia era già nelle teste di tutti. A partire dalle banali considerazioni – le uniche davvero sensate, a mio avviso – sul fatto che nel mondo reale il “rischio zero” non esiste, un esercito di commentatori ha cominciato a tirare in ballo la Germania. Sì, perché una volta appurata la non appartenenza all’Islam di Andreas Lubitz, una qualche colpa collettiva andava comunque trovata – sempre per la faccenda della ricerca del senso.

Un senso storico-politico-antropologico fa sempre la sua porca figura e dà molta più soddisfazione di altri significati, come quello religioso – per cui ce la si deve prendere con qualcuno che forse nemmeno esiste – o banalmente fattuali – per cui all’eventualità statistica che qualcosa vada storto si può reagire al massimo con una bestemmia – il che ci riporta al caso precedente. Si inizia quindi al bar con la semplice Schadenfreude rivolta al primo della classe («Hai visto ‘sti crucchi, sempre tutti precisi e affidabili, eh? Ben gli sta»), sino a diventare, in taluni editoriali, un’invettiva contro la loro arroganza, una critica che va ben oltre il caso German Wings e arriva naturalmente a toccare la questione fondamentale: il ruolo della Germania nell’attuale crisi europea.

Al fondo di tutto c’è infatti l’immagine di una Germania arcigna e arrogante, dei Tedeschi come bulli d’Europa, affamatori di popoli attraverso l’austerità, ottusi nella migliore delle ipotesi, consapevolmente malvagi nella peggiore, in un guazzabuglio nel quale si confondono governi e nazioni, si isolano singole componenti culturali, si ipostatizzano presunti caratteri nazionali perenni e, immancabilmente, si fanno paralleli a tratti osceni con gli episodi più tragici della storia del Continente. Nell’uscita del portavoce di Lufthansa («cose di questo tipo non sono nel nostro DNA») alcuni hanno addirittura voluto intravedere i segni del razzismo nazionalsocialista. Una formuletta da frasario aziendale, sentita mille volte, l’ultima delle quali, soltanto pochi giorni prima, dalla bocca del premier-motivatore Renzi in visita al cantiere di Expo («ce la faremo, perché è nel nostro DNA»), qui evoca i fantasmi peggiori del Novecento.

Inutile dire che di questa polemica antitedesca beneficiano in particolare i vari No-Euro, i quali raccolgono pazientemente i frutti di un quotidiano lavoro di propaganda a cui certo giornalismo partecipa ben volentieri, sia in Italia che in Germania. E se un grande conoscitore della cultura tedesca come Gian Enrico Rusconi invita a smetterla coi rispettivi, odiosi, stereotipi, immediatamente lo si vede arruolato dai No-Euro tra gli antitedeschi («lo dice anche Rusconi!») e tra i nemici dell’Unione Europea. Eppure, se c’è qualcosa che rafforza la nostra convinzione di europeisti, sono proprio queste deprimenti polemiche “etniche”. C’è un terribile non-detto che ogni tanto affiora nel discorso pubblico europeo, fatto di odio atavico, pregiudizi, guerre e stermini di massa. Ecco perché ciò che affiora ogni tanto oggi è la prova inconfutabile di quanto sia stato giusto e necessario iniziare il processo di integrazione europea, appena ieri.

Talvolta, un certo pessimismo sul futuro d’Europa è più che lecito, ma non possiamo, noi Europei, lasciarci scoraggiare. Dobbiamo soltanto imparare a parlare di una complicata ma risolvibile questione di quattrini senza tirare in ballo le rispettive madri.

La Grecia (e l’Europa) a più dimensioni

Non so granché di finanza pubblica, ma non credo occorra una particolare specializzazione per capire che un sistema improduttivo in cui lo Stato continui a spendere a deficit finisce inevitabilmente strozzato dai debiti. Funziona per gli stati come per i più piccoli agenti economici. Potrei aggiungere che la mia piccola esperienza di debitore e di creditore mi rende solidale col popolo greco, e allo stesso tempo mi fa comprendere le ragioni della Troika. La faccenda sarebbe fin troppo semplice da leggere così. Davvero troppo semplice. Come è noto, i problemi della Grecia assomigliano molto ai nostri. Governi inetti e corruzione endemica, consenso comprato per decenni distribuendo impieghi pubblici e pensioni, grandi eventi, grandi opere e grandi sciali, un debito che cresce rapidissimo, sino – qui finiscono le similitudini – all’intervento europeo che, in cambio di una dolorosa disciplina di bilancio, ha riempito nuovamente le casse dell’erario ellenico. «Una fazza, una razza». La differenza – enorme – sta nella struttura e nelle dimensioni del sistema. La Grecia non ha quasi un’industria manifatturiera, non l’ha mai avuta. Il turismo è la sua prima risorsa. Prendiamo nota di quanto può essere solida l’economia di una monocultura turistica e ricordiamocene quando avremo chiuso l’ultima fabbrica e il Bel Paese sarà diventato un unico grande resort eno-gastro-artistico. Ma sto divagando. A differenza di tanti ridicoli opportunisti – parlo di gente del mio partito, il PD – precipitatisi a salutare il vincitore delle elezioni greche come una sorta di eroe della rinascita europea, a me Tsipras continua a non piacere. Non mi può piacere una cultura politica che conosco benissimo e che ho abbandonato da tempo. Non amo i massimalisti, i demagoghi e i parolai, i difensori del popolo che spesso sono i primi a trascinare il popolo nei guai. La coalizione con Anel, aggressivo partitino della destra xenofoba e antisemita, ha infine rappresentato la fetida ciliegina sulla torta (ma occorre aggiungere come nel panorama politico Greco sia praticamente impossibile non avere a che fare con gentaglia simile). Apparentemente dovrebbe essermi chiaro da che parte stare, quindi. Solo apparentemente, perché in questi giorni la faccenda greca mi si è rivelata per quello che è davvero: la possibilità di provare che quest’Unione Europea che difendo ogni giorno a parole è davvero qualcosa per cui vale la pena di ricevere gli sputazzi – metaforici e non – di grillini e feccia noeuro. Che è un progetto politico solido e non unicamente un club di ragionieri arcigni.

La crisi del debito sovrano in Europa ha di fatto cambiato la natura del discorso pubblico, ha cambiato le lenti con le quali leggiamo – o meglio, con le quali i media generalisti leggono per noi – la realtà. L’opposizione austerità-crescita, la dialettica, a volte molto aspra, tra le antiche tradizioni keynesiane di tanti membri UE e il rigorismo della Troika, la sovrapposizione (superficiale e spesso fallace) tra quest’ultimo e il pensiero liberista hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani dopo il 2008, con la grande crisi. Come accade anche a casa di ognuno di noi, si parla di soldi soprattutto quando i soldi mancano. Questa ventata di economicismo è stata senz’altro salutare perché ha spinto molti di noi semianalfabeti economici – magari dotati dei soli attrezzi, parecchio arrugginiti, della critica marxista – a leggere di mercati finanziari e a cercare di capire come funzionino. Personalmente non ci sono ancora riuscito, ma in compenso ho capito che forse ci siamo spinti troppo in là con le analisi puramente economiche, rischiando di diventare uomini a una dimensione (la coincidenza col titolo di Marcuse è, credetemi, puramente casuale). L’uomo a una dimensione guarda alla crisi greca con le lenti della microeconomia e gli schemi dell’etica di mercato – in fondo non così distanti dal senso comune: «i Greci devono pagare i buffi, perché se gliela facciamo passare liscia poi chi li sente gli Spagnoli? E se cominciamo a non far pagare i falliti, chi presterà più un centesimo a tassi ragionevoli? Ragazzi non scherziamo. I buffi si pagano!». Di come possano fare i Greci – parlo dei Greci in carne ed ossa, non di figure statistiche – a pagare i buffi, con un rapporto debito/pil del 175%, con i salari a picco e code sempre più lunghe alle mense dei poveri, l’uomo a una dimensione non si cura. Di una cosa si dovrebbe però curare almeno l’uomo a più dimensioni, e non mi sto riferendo soltanto alla questione umanitaria, ma al significato e alle conseguenze politiche della Grexit.

Per spiegare il mio punto di vista uso una metafora scolastica: l’Europa è una classe i cui alunni hanno un rendimento molto vario. Troviamo secchioni e zucconi – categorie sempre variabili nel tempo, come le storie scolastiche reali dimostrano sempre. «Se uno è zuccone è zuccone», pensa l’uomo a una dimensione. I paraocchi con cui guarda la realtà gli impediscono anche solo di ipotizzare che qualche colpa possa averla anche il professore. Il punto  è che l’Unione Europea deve punire gli zucconi ma non può lasciare indietro nessuno. Non può “bocciare”, perché se lo fa, contravviene al suo scopo statutario. Non solo. Se l’Unione abbandona la Grecia, compie un grossolano errore geopolitico, creando un failed state ai suoi confini. La Grecia, stando ai trattati sottoscritti, non può uscire direttamente dall’Euro, dovrebbe prima uscire dall’Unione. Ipotesi remota, ma non impossibile. Cosa potrebbe succedere se le banche greche rimanessero a secco e gli investitori di area UE troncassero ogni rapporto con Atene? La Grecia finirebbe, per così dire, all’asta. Per ora, discreti, arrivano i capitali cinesi (direttamente nelle banche, prima che nei porti). Ma immaginate la Grecia come una sorta di Transnistria mediterranea, un Montenegro all’ennesima potenza, o uno hub jihadista tornato dopo due secoli sotto l’influenza turca, o ancora – di questo abbiamo qualche avvisaglia – uno stato satellite a disposizione dello zar Putin. Fantapolitica, certo. Del resto, tutta la politica dall’89 in poi era fantapolitica, vista trent’anni prima.Non vi ho convinti? Ho viaggiato troppo con la fantasia? Va bene, immaginate una frazione minima di quello che ho elencato. Immaginate il fallimento dell’Euro a tredici anni dalla sua introduzione. Io credo che non possiamo permetterci nemmeno questo, a dispetto di ciò che pensano gli uomini a una dimensione.

Tutti pazzi per Tsipras

Io non so davvero perché la Lista Anticapitalista del 2009 – sottoposta a un superficiale rebranding legato alla questione del debito greco – rappresenti le speranze di una parte del ceto medio riflessivo de sinistra. Continuo a non spiegarmi gli entusiasmi di tanti intellettuali titolati per la figura dello stesso Alexis Tsipras, presentato incredibilmente come innovatore. Può darsi in effetti che nel piccolo arcipelago nato dalle quattordici scissioni vissute da Rifondazione Comunista in vent’anni di esistenza si guardi al risultato di Syriza (vicino al 20%) come ad un segno di prossima rinascita dei vari eredi della Terza e Quarta Internazionale. Sarà allora utile ricordare come il successo del partitino di Tsipras dipenda unicamente dal disastro greco. Ai compagni neocomunisti sento di poter dire che, nonostante la nostra smania autodistruttiva, ci risulterà difficile replicare le condizioni attuali della «culla della democrazia».

Venendo al programma della lista, la novità sostanziale rispetto al 2009 consiste nell’aver in gran parte depurato il lessico dalle formule del sinistrese, dagli elementi tipici del gergo marxisteggiante. Il risultato è una prosa trattenuta e a tratti esangue, priva di riferimenti diretti al marxismo o alla socialdemocrazia (che comunque, da tradizione commie, rimane nemica), una prosa i cui unici picchi retorici risultano così sovrapponibili a quelli del fronte no-euro e della destra radicale:

«Gli stati nazionali perdono di sovranità a favore di organismi del tutto impermeabili alla volontà popolare, perché non elettivi. Questa costruzione ha portato al comando un’oligarchia tecnocratica il cui disegno politico è sostenere il potere delle multinazionali, delle banche, delle classi e dei ceti più ricchi rovesciando l’austerità addosso alle popolazioni europee».

Marx non viene mai nominato, Gramsci viene citato una sola volta a proposito del superamento dello stato-nazione. Certo, l’obiettivo di massima degli tsiprassiti rimarrebbe «Non solo […] uscire dalla crisi, ma anche dal capitalismo in crisi», tuttavia l’ispiratore principale del documento rimane senza dubbio Keynes (citato con soddisfazione a proposito dell’ “eutanasia dei rentiers“). In buona sostanza, quello degli tsiprassiti è un programma superkeynesiano che, oltre alla rinegoziazione e mutualizzazione del debito e alla riforma della BCE come prestatore di ultima istanza, prevede «che il settore pubblico conquisti sempre maggiore peso nell’economia reale», sebbene «non necessariamente e non tanto inglobando i settori privati, quanto innovando terreni e modalità di sviluppo economico e produttivo». Un esempio, uno solo, sarebbe gradito per chiarire quest’ultimo passaggio, che mi rimane piuttosto oscuro. Oscure sono del resto le motivazioni che dovrebbero spingere i paesi UE dalle economie meno malandate a partecipare ad un «nuovo piano Marshall» (l’unica invenzione yankee che gli tsiprassiti – naturaliter antiamericani – riescono probabilmente a tollerare). Se finora l’Unione provvede a rabboccare un secchio bucato, pretendendo – in modi che si possono e si debbono discutere – di tappare il buco, gli tsiprassiti vorrebbero l’acquisto di tanti altri secchi bucati. Tutto questo in nome della solidarietà tra i popoli, evidentemente, con la promessa di «una ferrea intransigenza nei confronti della corruzione e della malagestione». Non credo sia sufficiente, purtroppo.

Ho citato il ceto medio riflessivo perché, com’è noto, il voto operaio residuo, e in generale quello dei ceti popolari, da tempo si riversano altrove. Nei momenti di crisi sistemica, la radicalità della massa si esprime a destra: oggi si esprime nel vasto fronte eurofobo che va dalla destra neonazista al« fascismo inconsapevole» di Grillo, passando per la Lega.  Lo tsiprassita più entusiasta appartiene invece in genere alla piccola borghesia intellettuale di sinistra, nelle sue fasce più giovani precarizzata e in via di declassamento. È preoccupato ma soprattutto confuso. Non possiede strumenti per capire la realtà economica, si limita a individuare i nemici (le banche, la troika, la “finanza speculativa”, etc.) non i rapporti, i “colpevoli”, non le dinamiche. Considerando che lo tsiprassita medio proviene anche solo lontanamente dalla galassia marxista, questa tragica mancanza di strumenti critici risulta sorprendente. Ne deriva una debolezza argomentativa che appare evidente: la critica radicale a “questa” Europa, ma senza uscire dall’Euro, l’incredibile riscoperta della sovranità nazionale e dell’«Europa dei popoli», ma naturalmente combattendo ogni forma di xenofobia, la necessità di «una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi», senza però mai parlare di una difesa comune e degli investimenti necessari. E naturalmente «l’avvio di politiche economiche che puntino allo sviluppo di settori produttivi qualitativamente innovativi, dalla difesa dei beni comuni [come potevamo dimenticare i beni comuni?] alla tutela dell’ambiente». Sarà per la migrazione del voto operaio, sarà per le culture dei ceti rappresentati, sta di fatto che certa sinistra è ormai incapace di formulare un qualunque pensiero sensato sul mondo della produzione materiale.

A quel ceto intellettuale che vede i propri figli esclusi da un mercato del lavoro culturale giunto ormai a saturazione sfugge il punto chiave: le professioni creative nelle quali i rampolli vorrebbero trovare la loro realizzazione trovano spazio solo in condizioni di espansione, non certo di decrescita. E i grandi programmatori keynesiani avevano a loro disposizione gigantesche leve produttive che si chiamavano acciaio, carbone, petrolio. Non avevano paura dell’industria pesante, delle grandi opere, della ricerca scientifica. Mi sbaglierò, ma per me un keynesiano che sia contro gli OGM, la TAV, il fracking, le antenne dei telefonini e la mozzarella consumata a più di trenta km dal casaro è semplicemente un keynesiano ridicolo. Sia chiaro, non credo che la maggior parte dei sostenitori di Tsipras abbiano in mente per il futuro d’Europa una sorta di distopica federazione di ecovillaggi collegati da una rete di mulattiere. E tuttavia non si capisce cosa abbiano in mente, al di là della trita retorica benecomunista, di alcuni punti assolutamente condivisibili e di qualche idea che fa sorridere. Cito ancora dal programma:

«L’Europa ha una grande risorsa: la dieta mediterranea, già riconosciuta come patrimonio
dell’umanità da parte dell’Unesco, su cui fare leva per garantire un nuovo sviluppo qualitativo
dell’agricoltura»

Un’oliva nello spritz?