Da Brugnaro a De Blasio, alla ricerca di un’idea di città

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Due mesi – mesi estivi, per di più – sono decisamente pochi per giudicare l’operato complessivo di un sindaco, ma sono abbastanza per coglierne almeno lo stile politico e comunicativo. In otto settimane dal suo insediamento, Luigi Brugnaro ha confermato le nostre peggiori previsioni. Sarà questione di carattere, di inesperienza politica, sarà la frustrazione nel vedere che la matassa dei problemi di Venezia è davvero difficile da sbrogliare. Sarà lo spirito di revanche della destra quando torna al potere in una «città rossa». Rimane il fatto che il «Guazzaloca in saor» – così lo descriveva argutamente Guido Moltedo al momento della candidatura – non ha nulla della sostanziale moderazione dimostrata a suo tempo dal Guazzaloca propriamente detto. In una manciata di settimane, Brugnaro è riuscito a far tornare Venezia – ormai davvero una sorta di freak delle città – all’attenzione dei mass media di tutto il mondo come nemmeno lo scandalo MOSE era riuscito a fare. Una serie di episodi mediatici l’uno più imbarazzante dell’altro, la cui lista si allunga settimanalmente, perché Brugnaro non ce la fa proprio a tacere, deve esternare tutto quello che gli passa per la testa. E dunque, a pochi giorni dall’elezione, via con l’assurda polemica sui cosiddetti «libri gender» da lui fatti ritirare dalle scuole (o meglio, dai ripostigli delle scuole, dove giacevano intonsi e ancora incellofanati), che genera poi lo scontro tragicomico con Elton John, in cui il Sindaco la butta sul venale e chiede a Elton de tirar fora i schei par Venessia, per arrivare alle ultimissime dichiarazioni sul gay pride («una buffonata, mai a Venezia», dice Brugnaro, e la mente corre subito ai quindici anni della «Festa dei popoli padani» in Riva Sette Martiri…). E naturalmente nessuno si azzardi a parlare di omofobia. «Ho amici gay», dichiara il Sindaco. Non pago, Brugnaro decide di censurare la mostra di Gianni Berengo Gardin, il più grande fotografo veneziano vivente, il quale, per mostrare i suoi lavori sulle grandi navi dovrebbe accettare di esporre anche le tavole del progetto scelto dall’amministrazione per farle passare altrove. Questo perché, secondo la bizzarra logica del Sindaco, le impressionanti fotografie delle navi da crociera che sovrastano i fragili monumenti di Venezia darebbero un’immagine negativa della città. Sulla stessa linea, un paio di giorni fa, un pezzo di Jess McHugh sull’International Business Times, che descrive semplicemente il problema della pressione turistica sulla città (come fanno da anni non solo i media italiani e del resto del mondo, ma pressoché tutti i cittadini del centro storico, anche quelli che hanno votato Brugnaro) viene accusato di «denigrare» Venezia. Sul versante sicurezza, mentre alcune zone della terraferma sono allo sbando, Brugnaro decide di colpire la «movida» in centro storico. Premesso che Venezia non vede una movida dagli anni ’90 [del Settecento], quella odierna si colloca fisicamente in campo Santa Margherita, ultimo recinto dedicato al divertimento serale dei giovani e degli studenti fuorisede. Con grande tempismo e senso della misura, venerdì scorso – un tranquillo venerdì sera d’agosto in un campo per nulla affollato, gli studenti da tempo partiti per le spiagge – Brugnaro fa mobilitare una squadra di venticinque agenti, tra polizia e vigili urbani. Sessanta persone fermate e fatte annusare dai cani antidroga, sei segnalate perché in possesso di un paio di grammi di fumo a testa. Un’operazione all’insegna dell’efficienza, non c’è che dire.

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Infine lo scontro con la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del FAI, con esplicito riferimento al di lei doppio cognome, teso evidentemente a vellicare l’orgoglio popolano di tanti suoi elettori. Brugnaro naturalmente detesta gli intellettuali in quanto tali, figuriamoci se di nobile lignaggio. Come apre bocca, Brugnaro infastidisce, ma la cosa che più mi infastidisce è che, da incorreggibile bastian contrario, davvero non riesco a prendere le parti della contessa di Arosio contro il plebeo Brugnaro. Non ci riesco non perché io stesso plebeo, ma perché né la contessa né il figlio dell’operaio sembrano avere un’idea di città che possa andar bene per chi dalla città stessa rischia ogni giorno l’espulsione economica, tanto per cominciare. Le loro due alternative non lo prevedono. In un caso abbiamo la Venezia da svendere, nell’altro la Venezia da mettere sotto teca. Quella di Brugnaro è una città pensata per il mestrino con negozio di paccottiglia cinese in centro o per il Caltagirone di turno, quella della Borletti Buitoni per le élite intellettuali e gli storici dell’arte. Due modelli altrettanto detestabili perché considerano Venezia uno spazio da consumare o da contemplare e non un luogo da vivere. In un caso e nell’altro, com’è ovvio, è del tutto assente qualunque concezione di spazio pubblico, vissuto e vivibile. L’idea di ricostituire in qualche modo una qualche agorà non sembra interessare a nessuno, tutt’altro. Emblematica l’idea, non nuova, e recentemente presa in considerazione proprio dalla Borletti Buitoni, di istituire il numero chiuso per gli ingressi a piazza S. Marco. Una piazza trasformata in scenografia da concerti, una piazza (l’unica “piazza” di Venezia) in cui i Veneziani non vanno più a prendere lo spritz ormai da alcuni decenni, e che chiusa da transenne diventerebbe il simbolo perfetto della definitiva trasformazione della città in museo. Ancora una volta, come in tanti altri ambiti, in Italia il dibattito risulta polarizzato tra fesserie di segno opposto, e non c’è verso di ragionare davvero sui problemi. Sempre che si creda all’adagio del “mal comune, mezzo gaudio”, una piccola consolazione sembra giungere dall’altra parte dell’Atlantico. Nemmeno a New York City sembra infatti esserci uno straccio di idea sul come governare uno spazio pubblico soggetto ai flussi del turismo globale. Non si potrebbero immaginare realtà tanto distanti in ogni senso tra loro, eppure ogni tanto mi piace immaginare La Grande Mela come una sorta di Venezia sull’Hudson (Manhattan, naturalmente, è la città storica, Mestre è il Bronx, Staten Island il Lido, con la sua mezz’ora di ferry…). Mentre Brugnaro sbraita e colleziona figuracce, mentre certe sensibili amanti di Venezia si sentono offese dalle turiste a zonzo per le calli in bikini e la Sottosegretaria ripropone l’idea di chiudere piazza S. Marco (ai cui ingressi immaginiamo dei PR attenti a selezionare i turisti in base al dress code), il progressista Bill De Blasio pensa all’ipotesi di chiudere del tutto – cioè di riaprire al traffico – le zone pedonali di Times Square, sempre nel nome del decoro. A Times Square non ci sono più le puttane come una volta, ma a certi Americani sembrano dare più fastidio le ragazze in topless che si fanno fotografare dai turisti. Una cosa inaccettabile «come essere umano», dice il progressista De Blasio. Il messaggio, da New York a Venezia, passando per Roma (con détour nella ridente Arosio), da destra a sinistra, sembra essere lo stesso: non siamo capaci di gestirlo, questo spazio pubblico. Facciamo che lo chiudiamo, e non se ne parli più.

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Pierre Cardin e la sua città verticale. Parliamone.

Poi dissero: «Forza! Costruiamoci una città! Faremo una torre alta fino al cielo! Così diventeremo famosi e non saremo dispersi in ogni parte del mondo!». (GEN 11, 4)

Eh sì, dai tempi di Nimrod le torri fanno discutere. L’idea di Pierre Cardin di costruire un grattacielo alto 250 metri ai bordi della Laguna Veneta, cui accennavo qualche post fa, sta cominciando a suscitare un certo dibattito anche al di fuori dei confini di Venezia. Il tema è, evidentemente, quello della difesa del paesaggio, opposta, non sempre a proposito, allo sviluppo del territorio. Confesso che l’idea di Cardin non mi dispiace e, credo per la prima volta, mi trovo in disaccordo con gli amici di Italia Nostra. Vi segnalo qui un provocatorio – e per molti versi discutibile – articolo di Luca Nannipieri che, se non altro, ha il merito di aver alimentato un interessante thread di commenti, dove anch’io cerco di esprimere la mia (irrilevante) opinione. Non vi chiedo nemmeno più di esprimere la vostra. E’ agosto.

“Certo, certo, PAT-PAT”

Sembra incredibile che in un territorio già stravolto da decenni di industria diffusa e di crescita disordinata, il kapannonistan Veneto, rimangano ancora spazi utili per far danni. Ed invece, con il Piano di Assetto del Territorio del Comune di Venezia, l’ulteriore magnarìa anziché venir nascosta alla meno peggio, diventa sbandierata operazione ideologica, nella quale, orwellianamente, la realtà è il contrario di ciò che viene detto a parole.
Il nuovo PAT, di cui ho già detto qui, è efficacemente descritto nella sua natura di squallida ed enorme operazione speculativa nel breve documentario qui sotto, la cui visione consiglio caldamente.

Per quel poco che un non specialista come me può capirne, la differenza tra un PAT e un vecchio PRG è di ordine linguistico. E, forse meglio, stilistico. Un Piano Regolatore nasceva come testo univoco e statico, “conformativo”, come dicono gli specialisti, un testo dagli scarsi margini interpretativi. In un’area data si definivano con precisione le destinazioni d’uso e gli spazi occupati al metro cubo. Un testo la cui redazione portava via anche vent’anni e che nasceva spesso già superato dalle dinamiche di crescita di una città. Allora si procedeva (e si è proceduto) con le varianti urbanistiche, per integrare pezzi di realtà che non erano stati previsti. Le varianti, spinte di frequente dagli interessi dei palazzinari di turno, hanno reso possibili i peggiori sfaceli urbani. Nondimeno, come ogni modifica ad un testo chiuso, come i tratti di matita rossa e le strisciate di bianchetto, fungevano da traccianti delle speculazioni urbanistiche e di ogni distruzione operata sul territorio. Se esiste una “filologia urbanistica”, credo che le varianti ne siano un importante materiale di studio.

Il PAT rappresenta un salto stilistico radicale. E’ un testo leggero, aperto, postmoderno. Rinuncia alla descrizione intensiva del progetto sul territorio. Non dice più cosa si deve costruire e come e dove e quanto, come accadeva coi piani regolatori, ma si limita a proporre una “visione d’insieme” , le opzioni possibili e le principali invarianze, cioè i pochi punti fermi. I particolari, le distanze, le cubature, le traiettorie, si vedranno poi. Contano le linee generali. La retorica. Beh, se ci sono le invarianze, siamo a posto. “Zero consumo di suolo”, dice l’amministrazione. SOS-TE-NI-BI-LI-TA’!, sembra essere la parola d’ordine. No? Il fatto che gli urbivori e i fautori dell’urbanistica contrattata possano credere ad una tale dabbenaggine dei cittadini è piuttosto sconfortante, da un punto di vista politico. Se lo pensano hanno le loro ragioni. Ma si sa, tendiamo a credere spesso proprio alle panzane più grosse, specie se raccontate senza vergogna.

Il PAT delinea le grandi scelte sul territorio e le strategie per lo sviluppo sostenibile; individua le principali funzioni delle diverse parti del territorio comunale e le aree da conservare e valorizzare per il loro valore ambientale, paesaggistico e storico-architettonico. Il PAT è richiesto dalla legge regionale 11/2004 che obbliga tutti i comuni del Veneto a rinnovare il vecchio piano regolatore.

Sviluppo sostenibile. E’ così, dunque, che nella neolingua del PAT viene chiamato il definitivo stravolgimento di un territorio già danneggiato in modo critico.
Insisto ancora sull’operazione ideologica, perché la trovo veramente brillante, anche se pare un tradizionalissimo raccontar-balle-al-popolino. E’ invece qualcosa di più: saltato il paradigma novecentesco dello sviluppo e della crescita (strade, capannoni, cemento come segni di lavoro, reddito, benessere) e divenuto centrale il messaggio ambientalista, ecco che la ricerca del consenso avviene attraverso quel tipo di messaggio. Il refrain della SOS-TE-NI-BI-LI-TA’, diffuso nelle conferenzine (a questo serve l’assessore all’ambiente, no?), ripetuto nei documenti ufficiali, serve a coprire il rumore delle betoniere che girano. Il quasi ineffabile Assessore Micelli, palesatosi finalmente ad un dibattito nel corso della Festa di Liberazione, lo scorso 1 settembre, usa esattamente questa caratteristica del PAT, il suo essere ‘non conformativo’, per tranquillizzare la platea:

“Sgombro il campo seccamente da qualsiasi accusa per cui il PAT cementifica: non può farlo perché non ha i poteri per farlo”

Geniale, sul serio.
Certo, di fronte a un pubblico attento, anche l’incantesimo retorico del PAT, concepito per la massa della cittadinanza, mostra i suoi limiti. Capita che l’assessore possa venire incalzato da domande puntuali: Dove ha preso i dati sulla crescita demografica a Venezia? Qual è la posizione REALE del Comune sulla sublagunare? Perché  MENTE sulla dipendenza del Comune da scelte fatte a livello nazionale, regionale o provinciale, quando in questo paese vige il principio della sussidiarietà? E così via.
In questo caso vale il buon vecchio principio di autorità esercitato dall’accademico di rango: Io so’ io, e voi nun siete un cazzo!, unito alla capacità di parlare senza dir nulla che in questo paese è prerogativa di politici ben più navigati. Chapeau, quindi, alla testa più lucida della giunta Orsoni. Nemmeno la presenza di due colleghi come Maria Rosa Vittadini e Stefano Boato ha scomposto il serafico Micelli, nemmeno ai loro argomenti l’assessore ha mostrato segni di cedimento. Sorrisi di sufficienza dispensati a tutti, e un grande, grandissimo senso di scoglionamento tra il pubblico, condiviso dal sottoscritto. Ma era chiaro sin dall’inizio come la sua presenza lì non valesse come occasione per fare chiarezza, quanto come usurata liturgia politica: il voto di Rifondazione (o come si chiama adesso) sul PAT fa comunque comodo. E pure quello dei Verdi.
Poi, certo, chissà, anche le mosche cocchiere a volte si (ri)posano.