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Battaglia sul Ponte dei Pugni tra veneziani e turisti, estate 2013

Cuperliani, Civatiani, Renziani, Pittelliani…e chi lo sa? Non credo affatto che le etichette correntizie servano a descrivere l’impegno dei Giovani Democratici in questo periodo difficile. Devo ammetterlo, questi ragazzi sono davvero in gamba. E’ forse soprattutto grazie al loro entusiasmo se il PD veneziano ha organizzato, tra settembre ed ottobre, una serie di incontri centrati sui problemi e le prospettive di una città tanto bella e tanto complicata. Ieri sera si è parlato della Giudecca (“da isola operaia ad isola della cultura”) e il vostro affezionatissimo blogger era presente, sia in qualità di iscritto al Partito Democratico che di rompicoglioni patologico, spinto da quel benedetto amore per la polemica che ogni giorno mi aiuta ad alzarmi dal letto.

La platea era grosso modo divisa in tre categorie: alcuni amici residenti sull’isola, impegnati da anni nell’organizzazione di un festival delle arti autogestito, incazzati per la scarsa attenzione dell’assessorato, i professionisti della cultura (teatro, danza, musica) che hanno visto calare di anno in anno il sostegno pubblico alle loro attività, e infine i cittadini veneziani genericamente intesi, resi isterici dalla pressione dei venti milioni di turisti che ogni anno calpestano le pietre della Serenissima. Invocando la mentalità d’impresa per le attività culturali mi sono inimicato artisti e direttori artistici (il che è già un buon risultato), ma il lavoro più grosso l’ho fatto rispondendo per le rime a chi ormai considera i turisti peggio delle pantegane.

Non sono tra i sostenitori di Angela Vettese, e in questa particolare occasione ero uscito di casa già sul piede di guerra. Per l’esattezza, avrei voluto contestare proprio le deboli politiche dell’amministrazione comunale, rappresentato dall’assessore Vettese (deleghe al turismo e alla cultura), in materia di gestione dei flussi turistici. In buona sostanza, Angela Vettese propone di usare una nuova segnaletica e una nuova cartografia per deviare le mandrie di visitatori verso le zone meno battute della città. Probabilmente nulla di tutto ciò andrà a buon fine e i nuovi itinerari aumenteranno la pressione turistica sulle zone periferiche della città storica (tra le quali la Giudecca, isola in cui vivo), senza diminuirla a S.Marco e Rialto. Ma non è questo il punto.

Confermo a chi non mi conosca che a me il turismo senza governo infastidisce quanto a chiunque altro e che la vista di Venezia ridotta a theme park mi fa soffrire. L’ho scritto qui, più volte, ricordando che le responsabiità maggiori sono attribuibili proprio al centrosinistra veneziano, che negli ultimi vent’anni ha governato la città senza governarla davvero, senza avanzare proposte forti, senza garantire la trasparenza e la correttezza dei processi urbani, senza offrire una vera contropartita alla cittadinanza assediata dalla monocultura turistica. Sarebbero serviti degli incentivi alle nuove attività (qualcosa in più dei due incubatori per start-up pagati con fondi UE), uno snellimento della burocrazia comunale per vie lecite (non a suon di mandole), un piano serio di social housing (possibilmente senza regalare alcunché a Caltagirone), in modo da frenare l’esodo dei residenti dalla città storica, dei servizi davvero efficienti, garantiti da aziende gestite in modo non clientelare, i cui dirigenti non fossero nominati perché in quota a questo o quel partito. Tutto questo avrebbe reso l’invasione turistica maggiormente sopportabile. Ora è forse troppo tardi e purtroppo nemmeno le responsabilità politiche risultano chiare al cittadino medio.

Siamo già alla fase del capro espiatorio, individuato nel visitatore, proprio perché raggiungibile fisicamente. Quella prossimità fisica che è la fonte del disagio e quindi diventa bersaglio di una reazione che in questi ultimi anni assume tratti preoccupanti. A Venezia, magica città in cui le cose funzionano in modo così diverso dal resto del mondo, capita di vedere vecchietti senza creanza che mettono le mani addosso a giovani silenziosi, colpevoli di ostruire le calli, imbambolati di fronte alle meraviglie della città. Si cominciano a sentire gli autoctoni dare indicazioni sbagliate nel tentativo puerile di allontanare i turisti. Scene che riescono a rovinare la giornata ad una personcina sensibile e ammodo come il sottoscritto, che poi si ritrova a difendere l’assessore Vettese contro i cittadini indignati.

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Carlo Naya, veduta da S.Giorgio

Il problema di fondo che sembra sfuggire a tanti veneziani intolleranti al turismo rimane quello economico. La prospettiva di essere condannati a fare i figuranti di un parco a tema (“a che ora chiude Venezia?”) non è allettante per nessuno. Ma come si campa, nella città più bella del mondo (ed una delle più care d’Italia?). Noi che non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione e non abbiamo figli ben sistemati in altri luoghi, che cosa ci possiamo inventare oltre a far mangiare, bere, sollazzare e dormire gli ospiti del mondo globalizzato? Fosse per me, a Venezia si produrrebbero ancora oggetti. Artigianali e industriali. Non solo maschere, che comunque per la maggior parte sono made in china come il 99% dei manufatti che teniamo in casa. A Marghera si farebbe ancora la plastica (nessuno dovrebbe restarci secco, però), alla Giudecca si produrrebbe ancora la Birra Venezia, alla Scalera si girerebbero i film di Sorrentino e all’Arsenale si costruirebbero non più solo velieri, ma raffinatissimi apparati nanotecnologici. Per non parlare degli infiniti oggetti immateriali che viaggiano lungo la rete (in una città che da dieci anni aspetta di essere connessa in modo decente). Tutto questo rimane un sogno, per varie ragioni, al di là delle chiacchiere. E dunque, ripeto, come si campa? Lo chiedo a una signora inviperita che borbotta dietro di me: come si campa, visto che l’industria chimica è morta, come si sposta un po’ di turismo dal centro, creando altre attività nell’immediata terraferma? L’idea della torre di Cardin, così impopolare in città (oltre che nell’empireo dei nostri più raffinati intellettuali engagé), mi aveva affascinato, la vedevo come il possibile jolly, la matta da giocare per cambiare tutta la partita. Quella torre non si farà, forse è meglio così, chi lo sa. Ma ieri sera ho finalmente sentito l’opinione della pancia della città su Pierre Cardin, l’opinione della Venezia profonda e reazionaria (che magari vota da sempre a sinistra), della Venezia patrizia e popolare allo stesso tempo, nostalgica di una storia parziale e imparaticcia, incapace di accettare una decadenza che dura da tre secoli. Bene, il giudizio della signora su Cardin è il seguente:

«Pierre Cardin è un contadino! Un contadino arricchito, noi i veneti li conosciamo, lo sai anche tu, dai».

Ma certo che lo so. Oltre ad essere “campagnolo” (in vernacolo veneziano, chiunque sia nato al di là del Ponte della Libertà), risulto essere addirittura montanaro, e questi contadini li conosco bene, è vero. Erano i miei nonni.

Viene il turno di un signore che si lamenta del b&b sotto casa, e sostiene che l’industria turistica di Venezia non avrebbe alcun legame con i Veneziani. La negazione raggiunge livelli insospettati. E quindi i padroni dei b&b, chiedo, sarebbero tutti stranieri?

«Ma no stranieri! vengono da fuori

Da fuori. Fuori dove? Da Mestre?

E pensare che la Venezia che sta nei cognomi di tanti veneziani e nelle mie fantasticherie di flâneur era quello che era proprio grazie alla gente venuta da fuori: fiorentini, bergamaschi, napoletani, dalmati, greci, ebrei spagnoli, armeni, tedeschi, albanesi e tanti altri foresti. Persino qualche furlan.

Un nostalgico quanto aggressivo iscritto PD settantenne rimpiange i fasti della Serenissima, o anche soltanto il turismo d’élite di qualche decennio fa, quello ritratto in Morte a Venezia o in Tempo d’estate:

«Abbiamo dominato il mondo [sic], non siamo capaci di fermare i turisti? Il turismo di una volta era migliore, c’era gente di un certo livello, mica come questi ignoranti che mangiano in giro, sporcano, è uno schifo, ma cosa è diventata questa città?!?»

summertime

Katherine Hepburne e Rossano Brazzi in ‘Summertime’ di David Lean (1955)

Qualcuno finalmente adopera il sostantivo d’obbligo in questi casi:

«Bisogna tenerli fuori, questi barbari».

Benissimo. E in che modo si discriminerebbero i barbari dai visitatori civilizzati? Chi farà la selezione, e su quali basi? Occorre essere consapevoli, ha ricordato la Vettese, che negare alle gite scolastiche o alle famiglie a basso reddito l’ingresso a Venezia – perché questo sarebbe il risultato di qualsiasi politica implicante il numero chiuso, un pedaggio d’ingresso o simili – vorrebbe dire operare una selezione per censo. Vorrebbe dire, sintetizzo io, essere apertamente classisti. Il che non mi sembra esattamente la caratteristica ideale di chi appartenga a un partito di sinistra, ecco.

Il dibattito per ora finisce qui e mi lascia una certa amarezza, ma anche la voglia di impegnarmi, di vincere il nichilismo in cui io per primo tendo a cadere, quello dell’illustrissimo Massimo Cacciari, per il quale «soluzione non v’è». Non esiste Soluzione, ma tanti piccoli rimedi. Viviamo in un mondo complicato e la complessità è una gran rottura di palle. Di questo si occupa la politica, dell’arte della mediazione e dei rimedi possibili. di questo si occupa il Partito Democratico, anche se non sempre gli riesce bene.

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Stronzoooooh!

L’Assessore regionale (“Identità veneta, Protezione civile, caccia, flussi migratori, semplificazione amministrativa, devoluzione ai Comuni e alle Province, antincendio boschivo” ) Daniele Stival propone di fermare i profughi nordafricani «col mitra».

Lo sciacquone è azionabile via e-mail: daniele.stival@consiglioveneto.it

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All’indice dei libri rispondiamo con il dito medio. Civilmente.

Raffaele Speranzon fa marcia indietro, Elena Donazzan no. Cielo, sentiranno anche a Destra la crisi del masculo? L’assessora alle politiche educative della mia regione pare aver spedito una letterina ai distretti scolastici per scoraggiare la diffusione dei libri di Wu Ming, Tiziano Scarpa e degli altri firmatari dell’appello pro-Battisti su Carmilla (ormai vecchio di sei anni, quell’appello, tra l’altro). Al che, visto che qualcuno mi accusava di minimizzare la vicenda, ho fatto quello che si dovrebbe fare tutti, anche se non si è dei Wu Minghi (che si dedicano ad un’interessante disamina del personaggio Donazzan qui). Ho scritto anch’io una letterina che vi copincollo qui, assieme all’indirizzo mail dell’assessora: assessore.donazzan@regione.veneto.it

In genere questa gente non risponde mai, nel caso contrario vi terrò informati.

Come cittadino della Regione Veneto desidero esprimere il mio dissenso più totale rispetto alla Sua iniziativa di qualche giorno fa relativa al “caso Battisti”. Mi riferisco ovviamente alla lettera inviata ai dirigenti scolastici nella quale Lei inviterebbe al boicottaggio di taluni autori, considerati ‘diseducativi’ in quanto sostenitori della liberazione di Cesare Battisti. Premesso che non condivido in nessun modo l’appello degli scrittori in favore del latitante – iniziativa comunque legittima – trovo che il Suo gesto rappresenti una grave forma di ingerenza nella vita culturale della nostra regione. Si tratta di un’ingerenza perché non proviene da Elena Donazzan privata cittadina, ma da un assessore regionale. Naturalmente sono certo che la maggior parte dei direttori didattici e degli insegnanti cui Lei si rivolge saprà mantenere la propria indipendenza e che quest’episodio verrà presto archiviato alla voce ‘propaganda’. Vale comunque la pena affrontare il merito della questione, nel momento in cui viene toccato uno dei principi fondativi di qualunque democrazia: la libera diffusione delle idee.
Lei definisce l’esempio degli scrittori firmatari ‘diseducativo’, pur non pronunciandosi sui testi in sé. Anche trascurando il fatto che i libri vivono spesso una vita autonoma rispetto a chi li ha scritti, non si è mai chiesta finora quanti altri autori potenzialmente ‘diseducativi’ abbiano libera circolazione nel nostro paese?
Quest’anno la Francia, tra molte polemiche, si prepara a celebrare Louis-Ferdinand Céline, scrittore antisemita e filonazista, e tuttavia tra i più grandi autori del Novecento. Perché non chiedere di eliminare Céline? E che dire degli autori indicati come ‘formativi’ dal suo collega Raffaele Speranzon – ideatore dell’iniziativa – tra i quali troviamo Mishima? Perché non chiedere la messa al bando dello scrittore fascista, omosessuale e suicida Yukio Mishima? Non li mettiamo al bando perché comunque sono  scrittori di destra, Assessore? Un’applicazione coerente del Suo punto di vista lo richiederebbe: purtroppo, in quel caso, non ci troveremmo più in una democrazia liberale ma in uno ‘stato etico’.
I cittadini del Veneto conoscono la Sua storia politica, assessore. Il Suo comportamento è forse rivelatore di una carenza di cultura democratica e di uno spirito di parte che un amministratore non può in nessun caso permettersi? Attendo una Sua smentita. Nel frattempo Le ricordo che la Costituzione (Democratica e Antifascista, è bene ricordarlo) e il Codice Penale forniscono ai cittadini gli strumenti adatti a combattere gli abusi e le discriminazioni.
Purtroppo non esiste invece alcuna legge che possa frenare l’ipocrisia filistea: molti tra i più noti firmatari dell’appello a favore di Battisti (Tiziano Scarpa, Wu Ming, Massimo Carlotto, etc.) sono pubblicati da case editrici di proprietà del Presidente del Consiglio, il che fa assumere alla vicenda contorni alquanto ridicoli. Perché non estendere il Suo boicottaggio, Assessore Donazzan, al principale responsabile della diffusione dei suddetti autori, e cioè all’editore? Editore la cui persona, peraltro, non si può dire incarni un esempio di virtù per i giovani…
Insomma, caro assessore Donazzan, queste sarebbero le conseguenze etiche e logiche delle sue parole. La invito a riflettere sul fatto che per un amministratore non è sempre necessario intervenire nel “dibattito pubblico”. Un buon assessore alle politiche educative può anche limitarsi a lavorare per garantire il diritto allo studio e ad una scuola pubblica di qualità. Risolvere il problema delle sedi che in Veneto cadono a pezzi e dei trasporti carenti, prima di foraggiare la scuola privata come avviene di questi tempi, sarebbe già sufficiente, mi creda.

(Ho dimenticato anche le formule di cortesia, io che in genere sono così bravino con le lettere formali)


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