Riderci sopra

Giovanni Grevembroch, Il medico della peste, museo Correr, Venezia

Attento a quello che desideri, potresti ottenerlo, diceva quel tale (Oscar Wilde o Stephen King, a seconda delle versioni). È quello che mi ripetevo nelle settimane successive all’acqua granda di novembre e continuo a ripetermi ora, in piena crisi mediatico-sanitaria da coronavirus. Abbiamo maledetto per anni i danni causati dalla monocultura turistica e ora ci accorgiamo che Venezia senza visitatori è ormai una città morta. Dodici anni fa, quando la pressione del turismo sembrava già critica, nonostante airbnb e l’esplosione dell’extra-alberghiero fossero di là da venire, una Venezia deserta in alta stagione mi sembrava un sogno. Dodici anni fa, particolare non trascurabile, non lavoravo nel settore turistico e non avevo ancora messo su famiglia; non temendo i rovesci del mercato né il cattivo gusto, mi potevo quindi permettere di immaginare uno scenario molto simile a quello attuale…

Dall’«International Herald Tribune» del 29-09-08

La peste a Venezia

È uno scenario spettrale quello che si presenta ai pochi coraggiosi che vogliano arrischiarsi ad uscire dalle loro case in questo momento. Le calli e soprattutto i canali sono completamente deserti e solo il suono degli elicotteri che volteggiano sopra le isole e gli isolotti dell’arcipelago veneziano sembra rompere il silenzio. Sono state la curiosità e l’insistenza di un turista americano, ricoverato per una banale slogatura all’ospedale SS.Giovanni e Paolo, a rivelare il primo e finora unico focolaio della malattia in tutto il mondo occidentale. Il caso ha voluto infatti che il turista altri non fosse che il professor Stanley Krank, epidemiologo al Mount Sinai Hospital di NYC, il quale, orecchiando i consulti diagnostici di alcuni medici riguardo allo stato del suo vicino di letto, ha suggerito con forza che quelli esaminati non potevano essere che i sintomi del terribile male. Finora le vittime accertate sono 23, ma l’efficienza della sanità veneziana – inaspettata per un osservatore straniero – ha limitato i danni del contagio e il governo italiano assieme all’amministrazione locale hanno preso rapidamente tutte le misure necessarie a mantenere il controllo e la sicurezza sul territorio. La natura particolare della città ha consentito una rapida messa in quarantena. Sono interrotti i collegamenti con il resto del mondo, via terra e via acqua, e l’esercito sta da alcune ore presidiando le estremità del ponte della Libertà, unico collegamento con la terraferma. Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ipotizzato l’uso di missili terra-terra per debellare l’epidemia, subito però smentito dal portavoce Mario Schifani. Alcuni settori della maggioranza di governo, tra cui la Lega Nord, il partito ex-secessionista che ha raggiunto in città in pochi anni la maggioranza relativa dei voti, si lasciano andare ad analisi in sospetto di xenofobia, come fa il commissario per l’Identità Padana Mario Borghezio: “Lo sanno tutti che il virus viene dall’Africa! Ecco il risultato di tanta tolleranza con i venditori abusivi di borse contraffatte!”, dichiara mentre, protetto da uno scafandro verde e impugnando un lanciafiamme, perlustra le calli più nascoste di Castello. I rischi di una rapidissima diffusione del morbo sono ancora alti, eppure il caratteristico spirito polemico e la vitalità degli italiani non sembrano averne risentito: “Sono stufo di ripetere cose risapute a chi non vuole capire o non ci arriva perché troppo stupido o in malafede! Se non si capisce la natura profonda della città è impossibile superare l’impasse dell’eterno ritorno, la Morte a Venezia è nel nostro DNA geofilosofico, la Peste il nostro vulnus originario: basta guardare la cupola della Salute per capirlo, puttana Eva!” Così si esprime il sindaco Massimo Cacciari, che nella seduta d’emergenza del Consiglio Comunale ha invocato pieni poteri e ripristinato l’uso della zoggia, il corno dogale. Di tutt’altro tenore sono state le dichiarazioni dell’assessore al turismo Augusto Salvadori, naturalmente preoccupato per le ricadute della situazione sull’industria turistica, che rappresenta da anni ormai l’unico settore produttivo della città storica: “Mi pare evidente che l’epidemia sia stata frenata sul nascere e non appena sarà cessato formalmente lo stato di emergenza riapriremo i collegamenti. Non permetteremo che un’influenzetta metta in discussione la bellezza e il decoro della città”. Sulla scorta delle affermazioni ottimistiche di Salvadori, l’organizzatore di eventi Marco Balich ha richiamato il suo staff di creativi e producer: “Non dobbiamo perdere questa grande occasione per rilanciare l’immagine di Venezia nel mondo. Abbiamo già un concept che si sta precisando, Venice Plague 2008, una cosa che potrebbe negli anni affiancarsi al Redentore, certo se il budget non rimane quello dell’anno scorso”.

Gigio ha cambiato idea su Klimt

Il mio primo e finora unico articolo su commissione, Venezia ai tempi di Brugnaro, si apriva con la polemica sull’intenzione del sindaco di vendere la Giuditta II (o Salomè) di Klimt, pezzo forte della bellissima collezione di Ca’ Pesaro, museo ovviamente ignorato dalla maggior parte dei turisti e dei veneziani e al momento, ahimè, chiuso per i danni dell’ultima acqua alta. Era il 2015 e Brugnaro, personaggio particolarmente incline a spararle grosse, specie all’inizio del suo mandato, proponeva di “vendere un quadro che non ha a che fare con la storia della città” per fare cassa. A sostenere pubblicamente la proposta furono quasi soltanto un prezzemolino televisivo (Vittorio Sgarbi) e un oste (Arrigo Cipriani) e la cosa fortunatamente non ebbe seguito. Quattro anni dopo, la Giuditta II viene prestata alla Basilica palladiana di Vicenza per la mostra Ritratto di donna: il sogno degli anni Venti. Lo sguardo di Ubaldo Oppi. Su varie testate del sottogiornalismo online si legge che l’opera avrebbe lasciato Venezia per la prima volta, peccato che sia invece già andata in prestito decine di volte a musei di tutto il mondo. Transeat. La notizia verificata e davvero degna di menzione consiste invece nel pensiero attuale di Brugnaro, che in conferenza stampa ha dichiarato: “Stiamo inaugurando una mostra di respiro metropolitano cui noi partecipiamo con la ‘nostra’ Giuditta II di Klimt. Un’opera che ritrae la forza della libertà della donna che, astraendola [sic], rappresenta la forza e la libertà di una Venezia unita. Il Leone di San Marco che si trova a pochi metri da noi è stato posizionato nella Basilica Palladiana proprio perché tutti si riconoscevano in una storia comune. Allora è giusto che un quadro di tale importanza venga prestato alla città di Vicenza”. Insomma, da foresto indesiderato – campagnolo ancor più di Gigio Brugnaro, potremmo dire – Gustav Klimt diventa ambasciatore della Serenissima. Non è meraviglioso?

Il referendum come via di fuga

Sebastian Munster, ‘Cosmographia Universalis’ (Basilea, 1550), p. 158 (part.)
(c) The Hebrew University, Jerusalem

Credete che i problemi principali di Venezia siano le acque alte e i danni del turismo di massa? Per i sostenitori del Sì al referendum sull’autonomia, indetto per domani, vi state sbagliando. Secondo loro, il vero problema dal quale discendono tutti gli altri è il comune unico. Per chi non lo sapesse, il territorio comunale di Venezia comprende infatti la Venezia insulare – città storica, Lido e altre isole della laguna, 90mila abitanti circa in totale – e quella di terraferma – Mestre, Marghera e frazioni varie, 170mila abitanti complessivi. Fu subito dopo la fondazione di Porto Marghera, destinato a diventare una delle aree industriali più grandi d’Europa, che si rese necessaria l’unione di Venezia con Mestre e le sue nuove propaggini, decisa nel 1926. Un processo di conurbazione simile a quello avvenuto in altre città, ma che qui, per ovvie ragioni geografiche e meno ovvie scelte amministrative, non si è mai realizzato come avrebbe dovuto. Al di là degli stereotipi incrociati tra venessiani e campagnoli, che in quanto bellunese mi hanno sempre lasciato indifferente, la grande diversità dei due territori si traduce secondo il comitato per il sì nell’impossibilità di risolvere i problemi di entrambi. I problemi di Venezia li conosce il mondo intero, quelli di Mestre sono quelli di ogni periferia postindustriale, con alcune peculiarità legate proprio alla vicinanza di Venezia. Mestre abbandonata, sorella brutta della città storica, oscurata dal suo splendore, dal 1979 tenta periodicamente la strada del referendum per tornare comune autonomo, senza riuscirci. Nel frattempo molto è stato fatto, a dire il vero: grandi investimenti in nuove piazze, incubatori di imprese, grandi aree pedonalizzate, parchi, piste ciclabili, centri culturali, cinema, musei e un bel pezzo di università trasferito da Venezia. Eppure Mestre rimane un agglomerato spento che da almeno un secolo ha perso l’identità dell’antico borgo – citato da Hemingway in Di là dal fiume e tra gli alberi, ricordano orgogliosi i mestrini  – e da tre decenni la vitalità della città operaia. Il luogo di estrazione del valore è ritornato dalle industrie di Marghera alla città storica e Mestre è diventata un dormitorio il cui centro si svuota di botteghe e la cui cintura è caratterizzata da una delle più alte concentrazioni di centri commerciali d’Italia – un lascito degli anni di Cacciari. Le strade del passeggio si svuotano, alla legittima domanda di sicurezza si intreccia il discorso razzista e a farne le spese sono spesso gli ultimi arrivati, la forza lavoro migrante che fa funzionare il carrozzone di Veniceland come i veneziani trasferitisi in terraferma e i tanti meridionali facevano funzionare il petrolchimico. Eccoci dunque al quinto tentativo di separazione. La grande differenza rispetto alle altre tornate è che oggi la spinta più forte verso la divisione non viene da Mestre, ma da Venezia, dove il Sì rischia per la prima volta di vincere – i comitati hanno tra l’altro preparato un ricorso al TAR nel caso il quorum non venga raggiunto, dal momento che due terzi degli elettori vivono in terraferma. Il fatto che i mohicani d’acqua del centro storico siano per la prima volta convinti della necessità della separazione è un dato in sé molto importante che ci dice molto del loro stato mentale. È vero che gli schieramenti del referendum risultano politicamente trasversali e non è sempre facile ricostruire i singoli interessi all’interno dello scontro di opinioni. Storicamente, a sostenere le ragioni della separazione è sempre stata la Lega, anche al fine di depotenziare la “rossa” Venezia come capoluogo regionale, ma da qualche anno il fronte si è fatto più confuso. Salvo che nel caso del MOSE, il passato appeasement tra Veneto a guida leghista e centrosinistra veneziano ha fatto sì che Venezia, secondo porto e terzo aeroporto d’Italia, non riesca ad attrarre capitali che non siano destinati alla rendita turistica; se oggi una multinazionale volesse aprire la sua sede a Nordest preferirebbe sicuramente Padova a Mestre, per dire. Con Brugnaro la situazione si è ulteriormente complicata: il sindaco mestrino e non particolarmente amato dai veneziani d’acqua è per l’astensione, spingendo per reazione molti suoi oppositori di sinistra nel campo del Sì e creando una forte tensione con gli alleati leghisti. Un PD prevedibilmente cerchiobottista si schiera per l’unità, ma stigmatizza con forza l’astensione, mentre ciò che resta del M5S è per la separazione. La Sinistra DOP è ovviamente divisa: l’ineffabile Casson vuole la separazione, i centri sociali sono grandi sostenitori del municipalismo, ma, assai ragionevolmente, dicono di non sapersene che fare di un comune rimpicciolito in cui le decisioni importanti vengono comunque prese altrove. In effetti, l’idea che la soluzione ai problemi di un territorio urbano complesso –  e va bene, molto complesso, ma chiediamocelo una volta per tutte: più complesso di Roma? – possa venire dal fare a pezzi quel territorio non mi convince nemmeno un po’. In generale, questa scelta separatista, nuova per i veneziani della città storica, non mi sembra un segno di vitalità, ma anzi un brutto segnale di resa di fronte alla complessità, un ripiegamento, un tentativo di fuga non si sa da cosa e verso cosa. Come potrebbe sopravvivere la Venezia insulare da sola, nessuno lo spiega nel dettaglio. Altre fughe, come quella di Sappada dalla provincia di Belluno al Friuli-Venezia Giulia, sono motivate almeno dalle risorse dello statuto speciale. Per quanto riguarda Venezia, leggo di specialità, free-trade zone, autonomia spinta, ma non trovo spiegazioni di come una cittadina di provincia possa negoziare queste condizioni con lo Stato centrale, e su che basi. Soprattutto, non viene spiegato come i territori più fragili nei prossimi decenni dovranno anzi restare il più possibile uniti per poter sopravvivere alle sfide del mondo globalizzato e dei cambiamenti climatici – lo so, suona orribilmente retorico, ma la sostanza è incontestabile. Non viene spiegato nemmeno che la separazione del comune porterebbe a una serie infinita di contenziosi per la spartizione del patrimonio e del bilancio dei servizi, e che prima di poter finalmente votare per i propri rispettivi sindaci passerebbero comunque due anni di commissariamento, ossia di paralisi totale della città, come e peggio che dopo la caduta della giunta Orsoni seguita allo scandalo del MOSE. Infine, i sostenitori del referendum non menzionano l’unica soluzione istituzionale che potrebbe forse funzionare, e che incidentalmente coincide cone una mia vecchia proposta: la cessione ventennale della sovranità su Venezia e la sua trasformazione in città internazionalizzata retta da un comitato di saggi, preferibilmente nordeuropei e giapponesi. Per una proposta del genere sarei disposto ad attivarmi direttamente, non certo per questo referendum.

Cartoline dalla Giudecca – III

 “È Vitucci, lei?”. La signora che come me sta fotografando i resti di un salotto finito sott’acqua mi scambia, curiosamente, per Alberto Vitucci, cronista della “Nuova Venezia”. No, non sono nemmeno giornalista, le spiego, ma sono stato colpito quanto lei da quella che sembra un’installazione di arte concettuale, una sorta di triste monumento alla città colpita dall’acqua alta. La signora si chiama Alberta Foccardi, scrive poesie e ha bisogno di un po’ di promozione, per cui ora i miei diciotto fedelissimi lettori potranno andarsi a cercare i suoi componimenti in rete. Mi racconta di come la sera di martedì 12 fosse uscita proprio da un incontro di poesia, ritrovandosi in mezzo alla peggior acqua alta dal ’66 e venendo infine salvata da un gondoliere che passava di lì. Un’immagine per certi versi opposta me la fornisce un amico la cui madre doveva essere presente allo stesso evento. Bloccata dalla marea sul ponte della Pietà, minacciata dalle gondole disormeggiate e spinte dalle onde verso di lei, animatesi come in un film horror. I racconti di questo tipo si sprecano. Taxi finiti in calle, un’intera edicola, quella delle Zattere, trascinata in acqua con dentro il suo proprietario, Walter Mutti, che ha perso l’attività, ma se non altro è vivo. L’unica vittima, un abitante di Pellestrina morto fulminato mentre cercava di azionare una pompa elettrica, la fine che ha rischiato di fare anche un mio anziano vicino di casa, il quale, nonostante i miei avvertimenti, insisteva nel voler usare un vecchio esemplare, collegato alla rete da un accrocchio di prolunghe e zonte col nastro adesivo, certamente conforme ai più avanzati standard di sicurezza. Come previsto, in mia assenza la pompa è andata in corto tirando una bella fiammata e ora giace assieme ad altri duemilacinquecento metri cubi di mobilio, elettrodomestici, libri e ricordi vari andati sommersi e non più recuperabili. Pensando a chi ha perso davvero tutto, non soltanto gli oggetti ma la casa stessa, resa inagibile, mi posso ritenere fortunato. A me e alla mia compagna è andata piuttosto bene, anche considerando il fatto che meno di due anni fa stavamo per prendere un appartamento al piano terra, provvidenzialmente frenati dalle paturnie della proprietaria. Passata la paura per quell’acqua salita di quasi mezzo metro in meno di un’ora, per la burrasca di scirocco che spingeva e spingeva sulle nostre finestre, mentre la calle era diventata non un canale, ma un torrente in piena, la nostra conta dei danni si è alla fine limitata a una vecchia asse da stiro, un albero di natale IKEA e un paio di scatoloni vuoti. Questo senza ovviamente contare l’azione del sale, che da decenni si mangia piano piano intonaci, malte e mattoni dei “magazzini” (le cantine che, rimaste al grezzo da sessant’anni, grazie al grande spirito collaborativo di quasi tutti i condomini, apparirebbero disastrate anche senza acque alte).

Saluto la signora Foccardi e mi dirigo oltre il Ponte Longo, alla sede giudecchina della libreria Marco Polo, dove aiuto l’amico Flavio ad asciugare libri e fatture. Sono stati fortunati, dovranno buttare soltanto un po’ di usato e uno scatolone di audiolibri. Altri librai hanno perso molto, per non parlare dei danni alle biblioteche e agli archivi, che ci ricordano come una delle antiche capitali del libro a stampa sia costruita sul fondo limaccioso di una laguna, e come quindi – regola n.1 del bibliofilo veneziano – il primo ripiano in basso degli scaffali sia una sorta di anticamera del macero e non vada riservato alle prime edizioni né ai libri del cuore. Se al resto dei commercianti e dei ristoratori è andata certamente peggio – banchi frigo e forni non si possono spostare – è anche vero che le attività economiche avranno giustamente accesso ai risarcimenti pubblici. Già nel 2008, la mia prima acqua alta alla Giudecca (156 cm), che avevo considerato sino ad allora esente dalle acque alte (anzi “esentissima”, come scrivono gli agenti immobiliari negli annunci dei piani rialzati, anzi “rialzatissimi”), rappresentò per alcuni l’occasione di rinnovare gli esercizi e prepararsi così all’esplosione del turismo di massa sull’isola. Questa volta però la botta è stata davvero grossa, e i meno attrezzati finanziariamente o psicologicamente hanno purtroppo già dichiarato che non riapriranno bottega. Anche per alberghi e B&B non sono giorni facili, e la corporazione dei locandieri parla di numerosissime disdette. Si erano abituati a considerare novembre come coda dell’alta stagione, mentre d’ora in poi anche gli irriducibili amanti delle nuotate in piazza e dell’escherichia coli forse ci penseranno due volte prima di prenotare la loro stanza in questo periodo. Oltre a un picco mai raggiunto nell’ultimo mezzo secolo (187 cm, 7 cm sotto quello dell’acqua granda del 1966), ad aver messo a dura prova il carattere naturalmente resiliente dei veneziani è la sostanziale imprevedibilità di questi ultimi eventi, la loro frequenza ravvicinata, che non dà tregua e ti può far passare la voglia di asciugare e pulire, tanto entro due giorni ti toccherà ricominciare da capo. È in questi frangenti che un aiuto come quello degli “angeli del fango” arrivati da tante altre città risulta preziosissimo anche a livello di morale. Certo, Venezia si rialzerà anche stavolta, ma più di altre volte a colpire è la quantità di energia dissipata nel mugugno. Subito dopo la calamità, nei pochi bar aperti, centinaia di veneziani esponevano le loro tesi di fluidodinamica e ingegneria civile. Hanno già deciso che il MOSE non funzionerà, ne sono sicuri, perché la sanno lunga. Io davvero non ne ho idea. Voglio, devo sperare che funzioni, ma soprattutto spero che questo mugugno tutt’attorno a me sia la solita incazzatura e non un terribile cupio dissolvi.

Cartoline dalla Giudecca – II

“Non sembra neanche di stare a Venezia”. Lo dicono un po’ tutti quelli che passano per lo Junghans, incolpevolmente ancorati a un’idea museale della città, sigillata alla caduta della Repubblica. In realtà, nel corso del Novecento, nella Venezia insulare si è costruito molto – a fini privati e soprattutto pubblici, come in tante altre città italiane. Certo, questo quartiere dall’aria postmoderna, lontano dalla scrostatezza degli intonaci veneziani da cartolina, fa pensare al Nordeuropa. Arrivando dalla fondamenta, una bella ciminiera restaurata e divenuta arredo urbano dice chiaramente che questo era un luogo di produzione, un luogo di lavoro ora ridotto in gran parte a luogo di rendita. In pochi passi ci si trova davanti alla fabbrica in cui per quasi un secolo si sono costruiti orologi – e, durante l’ultima guerra, spolette per mine. Oggi in quegli spazi si formano i giovani allievi dell’Accademia Teatrale Veneta e quel quarto di forma di parmigiano che domina il campo è diventato un teatro e in parte un condominio (anche un ex sindaco ha casa in quel palazzo). Oltre alle architetture inaspettate, il visitatore in genere si stupisce della quantità di mamme e bambini. Vuoi vedere che qui le buone pratiche… alt. Attenzione ad attribuire meriti. C’è stato in effetti un momento nella storia recente in cui alcune tra le teste più lucide dell’intelligencija veneziana, guidate dal sindaco-filosofo Cacciari, sostenevano di poter orientare i processi di trasformazione della città a tutto vantaggio dei residenti. Finiti i soldi per l’edilizia pubblica propriamente detta, l’idea era di usare il capitale dei palazzinari – i quali, com’è noto, agiscono come dame di carità, sempre rispettando la parola data – cercando di mantenere l’esercito di clientes di Comune e partecipate alle condizioni della Prima Repubblica, il tutto nell’illusione che il turismo, che in quei primi anni Novanta aveva già raggiunto la soglia della buona fisiologia, non si sarebbe mangiato il tessuto cittadino dall’interno. Tra le grandi operazioni messe in pratica allora vi furono vari progetti di edilizia convenzionata nelle ex aree industriali della Giudecca, pensati per frenare l’esodo dei veneziani verso la terraferma. L’area attorno alla Junghans, appunto, veniva ripensata come nuovo quartiere residenziale da alcuni architettoni di fama, Cino Zucchi e Boris Podrecca tra gli altri. La convenzione con il consorzio di costruttori, denominato non troppo originalmente “Judeca Nova”, prevedeva che metà degli appartamenti costruiti dovesse essere venduta o affittata a prezzo calmierato – calmierato, nella Venezia dei primi anni Duemila significava 3500 euro al metro quadro. Le cose sono andate diversamente: solo una casa su cinque è stata venduta ai residenti, il resto è stato dato via a prezzi di mercato e convertito presto all’uso turistico. Secondo l’architetto Roberto D’Agostino, per dieci anni assessore all’urbanistica, la colpa non è stata del Comune che ha mal vigilato sul privato, né della scarsa promozione del bando, ma principalmente dei veneziani stessi, assai poco disponibili ad andare ad abitare in quello che per molto tempo è stato forse il luogo più malfamato della città storica. D’Agostino non ha tutti i torti sull’idea che gli altri cittadini avevano – e in parte ancora hanno – della Giudecca e dei giudecchini. Nel frattempo, comunque, grazie soprattutto ai nuovi veneziani privi di pregiudizi, la gentrificazione ha fatto il suo corso. I fortunati nuovi residenti che hanno preso casa qui negli anni scorsi, in gran parte giovani professionisti usciti da Ca’ Foscari e IUAV, solo in parte etichettabili come classe disagiata, per citare l’ex cafoscarino Ventura, hanno messo radici, creando nuove famiglie e nuove attività economiche sull’isola. Alla Giudecca si è quindi formata una comunità dall’interessante composizione di classe, in cui la borghesia progressista locale e di tutto il Nord Italia, insediatasi prevalentemente nell’area di Palanca, convive con l’élite euroamericana e con l’ex proletariato arricchitosi grazie al turismo. L’isoletta, anche senza voler usare la ridicola definizione di “Soho veneziana”, è diventata insomma un luogo tra i più ambiti della città. Lo è perché oggettivamente molto vivibile e ben collegata (sono lontani i tempi dell’unico traghetto che portava in isola gli operai, e con loro mia nonna Lina, giovanissima donna di servizio arrivata dalla montagna), ma resta provvidenzialmente separato dalla ressa di Veniceland. O meglio: restava. Dall’apertura dell’Hilton Molino Stucky all’esplosione di Airbnb, la penetrazione del turismo di massa ha ormai cambiato il volto della Giudecca, e non poteva essere altrimenti. Soltanto negli ultimi dodici mesi, i posti letto a uso turistico dell’isola sono aumentati del 13%, stando ai dati raccolti dal Comune ed elaborati dal Gruppo 25 Aprile. Nei quindici anni della mia permanenza qui, essendo finito anch’io a lavorare nel settore della cosiddetta ospitalità, ho avvertito il cambiamento giorno per giorno, senza stupirmene affatto. Che cosa si pretendeva di ottenere riqualificando un quartiere degradato a un passo dal centro in una città che sopravvive grazie alla monocultura turistica? A queste trasformazioni indesiderate, ancorché non inattese, non poteva non reagire la parte più sensibile dei residenti vecchi e nuovi. Ecco quindi che alcune delle iniziative più importanti nate in seno alla società civile veneziana in questi anni, come il tentativo di comprare l’isola della Poveglia per mantenerne l’uso pubblico, la battaglia contro le grandi navi da crociera in laguna, un “festival delle arti” socialmente caratterizzato e totalmente autoprodotto e il lancio di una piattafoma partecipata che porterà probabilmente a una lista civica alle prossime elezioni comunali, sono nate alla Giudecca o qui hanno i loro sostenitori più attivi.

Un attivismo peculiare, una tribù di resistenti che trae forza in parte dall’orgoglio identitario giudecchino – quello spirito isolano che fa dire ai vecchi nativi “vado a Venessia” quando attraversano il canale – e in parte da una tradizione di sinistra fieramente barricadera – e un po’ settaria – rinnovatasi ultimamente nella retorica dei beni comuni. Il problema di queste pur lodevoli iniziative sta forse proprio nell’approccio puramente conservativo che caratterizza tanti movimenti in giro per lo Stivale. Troppo spesso, chi protesta contro il turismo e la “svendita” della città storica (magari si trattasse di svendita, purtroppo le case qui costano un occhio della testa!), spesso confondendo l’essenziale col superfluo e i bisogni coi desideri, non pensa seriamente alle possibili alternative – ammesso che ve ne siano – alla cultura della rendita che sta imbalsamando Venezia. Non ci pensa perché ha già una casa di proprietà e un lavoro tra i pochi non collegati all’indotto turistico, il che è in realtà un fatto molto raro anche tra i resistenti più agguerriti, eccezion fatta per gli ereditieri, che pure non mancano… So quanto sia difficile ammettere che l’apparente conflitto tra la “sostenibilità sociale e ambientale” e la “logica del profitto”, tra i gretti e i solidali, tra i colti e gli ignoranti, tra i progressisti e i reazionari a Venezia possa essere soltanto un conflitto tra diversi tipi di rendita. Detto più chiaramente, chi si impegna in battaglie di questo tipo è spesso un privilegiato. Se non lo è, come nel caso di tanti appassionati fuorisede con doppia a 350 euro al mese, prima o poi dovrà andarsene da una città che non gli offre nulla se non un posto in albergo. Chi certamente lo è, ma non ha messo radici, come i tanti expat che espongono il vessillo NO GRANDI NAVI sulle altane dei loro splendidi blocchetti terra-cielo, un bel giorno deciderà di lasciare la Giudecca, privata ormai della sua pittoresca autenticità, per qualche altro posto in giro per il mondo. I membri della giovane classe creativa giudecchina sono i meglio attrezzati a resistere, ma sanno già che, allo stato attuale, i loro figli sono destinati a vite e carriere altrove e soltanto quelli dotati di patrimoni davvero consistenti potranno mantenere un buen retiro alla Giudecca dove tornare ogni tanto. La verità è che la tribù dei resistenti da sola non è in grado di proporre un’alternativa realistica ai lavoratori del turismo, cioè alla maggioranza degli abitanti della Giudecca e di tutta Venezia: i gestori dei b&b, i portuali che lavorano con la crocieristica, i camerieri, i tassisti, i piloti dei granturismo, i venditori di souvenir, i gondolieri, ma pure gli architetti impegnati a ristrutturare alberghi e i ristoratori – anche di buon livello – che non potrebbero mantenere tre o quattro famiglie senza i maledetti 30 milioni di visitatori l’anno. “E quindi? Che cosa proponi tu, chiacchierone di un Gnech, a parte criticare chi si sbatte?”. Touché. Io non propongo nulla. Non ho soluzioni. Se le avessi, non lavorerei in una reception. (continua)