Cartoline dalla Giudecca – II

“Non sembra neanche di stare a Venezia”. Lo dicono un po’ tutti quelli che passano per lo Junghans, incolpevolmente ancorati a un’idea museale della città, sigillata alla caduta della Repubblica. In realtà, nel corso del Novecento, nella Venezia insulare si è costruito molto – a fini privati e soprattutto pubblici, come in tante altre città italiane. Certo, questo quartiere dall’aria postmoderna, lontano dalla scrostatezza degli intonaci veneziani da cartolina, fa pensare al Nordeuropa. Arrivando dalla fondamenta, una bella ciminiera restaurata e divenuta arredo urbano dice chiaramente che questo era un luogo di produzione, un luogo di lavoro ora ridotto in gran parte a luogo di rendita. In pochi passi ci si trova davanti alla fabbrica in cui per quasi un secolo si sono costruiti orologi – e, durante l’ultima guerra, spolette per mine. Oggi in quegli spazi si formano i giovani allievi dell’Accademia Teatrale Veneta e quel quarto di forma di parmigiano che domina il campo è diventato un teatro e in parte un condominio (anche un ex sindaco ha casa in quel palazzo). Oltre alle architetture inaspettate, il visitatore in genere si stupisce della quantità di mamme e bambini. Vuoi vedere che qui le buone pratiche… alt. Attenzione ad attribuire meriti. C’è stato in effetti un momento nella storia recente in cui alcune tra le teste più lucide dell’intelligencija veneziana, guidate dal sindaco-filosofo Cacciari, sostenevano di poter orientare i processi di trasformazione della città a tutto vantaggio dei residenti. Finiti i soldi per l’edilizia pubblica propriamente detta, l’idea era di usare il capitale dei palazzinari – i quali, com’è noto, agiscono come dame di carità, sempre rispettando la parola data – cercando di mantenere l’esercito di clientes di Comune e partecipate alle condizioni della Prima Repubblica, il tutto nell’illusione che il turismo, che in quei primi anni Novanta aveva già raggiunto la soglia della buona fisiologia, non si sarebbe mangiato il tessuto cittadino dall’interno. Tra le grandi operazioni messe in pratica allora vi furono vari progetti di edilizia convenzionata nelle ex aree industriali della Giudecca, pensati per frenare l’esodo dei veneziani verso la terraferma. L’area attorno alla Junghans, appunto, veniva ripensata come nuovo quartiere residenziale da alcuni architettoni di fama, Cino Zucchi e Boris Podrecca tra gli altri. La convenzione con il consorzio di costruttori, denominato non troppo originalmente “Judeca Nova”, prevedeva che metà degli appartamenti costruiti dovesse essere venduta o affittata a prezzo calmierato – calmierato, nella Venezia dei primi anni Duemila significava 3500 euro al metro quadro. Le cose sono andate diversamente: solo una casa su cinque è stata venduta ai residenti, il resto è stato dato via a prezzi di mercato e convertito presto all’uso turistico. Secondo l’architetto Roberto D’Agostino, per dieci anni assessore all’urbanistica, la colpa non è stata del Comune che ha mal vigilato sul privato, né della scarsa promozione del bando, ma principalmente dei veneziani stessi, assai poco disponibili ad andare ad abitare in quello che per molto tempo è stato forse il luogo più malfamato della città storica. D’Agostino non ha tutti i torti sull’idea che gli altri cittadini avevano – e in parte ancora hanno – della Giudecca e dei giudecchini. Nel frattempo, comunque, grazie soprattutto ai nuovi veneziani privi di pregiudizi, la gentrificazione ha fatto il suo corso. I fortunati nuovi residenti che hanno preso casa qui negli anni scorsi, in gran parte giovani professionisti usciti da Ca’ Foscari e IUAV, solo in parte etichettabili come classe disagiata, per citare l’ex cafoscarino Ventura, hanno messo radici, creando nuove famiglie e nuove attività economiche sull’isola. Alla Giudecca si è quindi formata una comunità dall’interessante composizione di classe, in cui la borghesia progressista locale e di tutto il Nord Italia, insediatasi prevalentemente nell’area di Palanca, convive con l’élite euroamericana e con l’ex proletariato arricchitosi grazie al turismo. L’isoletta, anche senza voler usare la ridicola definizione di “Soho veneziana”, è diventata insomma un luogo tra i più ambiti della città. Lo è perché oggettivamente molto vivibile e ben collegata (sono lontani i tempi dell’unico traghetto che portava in isola gli operai, e con loro mia nonna Lina, giovanissima donna di servizio arrivata dalla montagna), ma resta provvidenzialmente separato dalla ressa di Veniceland. O meglio: restava. Dall’apertura dell’Hilton Molino Stucky all’esplosione di Airbnb, la penetrazione del turismo di massa ha ormai cambiato il volto della Giudecca, e non poteva essere altrimenti. Soltanto negli ultimi dodici mesi, i posti letto a uso turistico dell’isola sono aumentati del 13%, stando ai dati raccolti dal Comune ed elaborati dal Gruppo 25 Aprile. Nei quindici anni della mia permanenza qui, essendo finito anch’io a lavorare nel settore della cosiddetta ospitalità, ho avvertito il cambiamento giorno per giorno, senza stupirmene affatto. Che cosa si pretendeva di ottenere riqualificando un quartiere degradato a un passo dal centro in una città che sopravvive grazie alla monocultura turistica? A queste trasformazioni indesiderate, ancorché non inattese, non poteva non reagire la parte più sensibile dei residenti vecchi e nuovi. Ecco quindi che alcune delle iniziative più importanti nate in seno alla società civile veneziana in questi anni, come il tentativo di comprare l’isola della Poveglia per mantenerne l’uso pubblico, la battaglia contro le grandi navi da crociera in laguna, un “festival delle arti” socialmente caratterizzato e totalmente autoprodotto e il lancio di una piattafoma partecipata che porterà probabilmente a una lista civica alle prossime elezioni comunali, sono nate alla Giudecca o qui hanno i loro sostenitori più attivi.

Un attivismo peculiare, una tribù di resistenti che trae forza in parte dall’orgoglio identitario giudecchino – quello spirito isolano che fa dire ai vecchi nativi “vado a Venessia” quando attraversano il canale – e in parte da una tradizione di sinistra fieramente barricadera – e un po’ settaria – rinnovatasi ultimamente nella retorica dei beni comuni. Il problema di queste pur lodevoli iniziative sta forse proprio nell’approccio puramente conservativo che caratterizza tanti movimenti in giro per lo Stivale. Troppo spesso, chi protesta contro il turismo e la “svendita” della città storica (magari si trattasse di svendita, purtroppo le case qui costano un occhio della testa!), spesso confondendo l’essenziale col superfluo e i bisogni coi desideri, non pensa seriamente alle possibili alternative – ammesso che ve ne siano – alla cultura della rendita che sta imbalsamando Venezia. Non ci pensa perché ha già una casa di proprietà e un lavoro tra i pochi non collegati all’indotto turistico, il che è in realtà un fatto molto raro anche tra i resistenti più agguerriti, eccezion fatta per gli ereditieri, che pure non mancano… So quanto sia difficile ammettere che l’apparente conflitto tra la “sostenibilità sociale e ambientale” e la “logica del profitto”, tra i gretti e i solidali, tra i colti e gli ignoranti, tra i progressisti e i reazionari a Venezia possa essere soltanto un conflitto tra diversi tipi di rendita. Detto più chiaramente, chi si impegna in battaglie di questo tipo è spesso un privilegiato. Se non lo è, come nel caso di tanti appassionati fuorisede con doppia a 350 euro al mese, prima o poi dovrà andarsene da una città che non gli offre nulla se non un posto in albergo. Chi certamente lo è, ma non ha messo radici, come i tanti expat che espongono il vessillo NO GRANDI NAVI sulle altane dei loro splendidi blocchetti terra-cielo, un bel giorno deciderà di lasciare la Giudecca, privata ormai della sua pittoresca autenticità, per qualche altro posto in giro per il mondo. I membri della giovane classe creativa giudecchina sono i meglio attrezzati a resistere, ma sanno già che, allo stato attuale, i loro figli sono destinati a vite e carriere altrove e soltanto quelli dotati di patrimoni davvero consistenti potranno mantenere un buen retiro alla Giudecca dove tornare ogni tanto. La verità è che la tribù dei resistenti da sola non è in grado di proporre un’alternativa realistica ai lavoratori del turismo, cioè alla maggioranza degli abitanti della Giudecca e di tutta Venezia: i gestori dei b&b, i portuali che lavorano con la crocieristica, i camerieri, i tassisti, i piloti dei granturismo, i venditori di souvenir, i gondolieri, ma pure gli architetti impegnati a ristrutturare alberghi e i ristoratori – anche di buon livello – che non potrebbero mantenere tre o quattro famiglie senza i maledetti 30 milioni di visitatori l’anno. “E quindi? Che cosa proponi tu, chiacchierone di un Gnech, a parte criticare chi si sbatte?”. Touché. Io non propongo nulla. Non ho soluzioni. Se le avessi, non lavorerei in una reception. (continua)

Cartoline dalla Giudecca – I

“Lo metto appena esco e lo tengo sempre addosso per non dimenticarmelo in giro”. Chi, pagato per farlo o no, si sciroppi dieci o più ore di film al giorno, in un estenuante tour de force fatto di vaporetti strapieni, lunghe code di cinefili sudaticci, tramezzini ingollati camminando – mentre in piazza San Marco la pratica è sanzionata dalla Polizia del Decoro, al Lido risulta ancora tollerata – e pennichelle consumate di nascosto sulle panchine del lungomare, visto che il vero cinefilo non può permettersi di dormire in sala, nemmeno coi film più soporiferi, chi insomma abbia accesso illimitato alle proiezioni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non smette mai di portare il suo badge appeso al collo. Alcuni probabilmente non se lo tolgono nemmeno a letto, nemmeno sotto la doccia. Quel segno di riconoscimento tanto ambito, accredito o abbonamento che sia, fa sì che l’impiegato delle poste che spende tre quarti delle ferie e l’intera quattordicesima per seguire il festival possa venire scambiato per cinematografaro o critico professionista (e viceversa). I più fanatici alloggiano al Lido, nei pressi del sacro recinto tra l’Excelsior e il Casinò, gli altri stanno in centro. In queste mattine, qui alla Giudecca, ne incontro molti uscire dai loro b&b con la cispa ancora sugli occhi e una gran voglia di tornare a letto. Mi chiedo se almeno i più informati di loro sappiano di soggiornare a pochi metri dagli stabilimenti della Scalera Film, dove all’inizio del 1944 vennero trasferite le produzioni di Cinecittà. Nonostante i bombardamenti, Cinecittà esiste ancora, mentre la Scalera non c’è più: il teatro di posa in cui venne in parte girato l’Otello di Welles (1950) è stato raso al suolo pochi anni fa. Al suo posto, il triste scheletro di un nuovo complesso residenziale mai terminato, ultimo frutto guasto dei commerci tra il centrosinistra veneziano e Francesco Bellavista Caltagirone (vedi alla voce “urbanistica contrattata”), ma questa, come si dice, è un’altra storia. Il bipede badge-munito, specie migratoria che fa la sua ricomparsa in laguna a inizio maggio per le biennali d’arte e d’architettura e a fine agosto per la mostra del cinema, rappresenta solo una piccola parte, per quanto appariscente, del multiforme bestiario veneziano. Nonostante l’estinzione programmata e inarrestabile della classe media, infatti, a Venezia la varietà umana rimane più vasta della media nazionale. Ne sono causa il turismo di massa come quello elitario, le piccole colonie di danarosi expats come i sottoproletari autoctoni, gli operatori e il pubblico dei grandi eventi culturali come gli studenti di ben due università (Ca’ Foscari e IUAV) di buona se non ottima fama. L’interazione tra tutti loro, al di là delle barriere di classe e cultura, è favorita dalla stessa geografia urbana. Ci si muove più o meno tutti seguendo gli stessi percorsi, a piedi o coi mezzi pubblici, in un territorio lento e fatto di distanze contenute, come in una metropoli appallottolata.

Il teatro di posa della Scalera Film, 2007

Questo è particolarmente vero alla Giudecca, un’isola – o meglio un’infilata di isolotti – lunga un paio di chilometri che gli urbanisti e gli architetti definiscono “spazio a pettine”: al posto del labirinto di calli del resto della città storica, la Giudecca possiede una riva percorribile, o fondamenta, affacciata sul canale omonimo, dalla quale origina una serie di calli che la tagliano perpendicolarmente (i denti del pettine). Ovunque tu debba andare, dovrai passare per il fronte canale e, volente o nolente, incontrerai quindi tutti «in fondamenta» anche più volte al giorno. Chi si muove – il residente indaffarato e scarrettante e il turista che passeggia in tutta rilassatezza, e chi staziona – il barista, il pensionato pescatore di seppie e il vorace gabbiano reale o Magoga. Percorrendo l’estremità occidentale dell’isola, ci si rende pienamente conto di come questa sia stata il cuore industriale della città storica almeno sino all’ultima grande espansione di porto Marghera, negli anni ’50: l’aria anseatica dell’imponente Molino Stucky, oggi hotel da quattrocento stanze, i tanti magazzini e opifici in mattone rosso, ora in gran parte trasformati dalla gentrificazione. Nei favolosi anni Ottanta, quando la Giudecca era un quartiere segnato dal declino industriale e dall’eroina – un luogo in cui gli altri veneziani non mettevano piede – furono per primi certi foresti che insegnavano allo IUAV a comprare per due lire quegli spazi e a trasformarli in loft. Nel frattempo, anche alcune delle botteghe affacciate sul canale e chiuse da decenni sono diventate appartamenti; il visitatore occasionale può inizialmente confondersi, tanto la loro struttura esterna è rimasta immutata. Tra i regolamenti fissati da Comune e Soprintendenza allo scopo di garantire la perfetta mummificazione del cadavere di Venezia vi è infatti anche il divieto di murare le vetrine, per cui le casette di cui sopra potrebbero sembrare ancora negozi, non fosse per il vetro satinato. In realtà, al visitatore, specie se nordeuropeo, sembra non dispiacere l’idea di esser messo in vetrina in quella che del resto è una città-vetrina. Molti di loro lasciano anzi le porte spalancate – anche per non soffocare nell’umidità dei piani terra – e non esitano a mostrarsi in mutande, stravaccati in divano, con un libro di Žižek tra le mani (scena che ho colto personalmente un paio di settimane fa; qui non si inventa nulla, si registra e basta). Le grandi aiuole e gli alberi di fondamenta S. Biagio, piuttosto rari in una città povera di verde pubblico – e ancora più rari dopo le ultime tempeste – possono essere un piccolo incentivo a pernottare in zona. Sono tuttavia tentato di avvisare i fidanzatini sdraiati proprio lì che a Venezia ogni spiazzo erboso è principalmente un cacatoio per i cani dei residenti. Cani grandi come vitelli o piccoli come topi – la taglia media non usa granché tra i giudecchini – i cui stronzi finiranno spalmati sulle magliette del turista. Ignorando del tutto le ultime tendenze del fashion design, desisto dal proposito (non vorrei fare la figura del provinciale). Intanto, a cento metri di distanza, stanno preparando la cena a Joaquin Phoenix, che ha scelto uno dei ristoranti di Arrigo Cipriani, intoccabile sacerdote della venezianità DOC – per le sue gozzoviglie festivaliere. L’aiuola concessa all’“Harry’s Dolci” è curatissima, a differenza di altre, nonostante gli sforzi di qualche abitante, il che fornisce una buona rappresentazione visiva del confronto impari tra rendita privata e bene pubblico – pubblico, non «comune», per cortesia. Bene pubblico, più precisamente demaniale, è anche il canale che dalla Giudecca prende il nome, nel quale, oltre alle famigerate navi da crociera, sfrecciano i taxi e i granturismo del leggendario “Cocco Cinese” che raccattano i gruppi di turisti al Tronchetto per poi scaricarli in Riva degli Schiavoni. Oltre a provocare i classici danni strutturali agli edifici, il robusto moto ondoso provocato da questi mezzi arriva spesso a inondare la fondamenta anche in assenza di acqua alta; la pietra d’Istria resta così bagnata sempre più a lungo e tende a ricoprirsi di un’alghetta viscida, nemica dei trasportatori e dei femori dei residenti anziani. Il turista, d’altra parte, al termine delle sue derive tra calli e canali, dopo tanto scarpinare tra mille anni di storia, crede probabilmente che un bel pediluvio d’acqua salata addizionata di nafta e colibatteri sia quello che ci vuole e Venezia non può certo negare questa piccola cortesia ai suoi ospiti. (continua)

Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.

Quanti veneziani

I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.

Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.

Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.

Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.

Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui fa le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»

Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.

Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.

Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane. A voi sembra facile salvare una città del genere?

Porto Marghera: la città sospesa e le sue storie

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C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo