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Quanti veneziani

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I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.
Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.
Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.
Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.
Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui faccia le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»
Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.
Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.
Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane.
A voi sembra facile salvare una città del genere?
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Porto Maghera: la città sospesa e le sue storie

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C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo

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Tutta colpa di Farinetti

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Mi ricordo dei tuoi applausi in Pescheria, a Rialto, al termine della presentazione de Il paese dei coppoloni, un paio d’anni fa. Dopo aver cantato le lodi dell’enogastronomia dell’Italia profonda, Vinicio Capossela aveva fatto il suo proclama: «Farinetti è la più gran disgrazia che potesse capitarci». La più gran disgrazia sarebbe, credo – tocca interpretare, perché Vinicio la sua critica non l’ha esplicitata – il modello Whole Foods Market, cui Farinetti si è evidentemente ispirato. Il chilometro zero di Petrini trasportato migliaia di chilometri lontano, a prezzi non da mercato di paese, ma da Harrods o Grande Épicerie. Di certo il sottoscritto non può permettersi di far la spesa in quei luoghi – al contrario di te, che a Rialto applaudivi e che compri a peso d’oro la verdura dal Gruppo di Acquisto Solidale e il vino “biodinamico” dal vignaiolo armato di corno di vacca. Per me Eataly rimane niente più che un piacevole diversivo nel corso delle mie visite a Roma, Genova o Torino – all’ex Smeraldo a Milano non credo metterò mai piede, la tristezza dei teatri divenuti altro è troppo grande da sopportare –  ed essendo abituato alla ristorazione di una città costosa e votata unicamente al turismo, trovo che i «ristorantini» di Eataly offrano un accettabile rapporto qualità-prezzo. Senz’altro migliore di quello dei tuoi ristoranti preferiti. Sì, parlo proprio dei ristoranti dei tuoi amici. «Ok, ma almeno loro non…». Lo so, hai applaudito anche Marta Fana e tutti quelli che se la prendono col Farinetti padrone delle ferriere. Accusato di sottopagare i dipendenti, di non assumerli tutti in pianta stabile e di lasciare a casa i meno disposti a chinare il capo. Bene. La prossima volta che andrai al ristorante veg-etno-fusion del tuo amico, chiedigli il perché di quella branda in cucina. E’ per il bengalese che il sabato, dopo aver cucinato per dodici ore, si ferma a fare le pulizie fino alle due di notte, e ha rinunciato a tornare a casa, dove gli resterebbero appena tre ore di sonno. Già che ci sei, chiedi al tuo amico dei «contrattini» delle cameriere. Chiedigli perché la loro paga arrivi sempre diversa e mai a scadenze regolari. Chiedigli delle mance divise al 50% con lui. Chiedigli insomma perché debbano condividere il rischio d’impresa del padrone per una paga oraria più bassa di quella di Eataly. Quando chiederai ai tuoi amici tutte queste cose, sarò io ad applaudire te.

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Il ventre degli architetti: Alvaro Siza alla Giudecca

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«Lei vive e lavora in un posto meraviglioso. Dica la verità, ma lei ci vivrebbe, allo Zen?»

«Non ci sono queste condizioni, io non posso vivere allo Zen, non faccio il proletario [sic], faccio un altro mestiere!»

Così il compagno Vittorio Gregotti, decano dell’architettura italiana, nella memorabile intervista semiseria condotta dieci anni fa da Enrico Lucci per “Le Iene”. Com’è distante lo Zen da Campo Marte, come risulta difficile accostare due esempi così diversi di edilizia popolare. Eppure, a mio avviso, il vizio di fondo di chi scelga la forma dell’altrui abitare è lo stesso. Il Campo Marte cui mi riferisco si trova alle Zitelle, propaggine orientale dell’isola della Giudecca affacciata sul bacino di S.Marco. Situato a duecento metri da uno dei luoghi del turismo d’élite veneziano, l’hotel Cipriani, Campo Marte non è certo lo Zen II, ma è stato ed è tuttora il simbolo di una certa marginalità sociale. Periferia interna di urbanizzazione più recente, verde di orti fino alla fine della Grande Guerra, assomiglia ad altre aree della Venezia novecentesca, luoghi in cui l’edilizia popolare si è potuta liberare dalle ristrettezze del tessuto urbano precedente. Calli più larghe, case più grandi e luminose. Le prime, qui, sono del 1914, costruite da una cooperativa operaia cattolica. Ad esse seguiranno, sotto il fascismo, le famigerate “case minime”. Case rivolte ad operai e sottoproletari, minime perché davvero minima era la loro metratura, tra i 20 [venti] e 30 metri quadri. Quelle case sono state abbattute a partire dagli anni Ottanta per far posto a vari interventi di riqualificazione, l’ultimo dei quali ha visto coinvolti alcuni grandi nomi dell’architettura contemporanea: Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Rafael Moneo e Álvaro Siza. Il cantiere del condominio di Siza è rimasto fermo per quattro anni e l’edificio rimane incompiuto, ma in parte già abitato dagli assegnatari dei bandi e in questi mesi sede del padiglione portoghese della Biennale di Architettura. La mostra di quest’anno, aperta sino al 21 novembre, è dedicata appunto a Siza, posto in dialogo ideale con Rossi. L’Aja, Porto, Berlino, Venezia, quattro progetti di social housing narrati attraverso altrettanti piccoli documentari in cui Siza è per qualche ora ospite di chi vive nelle “sue” case e può verificare in vivo l’applicazione del suo pensiero architettonico. Siza è un architetto abituato a dialogare con il contesto e sensibile alla memoria dei luoghi – si veda la sua ricostruzione del quartiere del Chiado a Lisbona. Per questo ci si chiede come sia potuto giungere, incrociando lo studio della “Venezia minore“ coi modelli del razionalismo, a un edificio di tale bruttezza. Il condominio Siza è un blocco a L dalla linea punitiva, tra la caserma e il carcere, sul quale spicca, conficcato nello spigolo dell’edificio, un terrazzino adatto ai proclami di qualche ras di quartiere. Questa è naturalmente soltanto l’opinione – non qualificata – dello scrivente. In quanto agli assegnatari, essi si guardano bene dal sollevare obiezioni estetiche alle case finalmente consegnate. (Nemmeno il Professore Settis né la Contessa di Arosio hanno protestato, il che ci farà dormire sonni tranquilli).

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Nelle loro chiacchierate con Siza, gli abitanti elencano semmai, molto garbatamente, alcuni problemi pratici dell’abitare («Si sente tutto quello che fanno i vicini»), e molto garbatamente Siza – un anziano signore di gentilezza e compostezza atlantiche – risponde, in modo più o meno convincente: si sa, l’insonorizzazione costa, lui ce l’avrebbe messa, ma sono andati al risparmio, è pur sempre una casa popolare, eccetera. Si è tentato di regalare «un po’ di lusso» agli abitanti, almeno a coloro i quali hanno avuto la fortuna di un terrazzino. Sta poi a loro scegliere se rinunciare alla vista per i fiori o viceversa. «La mia architettura non ha un linguaggio prestabilito, né aspira a diventare essa stessa un linguaggio, si tratta piuttosto di una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo alla quale partecipo», ha scritto Siza. Ma forse la concretezza dell’architetto non è la stessa concretezza dell’inquilino. Oppure dobbiamo ammettere che anche Alvaro Siza, «partecipando alla trasformazione dei luoghi», possa perdere di vista la distanza che corre tra estetica e funzione e quindi trascurare un aspetto assai prosaico, e altrettanto centrale nelle vita quotidiana dei bipedi sapiens civilizzati. Tra le magagne delle case finite, ritroviamo infatti un autentico flagello dell’architettura contemporanea: il bagno cieco. Qualche settimana fa, a Londra, ho potuto notare che persino a Churchill Gardens, quartiere di edilizia pubblica sorto sessant’anni fa sulle macerie delle case vittoriane spianate durante il blitz, i cessi hanno le loro brave feritoie. Non così al condominio Siza di Campo Marte, dove, a differenza che a Pimlico, i bagni sono provvisti di bidet, ma al posto di una qualche apertura c’è un piccolo aspiratore che fa quello che può…Perché non ha voluto mettere le finestre, Architetto Siza?, chiede l’inquilina. L’archistar dà l’unica risposta possibile, per quanto sconcertante: «perché non stavano bene nella composizione della facciata». Come se Siza non avesse progettato da zero, come se la soprintendenza o ATER, committente del progetto, avessero messo qualche veto sui bagni finestrati. Naturalmente, nessuna rivista di architettura si occuperà mai dei bagni ciechi, se a disegnarli è un Pritzker Prize e Leone d’Oro alla Biennale. A nessuno verrà in mente di chiedere ad Álvaro Siza Vieira o a qualsiasi altro progettista: «Architetto, ma lei non la fa, la cacca?»

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Tempo d’estate a Venezia, tra degrado e lacrime di coccodrillo

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Venezia grande malata, Venezia palcoscenico di cafonaggini, Venezia preda del degrado. Presto, si mobilitino le signore dal doppio cognome e le loro amiche arredatrici di Luxury Homes, si mobiliti il popolo dei social network, si mobiliti l’UNESCO e perché no, direttamente i caschi blu, guidati dal Professore Settis in tuta mimetica a presidiare l’area marciana! Indignamoci, almeno sino al trentun agosto, quando i media torneranno a dimenticare la laguna e i suoi problemi. Ci siamo indignati a sufficienza? Bene. Ora cerchiamo di riflettere. Che su oltre trenta milioni di visitatori annui si possa trovare qualche centinaio di buzzurri è un’eventualità statisticamente certa. Basandomi sul mio personalissimo campione spannometrico, comprensivo di un po’ tutte le classi sociali, temo inoltre che i foresti maleducati non siano proporzionalmente più numerosi degli autoctoni che quotidianamente sfrecciano coi loro Gran Turismo, barchini e taxi al triplo della velocità consentita, che depositano interi arredamenti accanto ai cassonetti nonostante il ritiro dei rifiuti ingombranti sia gratuito, che ai pontili dei mezzi pubblici entrano dall’uscita, saltando i (ridicoli, ma questa è un’altra storia) tornelli e che spolpano nel loro piccolo il cadavere di questa meravigliosa città – la loro città – attraverso una delle mille rendite che la monocultura turistica ha reso possibili. Sia chiaro, la mia non è una difesa dei tuffatori abusivi – individui comunque da compatire per l’epatite A che avranno contratto grazie alle loro bevute dei serenissimi liquami. Sfogata la collera, sarà però utile tentare di capire come siamo arrivati a questo punto. Questi deplorevoli protagonisti delle cronache estive sono per la maggior parte visitatori di giornata. Penso ad esempio ai Nordeuropei che usano Venezia per spezzare i loro soggiorni sul litorale adriatico o sul Gartsee – il raggio del turismo giornaliero a Venezia supera del resto i 150 km e da molti anni i tour operator, da Rimini a Peschiera del Garda, vendono la gita in pullman a Venezia come diversivo alla settimana in spiaggia. Visite frettolose e faticose, in una città costosa e dagli spazi ristretti. Sgomitare sudati per fare due metri in una calle, spintonarsi per comperare una bottiglietta d’acqua, litigare coi residenti per salire in vaporetto…ecco allora i bivacchi, le pisciate in calle o in canale – praticate del resto da sempre anche dai giovani aborigeni veneziani, il sabato sera, quando la vescica è piena di spritz e cubini e la coda al cesso del baretto è troppo lunga.

Non so davvero che sensazione queste persone possano conservare delle poche ore trascorse nel carnaio estivo veneziano. Da innamorato della città, di queste pietre miracolosamente adagiate sulla fanga, ho creduto a lungo che la bellezza abbacinante di Venezia potesse ripagare di ogni disagio. Ora non ne sono più così sicuro. Non sono nemmeno sicuro che la bellezza di Venezia sia un dato universalmente condiviso anche da chi non abbia, come si dice, gli strumenti minimi per apprezzarne il genius loci. Il lavoro nel turismo mi ha fatto capire che cosa rappresenti per le classi medie o le élite di tutto il mondo – i pernottanti, altra categoria rispetto ai ciabattoni descritti poc’anzi – la visita a Venezia (e a Firenze, Roma, ecc.). Un desiderio indotto, parte di una serie di consumi materiali e immateriali legati alla propria capacità di spesa. Da Shanghai a Rio, da Mosca a Bangalore, appena hai fatto un po’ di grana, il tour in Italia diventa obbligatorio quanto un rito di passaggio. I visitatori di Venezia non sono tutti storici dell’arte, ma persone attirate da un brand tra i tanti, un nome che racchiude nella migliore delle ipotesi una vaghissima idea di antichi fasti e di Dolce Vita. Della storia della città non sanno nulla e se ne andranno altrettanto ignoranti. Ignoranti, ma appagati dall’aver aggiunto un’altra destinazione alla propria lista di viaggiatori compulsivi. Certo, a differenza di chi arriva e riparte in giornata, piedi a mollo in Piazzetta e tramezzino in mano, chi arriva in aereo per soggiornare in albergo o in b&b lascia certamente più quattrini in città, ma contribuisce comunque, direttamente e indirettamente, alla trasformazione di Venezia in Veniceland. Attorno al loro desiderio indotto di nuove borghesie emergenti, lo stesso che li spinge a collezionare costosissime borsette o scarpe «designed in Italy, made in PRC», si è costruito l’assetto di tutta l’area metropolitana veneziana. Il terzo aeroporto d’Italia, in costante espansione e in rete con lo scalo low cost di Treviso, un tronco dell’alta velocità e il primo Homeport crocieristico del Mediterraneo – piazzato nel cuore di un centro storico – sono l’apparato costruito in funzione della monocultura turistica attorno al fragile guscio di Venezia. Ci manca solo la sublagunare, vecchia idea dei socialisti demichelisiani negli ultimi anni tornata in auge presso certi settori del “neopatriziato”. Ad accogliere questi flussi, i posti letto aumentano al ritmo di centinaia all’anno, e se i vuoti lasciati dall’esodo – mille residenti in meno all’anno – non riescono a reggere nell’immediato la domanda, nuove attività nascono nell’agglomerato pseudourbano della terraferma, al punto che gli stessi pendolari dell’industria turistica che ogni mattina si recano al lavoro negli alberghi e nel ristoranti della città storica dalle loro case a Mestre e a Marghera trovano ormai gli autobus intasati di turisti.

Venezia vive di questo da molti anni ormai, e i vecchi che rimpiangono la civiltà e lo stile di visitatori alla Von Aschenbach o alla Katherine Hepburn in Tempo d’Estate dimenticano che quel tipo di turismo dava da mangiare a pochi, perché Venezia allora viveva d’altro, a partire dalle vituperate industrie. Il turismo di massa comporta sempre una certa misura di degrado, mettiamoci il cuore il pace. Ciò che sfugge un po’ a tutti i commentatori occasionali e a molti degli stessi cittadini di Venezia è che il cosiddetto degrado portato dal turismo è soltanto l’epifenomeno, il sintomo della lenta agonia di Venezia in quanto città vissuta, della sua trasformazione in parco a tema. Nessuna delle trovate frutto dell’indignazione, dalle soluzioni un po’ classiste e reazionarie, dal numero chiuso con tanto di sbarre sul ponte della Libertà ai vademecum storico-culturali da far digerire al visitatore incolto, sino alle sparate di Brugnaro, sindaco assai chiacchierone che vorrebbe «poter mettere in cella per una notte gli ubriachi», vanno al cuore del problema. Né possono fare granché certe iniziative simboliche rivolte ai residenti, dall’esporre striscioni alla propria finestra ai flashmob con carrettino della spesa al mercato di Rialto. Scatti d’orgoglio, certo, ma anche puri atti performativi che confermano il carattere di spazio scenico cui è ridotta la città. La storia è nota a tutti. Almeno un quarto di secolo fa, la classe politica cittadina, diretta espressione di una cittadinanza che poco ha protestato sino a tempi recenti, decise che i flussi turistici non andavano governati in alcun modo, e iniziò ad assecondare e a favorire la cultura della rendita immobiliare e dell’”urbanistica contrattata”, alla faccia delle infinite chiacchiere sulla cultura come risorsa, sulla produzione immateriale, sulla green economy e delle innumerevoli altre bugie ripetute nei convegni e nelle conferenze stampa. Lo svuotamento della città è strettamente legato al costo per metro quadro determinato dall’industria turistica e dalla gentrificazione che colpisce sia il settore residenziale che quelli commerciale e produttivo. Ecco perché, più che i buzzurri a torso nudo, a recare danno alla città sono le rendite immobiliari. Ed ecco perché, ammesso che la necrosi del tessuto sociale della città storica non sia ormai irreversibile, una classe politica appena decente dovrebbe agire proprio sul settore immobiliare. In primo luogo con il blocco ventennale dei cambi di destinazione d’uso da residenziale a turistico. In secondo luogo, dopo un’opera di censimento analitico di tutto il patrimonio residenziale pubblico e privato, attraverso una campagna di investimenti che riesca ad influenzare in modo sostanziale il mercato immobiliare. Più facile a dirsi che a farsi, per tante ragioni economiche, politiche e culturali, non ultima la plurisecolare inerzia di questa città di mohicani d’acqua. Per ora, è più facile condividere le foto dei tuffatori dal ponte di Rialto e, al limite, multarli. Più facile piangere lacrime di coccodrillo e rimpiangere i bei tempi andati, quando Katherine Hepburn si faceva rimorchiare da Rossano Brazzi.

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