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Tempo d’estate a Venezia, tra degrado e lacrime di coccodrillo

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Venezia grande malata, Venezia palcoscenico di cafonaggini, Venezia preda del degrado. Presto, si mobilitino le signore dal doppio cognome e le loro amiche arredatrici di Luxury Homes, si mobiliti il popolo dei social network, si mobiliti l’UNESCO e perché no, direttamente i caschi blu, guidati dal Professore Settis in tuta mimetica a presidiare l’area marciana! Indignamoci, almeno sino al trentun agosto, quando i media torneranno a dimenticare la laguna e i suoi problemi. Ci siamo indignati a sufficienza? Bene. Ora cerchiamo di riflettere. Che su oltre trenta milioni di visitatori annui si possa trovare qualche centinaio di buzzurri è un’eventualità statisticamente certa. Basandomi sul mio personalissimo campione spannometrico, comprensivo di un po’ tutte le classi sociali, temo inoltre che i foresti maleducati non siano proporzionalmente più numerosi degli autoctoni che quotidianamente sfrecciano coi loro Gran Turismo, barchini e taxi al triplo della velocità consentita, che depositano interi arredamenti accanto ai cassonetti nonostante il ritiro dei rifiuti ingombranti sia gratuito, che ai pontili dei mezzi pubblici entrano dall’uscita, saltando i (ridicoli, ma questa è un’altra storia) tornelli e che spolpano nel loro piccolo il cadavere di questa meravigliosa città – la loro città – attraverso una delle mille rendite che la monocultura turistica ha reso possibili. Sia chiaro, la mia non è una difesa dei tuffatori abusivi – individui comunque da compatire per l’epatite A che avranno contratto grazie alle loro bevute dei serenissimi liquami. Sfogata la collera, sarà però utile tentare di capire come siamo arrivati a questo punto. Questi deplorevoli protagonisti delle cronache estive sono per la maggior parte visitatori di giornata. Penso ad esempio ai Nordeuropei che usano Venezia per spezzare i loro soggiorni sul litorale adriatico o sul Gartsee – il raggio del turismo giornaliero a Venezia supera del resto i 150 km e da molti anni i tour operator, da Rimini a Peschiera del Garda, vendono la gita in pullman a Venezia come diversivo alla settimana in spiaggia. Visite frettolose e faticose, in una città costosa e dagli spazi ristretti. Sgomitare sudati per fare due metri in una calle, spintonarsi per comperare una bottiglietta d’acqua, litigare coi residenti per salire in vaporetto…ecco allora i bivacchi, le pisciate in calle o in canale – praticate del resto da sempre anche dai giovani aborigeni veneziani, il sabato sera, quando la vescica è piena di spritz e cubini e la coda al cesso del baretto è troppo lunga.

Non so davvero che sensazione queste persone possano conservare delle poche ore trascorse nel carnaio estivo veneziano. Da innamorato della città, di queste pietre miracolosamente adagiate sulla fanga, ho creduto a lungo che la bellezza abbacinante di Venezia potesse ripagare di ogni disagio. Ora non ne sono più così sicuro. Non sono nemmeno sicuro che la bellezza di Venezia sia un dato universalmente condiviso anche da chi non abbia, come si dice, gli strumenti minimi per apprezzarne il genius loci. Il lavoro nel turismo mi ha fatto capire che cosa rappresenti per le classi medie o le élite di tutto il mondo – i pernottanti, altra categoria rispetto ai ciabattoni descritti poc’anzi – la visita a Venezia (e a Firenze, Roma, ecc.). Un desiderio indotto, parte di una serie di consumi materiali e immateriali legati alla propria capacità di spesa. Da Shanghai a Rio, da Mosca a Bangalore, appena hai fatto un po’ di grana, il tour in Italia diventa obbligatorio quanto un rito di passaggio. I visitatori di Venezia non sono tutti storici dell’arte, ma persone attirate da un brand tra i tanti, un nome che racchiude nella migliore delle ipotesi una vaghissima idea di antichi fasti e di Dolce Vita. Della storia della città non sanno nulla e se ne andranno altrettanto ignoranti. Ignoranti, ma appagati dall’aver aggiunto un’altra destinazione alla propria lista di viaggiatori compulsivi. Certo, a differenza di chi arriva e riparte in giornata, piedi a mollo in Piazzetta e tramezzino in mano, chi arriva in aereo per soggiornare in albergo o in b&b lascia certamente più quattrini in città, ma contribuisce comunque, direttamente e indirettamente, alla trasformazione di Venezia in Veniceland. Attorno al loro desiderio indotto di nuove borghesie emergenti, lo stesso che li spinge a collezionare costosissime borsette o scarpe «designed in Italy, made in PRC», si è costruito l’assetto di tutta l’area metropolitana veneziana. Il terzo aeroporto d’Italia, in costante espansione e in rete con lo scalo low cost di Treviso, un tronco dell’alta velocità e il primo Homeport crocieristico del Mediterraneo – piazzato nel cuore di un centro storico – sono l’apparato costruito in funzione della monocultura turistica attorno al fragile guscio di Venezia. Ci manca solo la sublagunare, vecchia idea dei socialisti demichelisiani negli ultimi anni tornata in auge presso certi settori del “neopatriziato”. Ad accogliere questi flussi, i posti letto aumentano al ritmo di centinaia all’anno, e se i vuoti lasciati dall’esodo – mille residenti in meno all’anno – non riescono a reggere nell’immediato la domanda, nuove attività nascono nell’agglomerato pseudourbano della terraferma, al punto che gli stessi pendolari dell’industria turistica che ogni mattina si recano al lavoro negli alberghi e nel ristoranti della città storica dalle loro case a Mestre e a Marghera trovano ormai gli autobus intasati di turisti.

Venezia vive di questo da molti anni ormai, e i vecchi che rimpiangono la civiltà e lo stile di visitatori alla Von Aschenbach o alla Katherine Hepburn in Tempo d’Estate dimenticano che quel tipo di turismo dava da mangiare a pochi, perché Venezia allora viveva d’altro, a partire dalle vituperate industrie. Il turismo di massa comporta sempre una certa misura di degrado, mettiamoci il cuore il pace. Ciò che sfugge un po’ a tutti i commentatori occasionali e a molti degli stessi cittadini di Venezia è che il cosiddetto degrado portato dal turismo è soltanto l’epifenomeno, il sintomo della lenta agonia di Venezia in quanto città vissuta, della sua trasformazione in parco a tema. Nessuna delle trovate frutto dell’indignazione, dalle soluzioni un po’ classiste e reazionarie, dal numero chiuso con tanto di sbarre sul ponte della Libertà ai vademecum storico-culturali da far digerire al visitatore incolto, sino alle sparate di Brugnaro, sindaco assai chiacchierone che vorrebbe «poter mettere in cella per una notte gli ubriachi», vanno al cuore del problema. Né possono fare granché certe iniziative simboliche rivolte ai residenti, dall’esporre striscioni alla propria finestra ai flashmob con carrettino della spesa al mercato di Rialto. Scatti d’orgoglio, certo, ma anche puri atti performativi che confermano il carattere di spazio scenico cui è ridotta la città. La storia è nota a tutti. Almeno un quarto di secolo fa, la classe politica cittadina, diretta espressione di una cittadinanza che poco ha protestato sino a tempi recenti, decise che i flussi turistici non andavano governati in alcun modo, e iniziò ad assecondare e a favorire la cultura della rendita immobiliare e dell’”urbanistica contrattata”, alla faccia delle infinite chiacchiere sulla cultura come risorsa, sulla produzione immateriale, sulla green economy e delle innumerevoli altre bugie ripetute nei convegni e nelle conferenze stampa. Lo svuotamento della città è strettamente legato al costo per metro quadro determinato dall’industria turistica e dalla gentrificazione che colpisce sia il settore residenziale che quelli commerciale e produttivo. Ecco perché, più che i buzzurri a torso nudo, a recare danno alla città sono le rendite immobiliari. Ed ecco perché, ammesso che la necrosi del tessuto sociale della città storica non sia ormai irreversibile, una classe politica appena decente dovrebbe agire proprio sul settore immobiliare. In primo luogo con il blocco ventennale dei cambi di destinazione d’uso da residenziale a turistico. In secondo luogo, dopo un’opera di censimento analitico di tutto il patrimonio residenziale pubblico e privato, attraverso una campagna di investimenti che riesca ad influenzare in modo sostanziale il mercato immobiliare. Più facile a dirsi che a farsi, per tante ragioni economiche, politiche e culturali, non ultima la plurisecolare inerzia di questa città di mohicani d’acqua. Per ora, è più facile condividere le foto dei tuffatori dal ponte di Rialto e, al limite, multarli. Più facile piangere lacrime di coccodrillo e rimpiangere i bei tempi andati, quando Katherine Hepburn si faceva rimorchiare da Rossano Brazzi.

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Cari compagni dell’ANPI, sicuri che questo sia ancora antifascismo?

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Tra le tante case in cui ho abitato qui a Venezia c’è stato anche un umido bugigattolo nei pressi di via Garibaldi, cuore di Castello, sestiere operaio dai tempi in cui l’Arsenale era fabbrica nella città viva – e non vetrina di idee come durante le biennali. A pochi passi dalla mia porta, il 3 agosto 1944, sette giovani antifascisti vennero fucilati dai nazisti. A loro è dedicata riva Sette Martiri, già riva dell’Impero – alla quale sino a pochi anni fa attraccavano le navi da crociera (ma questa è un’altra storia). Girato l’angolo, sbucando in via Garibaldi, passavo ogni giorno davanti alla sede della piccola sezione ANPI, tenuta aperta da alcuni anziani – non tutti ex resistenti, per evidenti ragioni anagrafiche. Il tempo scorre inesorabile, al punto che, sessant’anni dopo la guerra di Liberazione, riva Sette Martiri era diventata location della bizzarra e un po’ inquietante adunata leghista, il “Raduno dei popoli padani”. Il Palco addobbato di verde veniva montato lì davanti alle sette fiammelle accese sotto alla lapide dei partigiani. A placare l’inquietudine e l’indignazione non bastava il ricordo di un Bossi antifascista (almeno a parole, presto rimangiate: «la Lega con i fascisti, mai!»), visto che il leghismo ha sempre rappresentato quanto di più lontano ci possa essere dai valori della Resistenza, anche senza contare i neofascisti mai pentiti confluiti nell’autonomismo negli anni ’80, Borghezio in testa, e la nuova linea “eurasiatista” del miracolato Salvini. Vivere accanto a un luogo della memoria nell’anno del 150° anniversario dell’Unità, vedere quel luogo in qualche modo profanato dalle orde fascioleghiste. Insomma, tutta questa serie di coincidenze spaziali e simboliche, nel 2011 hanno fatto sì che mi iscrivessi all’ANPI. Non ho fatto la tessera perché bisognoso di una certificazione del mio antifascismo, ma perché convinto del valore della testimonianza – si dice così, no? I partigiani invecchiano e passano a miglior vita, i loro figli e nipoti hanno il dovere di portare avanti i valori repubblicani, democratici e antifascisti. Questo credevo, sebbene non credessi più da tempo alll’antifascismo più o meno militante come sinonimo di democrazia  – anche senza scomodare Flaiano. Non importava, perché «il valore della testimonianza» è troppo grande per lasciar posto ai dubbi.

Mi sono sbagliato, come tante altre volte in vita mia, e pazienza. L’aver aperto le iscrizioni a qualunque cittadino maggiorenne dichiarante il proprio antifascismo non ha contribuito a diffondere la memoria della Resistenza, ma ha decretato semplicemente la sostituzione della cultura antifascista dell’ANPI con quel pastone ideologico postmoderno di cui le generazioni attuali si ingozzano quotidianamente attraverso la Rete. Se la sinistra di sistema si ricorda di essere antifascista soltanto il 25 aprile, quella all’opposizione se ne ricorda persino quando va al cesso, chiedendosi se pisciare in piedi possa o no rappresentare un’offesa alla Costituzione. O se gli Ebrei abbiano il diritto di sfilare alla Festa della Liberazione. All’interno dell’ANPI, la vecchia cultura istituzionale del PCI, che dovrebbe essere rappresentata dal Presidente Smuraglia – ahinoi, adeguatosi al nuovo andazzo – è pressoché estinta. Al suo posto, un massimalismo parolaio tutto schiacciato sul presente, che usa l’associazione come strumento e la sua eredità storica come fonte di legittimazione. Da una parte parte i c.d antagonisti, che pure hanno avuto qualche screzio con l’ANPI nazionale a proposito dei noTAV come «nuovi partigiani», e dall’altra naturalmente il meraviglioso universo grillino, nel quale, grazie al decervellamento generale (e alla prevalenza del cretino anche a Sinistra), si pretende di tener assieme una piattaforma da Destra Nazionale e figure simboliche come Pertini e Berlinguer. In alcune sezioni in giro per l’italia, questa metamorfosi dell’ANPI si è vista meglio che in altre. Ad esempio qui a Venezia, città di spiriti militanti e di fiere rivendicazioni identitarie, in cui le minoranze rumorose – grazie alle doti spettacolari ereditate dalla grande tradizione teatrale cittadina – hanno sempre contato un po’ più del loro peso elettorale effettivo. Giusto un anno fa, subito dopo la prima dura presa di posizione del direttivo nazionale rispetto all’Italicum, la nuova anima dell’ANPI è uscita definitivamente allo scoperto. Un comunicato apparso sul web e inviato a tutti gli iscritti chiudeva così:

«A tutti i parlamentari che hanno detto sì a questa legge, l’ANPI 7 Martiri di Venezia ricorda che hanno ignorato i valori per cui hanno lottato e sofferto quei Partigiani che solo dieci giorni prima, nel settantesimo della Liberazione, in quella stessa Aula, hanno testimoniato la loro fede nella Costituzione e nella Democrazia. Per queste ragioni, l’ANPI Venezia ritiene che la scelta fatta da quei parlamentari rende incompatibile con i principi statutari, la loro permanenza nell’Associazione».

Una piccola svista redazionale chiariva l’origine del comunicato. Il file di Open Office allegato all’email a noi iscritti conservava ancora una nota di revisione recante il nome di Gianluigi Placella, “cittadino prestato alla politica”, già consigliere comunale del M5S. A quel punto avevo già preso la mia decisione. Ho scritto quindi una letterina al direttivo locale chiedendo di essere eliminato dall’anagrafe degli iscritti, motivando la mia uscita con l’insopportabile “deriva tribunizia” dell’associazione.

E veniamo a queste ultimi deprimenti settimane. Dopo l’Italicum, la riforma costituzionale e il dibattito – finora assai superficiale – sul “combinato disposto” tra le due, le nuove, sempre più dure prese di posizione dell’Associazione e il botta e risposta tra questa e il Governo. Colpisce e fa male la reazione di Pier Luigi Bersani, che credevo uomo di buon senso. Non so decidermi: è peggio pensare alla malafede o ad un’improvvisa epidemia di analfabetismo funzionale? Maria Elena Boschi era criticabile per il colpo basso su CasaPound (e qui l’abbiamo criticata senza sconti), ma in questo caso si è limitata a rilevare un fatto incontrovertibile: a votare Sì alla riforma saranno anche alcuni “veri partigiani”, cioè alcuni veri resistenti del ’43-’45. Pochi o molti – ma il numero non dovrebbe contare in una cultura che fu assolutamente minoritaria durante il fascismo – essi hanno combattuto per liberare l’Italia, al contrario di qualche cazzone cinquantenne grillino o rifondarolo autoproclamatosi difensore della Costituzione. E persino tra gli antifascisti che la guerra di liberazione non l’hanno fatta c’è qualche dissenso. Il segretario del mio circolo PD, a titolo di esempio, presenzierà ai gazebo dei comitati per il Sì con il suo fazzoletto dell’ANPI al collo. (Per la cronaca, non si tratta di un renziano). A questo punto la riforma in sé – davvero un ben misero spauracchio – non è più la questione principale. E forse la questione non è neppure più politica in senso stretto, ma morale. Perché è lecito domandarsi che moralità possa avere chi usi il sangue della Resistenza nella sua piccola, miserabile battaglia contro una maggioranza di governo non gradita, sebbene pienamente legittimata proprio dalla nostra Costituzione, «democratica e antifascista». Siamo solo all’inizio, perché da qui ad ottobre raggiungeremo, ne sono certo, bassezze davvero inusitate.

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Per Brugnaro è più facile guidare il Centrodestra che salvare Venezia

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Venezia è un sogno così grande da far dimenticare ogni male, e questa è la sua rovina. Così, dopo aver presenziato al Brugnaro Show al centro civico delle Zitelle – toponimo che provoca sempre grandi sorrisi tra i non Veneziani – ci consoliamo con lo spettacolo del sole che emerge tra le nubi del temporale e si tuffa dietro le ciminiere di Porto Marghera, in fondo al canale della Giudecca, in un’esplosione di rosso che a tratti sembra virare al fucsia, colore della lista creata dal patron di Umana. In linea con i trend politici attuali, Brugnaro ha deciso di rapportarsi con la cittadinanza attraverso i “tavoli di consultazione” «una nuova forma di democrazia partecipativa in cui tra eletti ed elettori lo scambio di idee e informazioni sarà costante e costruttivo. Sindaco, Assessori, Consiglieri Delegati, Presidenti di Commissione e tecnici si metteranno a disposizione dei cittadini per informarli sull’andamento della propria attività, cercare assieme la soluzione dei problemi su cui il Comune abbia competenza, raccogliere suggerimenti e proposte». Un’idea in linea di principio tutt’altro che disprezzabile, i cui esiti lasciano però alquanto a desiderare. Al gran dispiego di mezzi video, diretta streaming con tanto di presentatore e claque al seguito (tutto a carico del Luigi Brugnaro imprenditore) non corrisponde purtroppo altrettanta sostanza politica. Lo scambio coi cittadini è a tratti lunare, tra lagnanze reali e pittoresche tirate sia dal palco che dalla platea. Tra i supporter di Brugnaro c’è chi si lamenta dei volantini strappati dagli avversari politici («sono circondato da lupi!!!»), un altro chiede di poter andare in macchina sull’isola di S.Erasmo…

In generale, chi sa non parla e chi parla non sa, ma non importa, perché lo scopo dell’evento è dimostrare la presenza, soprattutto scenica, del Sindaco, mentre il dibattito sui problemi della città non prende mai veramente corpo. Al primo cittadino va però riconosciuta una grande franchezza che lo porta sempre più spesso a mettere le mani avanti: «Ci rendiamo conto di aver fatto poco, pochissimo rispetto ai programmi», «non vogliamo promettere». Il non detto, a meno di un anno dall’elezione, è che il problema Venezia sia ben al di là delle possibilità di Luigi Brugnaro (come di chiunque altro sia attualmente sulla piazza, al di là del colore politico). Il tema fondamentale, quello del bilancio, ritorna spesso durante l’incontro. Ottocento milioni di euro di debito consolidato, ricorda L’assessore al Bilancio, Michele Zuin. Un capestro al quale la città è legata, ma anche un alibi di ferro in caso di qualunque fallimento dell’attuale amministrazione. Alla Giudecca, luogo che il sindaco considera «difficile da raggiungere e da vivere» Brugnaro arriva accompagnato come sempre dal fido Giovanni Giusto, consigliere con delega alla tradizione ormai divenuto per il sindaco “campagnolo” una sorta di guida indiana tra gli ultimi mohicani d’acqua della Serenissima, anche se non tutti i mohicani sembrano gradire la sua presenza.

Alla Giudecca, come in altre periferie interne della “città monoclasse” Venezia, i residui di sottoproletariato assisitito e quel “ceto acqueo” arricchitosi col turismo – tassisti, gondolieri, trasportatori, ecc. – convinvono con un ceto medio e medio-alto in gran parte non nativo, fatto di professionisti (architetti in particolare), “lavoratori della conoscenza” e pensionati coi figli sistemati altrove. Gli interessi del secondo gruppo, centrati sulla qualità della vita del proprio buen retiro – da cui nascono le battaglie contro le navi da crociera e per la gestione dell’isola della Poveglia – confliggono spesso con quelli dei primi, divenuti elettori di Brugnaro nell’isola più rossa della rossa Venezia. Alcuni dei sostenitori del Sindaco trovano giusto che un tassista che guadagna cinquecento euro al giorno possa essere assegnatario di un alloggio popolare, ma inaccettabile che lo sia un lavoratore immigrato. Al voto di reazione corrispondono la paura di venire sostituiti e l’amara consapevolezza di essere tra gli ultimi mohicani della città d’acqua, senza comprendere le cause della propria scomparsa. Nel frattempo, la gentrificazione della Giudecca prosegue. I fondi dei negozi abbandonati da anni diventano, alla spicciolata, piccole gallerie e atelier improvvisati, arrivano i primi franchising e anche il giudecchino scopre Airbnb.

Se anche non se ne fossero resi conto gli autoctoni, se n’è reso conto il Sindaco, e se n’erano resi conto i suoi predecessori di Centrosinistra: il destino di Venezia, svuotata dei suoi residenti, è segnato da molti anni. Il dato elettoralmente rilevante è che i voti sono in terraferma e, in meno di una generazione, la trasformazione di Venezia in parco a tema sarà completa e irreversibile. Casa e welfare locale per questi residenti in via di estinzione sono per chi governi Mestre, Marghera e l’intera città metropolitana solo una seccatura che va affrontata temporeggiando il più possibile. Occorre gestire l’eutanasia della città storica e in questo senso Brugnaro ha semplicemente raccolto il testimone dal Centrosinistra. Che voglia tenerlo per più di una legislatura è improbabile e sempre più chiaramente, assieme all’idea – invero assai fondata – per cui i problemi di Venezia si risolvono a Roma, emerge la vera vocazione non dichiarata del Sindaco. In una lunga intervista comparsa sul «Foglio» alcuni mesi fa, Claudio Cerasa cuciva addosso a Brugnaro il ruolo di nuovo possibile leader del Centrodestra ora allo sbando. Un nuovo Berlusconi più ruspante, ma anche più moderno, o meglio postmoderno, eclettico, indefinibile.

Brugnaro sbandiera il tema della sicurezza e invoca sì poteri speciali – la possibilità di «mettere in cella di sicurezza per una notte» gli ubriachi, ma si vuole distanziare dall’immagine dei sindaci sceriffo del Veneto. Parla dei problemi del cambiamento climatico («in tutto il mondo se ne parla, solo qui parliamo delle beghe tra ministri») in riferimento al MOSE. In realtà, le acque alte a Venezia, più che con il global warming hanno a che fare con lo scavo della laguna (questo però non si dice, perché il sindaco ha deciso che per salvare la crocieristica occorre appunto scavare un nuovo canale). Senza alcun imbarazzo, Gigio si attribuisce anche l’operazione che ha assegnato ad Emergency un ex incubatore di imprese, risalente alla precedente amministrazione («ho incontrato Gino Strada…») e ne mena vanto, cosa che nel resto del Centrodestra pochi farebbero. Il postmoderno in politica è così: antideologico, apolitico, e per questo intrinsecamente populista e reazionario, ma anche assai pragmatico nell’approccio e capace di suggestioni trasversali. Brugnaro e Renzi si piacciono esattamente per questo. Brugnaro ha certo un handicap non da poco: è veneto e quindi troppo periferico, troppo vernacolare per la politica romana. Ma la politica romana sta cambiando, è già cambiata, la stessa classe dirigente renziana è fatta di provinciali arrembanti. Staremo a vedere. Non sappiamo ancora se Brugnaro potrà proporsi come leader nazionale. Sappiamo però che il suo governo non risolverà i problemi più grandi di Venezia.

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Ci batteremo per Valeria, ma anche per l’Italia peggiore

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L’ultimo saluto a Valeria Solesin in piazza S.Marco

Credevo che l’aria gelata, almeno per un giorno, avrebbe spazzato via le miserie e i cattivi pensieri dalle teste, che tutto sarebbe risultato terso come quello splendido cielo d’autunno. Che almeno nel giorno dei funerali di Valeria Solesin, e di fronte al contegno dei familiari – tanto più commovente, perché esemplare nella sua incredibile compostezza – sarebbe stato possibile dimostrare vera unità, mettere da parte le divisioni e la violenza anche verbale che caratterizza le nostre polemiche, almeno in nome della decenza, se non di più alti principi. Credevo che sarebbe stato possibile dimostrare civiltà.Ci sono riusciti  i rappresentanti dei tre grandi monoteismi, uniti alla piazza laica – e quindi inclusiva di ogni credo – e c’è riuscito persino il potere politico, a partire dal Sindaco Brugnaro, che è arrivato a parlare di Venezia «città mediterranea più di ogni altra», ponte tra le culture. C’è riuscita naturalmente tutta la gente perbene. Ma l’unità assoluta, anche soltanto in momenti come questi, non è qualcosa di umano. Forse non è neppure desiderabile. Ecco allora che, senza neppure buttare l’occhio alla fogna dei social, per tornare alla realtà basta prendere un mezzo pubblico. Basta togliere gli auricolari e ascoltare i commenti di due maturi professionisti – piccoli imprenditori – dell’industria turistica veneziana. Soddisfatti della stagione appena conclusa, pronti al mese di chiusura e alle ferie a Parigi dove, sostengono, a causa degli attentati i prezzi degli hotel crolleranno, nemmeno di fronte alla morte di una giovane si astengono dall’esprimere la loro grettezza: «Perché le hanno fatto i funerali di Stato? Muore tanta gente… Poareta, certo, ma era là a divertirsi… E quanto saranno costati? Due-trecentomila euro almeno. Tanto paghemo nialtri». Ogni volta tornano alla mente le durissime parole di Pasolini sulla viltà e l’indifferenza degli Italiani, ma ci si chiede in effetti a quale civiltà appartenga questa gente che fa i conti della serva ad un funerale, che non solo è incapace della minima comprensione e compassione e rispetto, ma non afferra nemmeno la portata simbolica di una tragedia e del rito civile attraverso il quale una comunità prova ad elaborarla. Non capisce che le tasse che – sperabilmente – versa allo Stato servono anche a questo. Se fosse per questi piccoli, miserabili filistei attaccati soltanto alla roba, Daesh avrebbe già vinto. Ma combatteremo anche per loro, per tutti gli stupidi, per tutti gli stronzi. Dobbiamo farlo.

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Venezia ai tempi di Brugnaro

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Ahimè, sembra proprio destino che io non riesca più a vedere a Venezia la Giuditta II di Klimt né il Rabbino di Vitebsk di Chagall. Come se non bastassero i frequenti e lunghi prestiti che privano la collezione di Ca’ Pesaro dei suoi pezzi più importanti (la Giuditta già adesso non è praticamente mai a Venezia), ci si è messo ora Luigi Brugnaro, che vorrebbe venderli per rimpinguare le casse ormai vuote del Comune. L’entusiasmo privo di progetto del Centrodestra cittadino si è subito scontrato con la durezza dei numeri: circa 70 milioni di deficit e più di 350 di debito sono naturalmente il pensiero più assillante per il nuovo Sindaco, che parla dei capolavori del Novecento come un nuovo padrone di casa parla del mobilio dell’inquilino precedente. Si tratta di una logica discutibile ma non sorprendente, e di certo non nuova: durante i vent’anni di governo del Centrosinistra, a Venezia si sono svenduti o lasciati svendere interi pezzi di città. Numerosi palazzi storici di proprietà pubblica e gran parte delle isole-ospedale in disuso sono stati alienati a prezzi ridicoli e senza troppo clamore (se si esclude la protesta degli studenti per la vendita di gran parte delle sedi storiche dell’università Ca’ Foscari), per diventare infine hotel più o meno “esclusivi”, sorte ineluttabile di gran parte delle pietre di Venezia. Ciò che sorprende in questo caso è però la motivazione culturale della scelta. Il Sindaco Brugnaro, il presenzialista televisivo e storico dell’arte Vittorio Sgarbi e persino un intoccabile gran sacerdote della Venezianità come Arrigo Cipriani – “Mr. Harry’s Bar” – considerano infatti Klimt estraneo al genius loci e alla storia della città. Se Brugnaro parla di «roba moderna», «Corpo estraneo» è esattamente l’espressione utilizzata da Sgarbi. Che un argomento di questo tipo sia utilizzato senza remore, dà la misura dello stato in cui ci troviamo e della distanza siderale – o meglio, secolare – tra l’idea di Venezia come quintessenza della città cosmopolita e la città attuale. Il punto è che, comprensibilmente, Klimt non trova posto nel parco a tema in cui Venezia si sta trasformando. Non fa parte degli oggetti di scena consentiti, per così dire.

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La sala dedicata a Klimt alla Biennale del 1910. La Giuditta II è visibile sulla parete di destra.

Davvero Klimt non c’entra nulla con Venezia? Eppure i celebri sfondi in foglia d’oro del suo Goldene Periode furono ispirati dalla visione dei mosaici bizantini di S.Marco, mentre la Giuditta II fu presentata alla Biennale del 1910 per poi essere acquistata dal Comune, quando a Venezia non mancavano gli estimatori della «roba moderna» in arrivo da Vienna. Mi sento comunque di escludere che Brugnaro, dopo i «libri gender» e le fotografie delle navi da crociera, abbia intenzione di censurare anche le influenze austroungariche presenti nella cultura veneziana, a meno che l’intenzione (suicida) non sia quella di eliminare anche il sacro bibitone esportato in tutt’Italia e oltre, protagonista assoluto non solo degli aperitivi, ma dell’immaginario veneziano in sé: lo spritz! Inoltre, portando tale logica alle sue estreme conseguenze, si arriverebbe al paradosso suggerito da Michele Fusco qualche giorno fa su Twitter: il sindaco medesimo, in quanto nativo di Mirano, sarebbe di fatto un corpo estraneo alla città d’acqua. Perché se il chioggiotto Casson, oggetto delle mordaci ironie dei veneziani (compresi quei dirigenti PD che durante la campagna elettorale si riferivano a lui come al branzin – il branzino, o spigola che dir si voglia), rimane pur sempre uomo di laguna, Brugnaro è irrimediabilmente uomo di terraferma. La sua parlata lo tradisce. Gliel’ha ricordato Tommaso Cacciari, leader dei Centri Sociali del Nordest e nipote del più noto Massimo, in occasione di un incontro pubblico col movimento No Grandi Navi: a Venezia per dire “(tu) sei” si dice “ti xe”, non “te si”. “Te si” è il marchio del campagnolo. Se persino i centri sociali da diversi anni tentano in qualche modo di competere col discorso localista-venetista, si può immaginare quanto a Venezia sia forte l’uso politico della Tradizione. L’unicità di Venezia si regge del resto su di un delicato equilibrio tra natura e cultura, in cui la seconda non può prevalere sulla prima, perché in definitiva Venezia rimane un’isola, un luogo che un’alta marea può ancora sommergere. Un veneziano d’acqua rimane quindi un isolano, attaccato, almeno a parole, alle tradizioni lagunari, dalla voga alla pesca all’arte – ormai declinante – degli squeraroli e delle imbarcazioni tradizionali. Simbolo di tutto ciò, più ancora della gondola è forse il Bucintoro, galea sulla quale i dogi si imbarcavano per celebrare la cerimonia del cosiddetto Sposalizio del mare, rito di unione di Venezia col suo elemento originario.

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Anche la toponomastica è motivo di scontro: i difensori della Tradizione non amano le doppie comparse dopo il restauro dei tipici nizioleti. 

Un piccolo aneddoto che riguarda il Bucintoro può servire ad illuminare la storia presente della città. Nel 2014, prima dell’arresto dell’ex sindaco Orsoni per le note vicende di corruzione relative al MOSE (il quale, per inciso, rappresenta un tentativo di rimediare alla crisi di quel “matrimonio acquatico”), in città è sorto un comitato avente come scopo proprio la ricostruzione del Bucintoro. Il primo importantissimo contributo al progetto è arrivato dalla Francia: il legno di seicento querce dei boschi d’Aquitania è stato donato per la costruzione del vascello. Un gesto generoso, un segno di amicizia tra regioni d’Europa che ogni veneziano non può che accogliere con gratitudine. Eppure, alla cerimonia di posa in opera, a giugno dell’anno scorso, uno dei principali promotori dell’iniziativa, il leghista Giovanni Giusto, Presidente del Coordinamento delle Associazioni Remiere, ha trovato qualcosa da ridire. La bandiera francese accanto a quella di S.Marco a detta di Giusto rappresenta un affronto, in quanto bandiera «napoleonica», cioè vessillo del nemico numero uno della Repubblica Serenissima (!). Giusto, per la cronaca, è oggi consigliere di maggioranza in Comune e Brugnaro gli ha assegnato appunto la «delega alla Tradizione» della sua Giunta. Questo è in buona sostanza lo zoccolo duro del leghismo in città, interprete della sua anima più reazionaria, ma finora minoritaria. Per capire la vittoria di Brugnaro occorre però ricordare come Venezia non sia soltanto città d’acqua ma ormai soprattutto città di terra. La Venezia di terraferma, costituita dagli agglomerati di Mestre e Marghera, ospita ormai i tre quarti dell’intera popolazione del Comune. Questa città anfibia non ha più un vero centro e sembra tenuta assieme unicamente dalla sottile lingua d’asfalto e binari del Ponte della Libertà, attraversato ogni giorno da 35 mila lavoratori pendolari che si dirigono verso i bar, gli hotel e i negozi del centro storico, sempre più svuotato dei suoi residenti.

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Il Sindaco Luigi Brugnaro

Dell’esodo verso Mestre e i comuni limitrofi si è quasi smesso di parlare, tanto esso sembra irreversibile. Dopo la prima grande emorragia di abitanti nel ventennio ’50-’60, quando lo sviluppo del petrolchimico di Porto Marghera attirò un terzo dei veneziani verso la città-dormitorio di terraferma, la gentrificazione e la monocultura turistica degli ultimi decenni hanno reso proibitivi i prezzi delle case in centro storico. In più, inutile negarlo, per molti abitanti la lentezza dei ritmi lagunari perde il confronto con le comodità di una città “normale”. Anche la “misura d’uomo” di Venezia rischia del resto di perdersi, schiacciata dalla pressione dei quasi trenta milioni di turisti l’anno e dal gigantismo delle crociere. Tra quelli che resistono, in particolare se anziani, è diffusa una sorta di “sindrome del Mohicano”, fatta di chiusura ed insofferenza, di cui a volte fa le spese l’inconsapevole turista in coda alla fermata del vaporetto. Ma i mohicani sono pochi, per definizione. Con la fine dell’industria, i poli del territorio urbano sono ormai del tutto invertiti. Oggi è la città d’acqua ad essere (tornata) “zona industriale”, un distretto destinato quasi unicamente alla produzione di servizi turistici che dà lavoro alla maggior parte dei residenti del Comune. Anche tanti continuatori delle antiche tradizioni remiere ora al servizio del turismo di massa, e cioè i gondolieri, e molti di coloro che passano la maggior parte delle loro giornate in acqua – i tassisti, i piloti dei lancioni turistici – vivono ormai in terraferma. Brugnaro ha colto perfettamente questa trasformazione. Da buon campagnolo, il Sindaco cita spesso nei suoi discorsi l’unione di “Stato da mar” e “Stato da tera” della Repubblica Serenissima, la quale controllava territori migliaia di volte più estesi della sua metropoli lagunare: ancora l’uso politico della Tradizione.

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro al molo nel giorno dell’Ascensione, Windsor Castle, Royal Collection

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