Impressioni d’ottobre

Su gentile richiesta di mm1 e Shylock, curiosi della mia opinione sui fatti di sabato scorso, copincollo un mio commento da DIS.AMB.IGUANDO. Ad integrazione del dibattito sul blog di Giovanna Cosenza, segnalo anche un post di Marco Rovelli su Nazione Indiana.

Una volta tanto sono d’accordo con le osservazioni di Wu-Ming: scendere in piazza non serve più, il giocattolo si è rotto.
Purtroppo la facilità con la quale la Rete rende possibili le mobilitazioni ha dato in mano a gente inetta la responsabilità di muovere e gestire le folle. Su questo qualcuno dovrebbe fare un esamino di coscienza, magari scegliendo di dedicarsi alla pubblicità o alla grafica anziché giocare coi movimenti sociali. Detto questo, i fatti di sabato non si spiegano unicamente come un problema di modalità organizzativa e/o comunicativa (di “format”, è stato detto). I “disperati” hoodies con le loro felpine nere sono una piaga che in altri tempi, come altri hanno già scritto, veniva sistemata senza tanti complimenti dai servizi d’ordine. Ma la domanda principale è: CHI dovrebbe dotarsi di queste strutture? Cioè, in altri termini: chi sono gli indignati? Qualcuno chiederebbe: qual è la loro “composizione di classe”? L’impressione, senza che nessuno si debba offendere, è un po’ da armata brancaleone.
In piazza c’erano precari di tutti i tipi, i rappresentanti di tante piccole battaglie locali (no TAV, no Dal Molin, acqua pubblica etc.) più o meno condivisibili, c’erano i Cobas, come sempre, pezzi di ciò che resta della sinistra c.d. antagonista, a livello di partiti ma soprattutto di collettivi e gruppetti, e pure qualcuno del volontariato cattolico. A me sembra risibile il tentativo di riunire istanze tanto diverse sotto l’etichetta ambigua dei “beni comuni” (o del “comune”, per i più raffinati) e difatti appena sotto la superficie ciò che emerge è un’accozzaglia di idee molto confuse sulla crisi in generale. Non ho visto l’ombra di un’analisi degna di essere definita tale, soltanto slogan un po’ vuoti, che lasciano un senso di sconforto: mi auguro che i due tizi intervistati dalla Berlinguer l’altra sera, che (certo, l’emozione del momento…) sono soltanto riusciti a farfugliare un “la finanza è scollata dalla ggente” non fossero i più svegli portavoce del coordinamento. Ovvio che poi questo vuoto di pensiero venga riempito dalle fesserie cospirazioniste, le sciocchezze sul signoraggio e tutti sintomi del cretinismo contemporaneo.
Quello che è successo sabato si spiega con una grave crisi di rappresentanza, tipica delle fasi di transizione sociale. E infatti è questo l’unico tratto comune a tutti i soggetti che manifestavano: l’essere non-rappresentati. Un’identità negativa che si traduce nel collante della generica incazzatura. Ora, può darsi che si tratti di una mia personale paranoia, ma attenzione, perché un movimento di piazza che non abbia una piattaforma razionale, legata a interessi individuati, rischia di diventare terreno fertile per le derive autoritarie di varia specie, di quelle che danno alla folla un capro espiatorio da linciare, avete presente? O credete di essere tutti quanti immunizzati dal fascismo?
Io purtroppo non credo più al discorso sull’autorganizzazione, è evidente che i soggetti che ho menzionato sopra questa capacità non ce l’hanno, per cui mi posso solo augurare che a livello di sinistra tecnocratica qualcuno apra gli occhi e una volta archiviato il nano faccia un serio esame di coscienza. Purtroppo sono pessimista.

Wu Ming e la macchina di papà

[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E’ uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo.] (Wu Ming 1, 2011)

E’ di questi giorni il post di Raffaele Ventura su Eschaton a proposito di un intervento del Molto Onolevole Lobelto Bui (Wu Ming 1), sul “feticismo della merce digitale”. Nel dibattito che segue compare inevitabilmente il nome di Toni Negri e si fa cenno ai legami in via di allentamento tra il postoperaismo e le posizioni dei wuminghi. Che sia tempo di qualche bilancio? Io credo di sì.
In termini grossolani ma non troppo, il nocciolo antico dell’operaismo negriano (e del primo Tronti) consiste in un totale rovesciamento di prospettiva, per cui sarebbe lo sviluppo del Capitale ad essere determinato dalla classe operaia, e non viceversa. A partire da questo soggettivismo radicale è facile cadere preda di allucinazioni. Ecco quindi che le sconfitte operaie sono state lette come vittorie – “abbiamo [?] distrutto la Fabbrica”, dirà Negri. In questo quadro il Capitale è di volta in volta costretto a confrontarsi con un nuovo soggetto sociale antagonista, che sostituisce il precedente: operaio massa, operaio sociale, cognitario, eccetera.
Una narrazione di questo tipo fonda necessariamente il suo lessico su Marx. Per potersi però distinguere dai competitor più odiati di sempre (il movimento operaio secondterzequartinternazionalista, gli “ortodossi” e in particolare il Piccì), gli operaisti si sono rivolti a testi lontani dalla vulgata, a chicche marxiane come i Grundrisse, con il famigerato Frammento sulle macchine, o al capitolo sesto inedito del libro primo del Capitale. Come si fa per mangiare un pesce? Lo si pulisce. Ecco, operando un altro rovesciamento (oh, quanto ci piace), anziché buttare i visceri e tenere la ciccia, facciamo l’incontrario. Ci teniamo le interiora del pesciolone Marx e le cuciniamo. Del sapore originario, nel corso degli anni continuamente ricucinato in salsa francese (la cucina molecolare di Gilles Deleuze) e servito da personale ammarigano (il cameriere Hardt), è rimasto ben poco, ma va bene così.
Nel frattempo le fabbriche sono scomparse sul serio dall’orizzonte sociopolitico dell’Occidente, e la Rete sta al centro di tutte le economie sviluppate. Qualcuno deve aver pensato: Il Piccì infame ha stroncato l’Autonomia? l’Autonomia fotte tutti coi PC. Ve-ve-vendetta!
Ricordo un’intervista a Toni Negri nella quale il Nostro parlava del “grafico informatico che chiede il software libero“, citandolo tra le figure emblematiche del nuovo proletariato cognitivo, al centro dell’economia dell’immateriale, eccetera. Un po’ come quei nonni che imparano ad usare l’e-mail, Negri ispira tenerezza (purché non sorrida, ovvio).
Di chi parla Negri? Chi è stato protagonista e fruitore principale di quella narrazione, tra la fine dello scorso millennio e l’inizio di questo? A partire dalla coda dell’Autonomia, attraverso i collettivi antimperialisti attivi negli anni ’80 e l’esperienza dei centri sociali (a Nordest in particolare), fino alle avventure editoriali di Wu Ming, si forma un soggetto abbastanza ben definito socialmente ma abbastanza indefinito politicamente da non poter essere rappresentato. E infatti si rappresenta da sé – attraverso formule spettacolari dotate di una loro efficacia, e produce pure da sé (in questo forse sta l’illusione del Comunismo che è già qui) i propri manufatti culturali, trascendendo la categoria tradizionale dell’intellettuale. Si tratta di scrittori-attivisti, artisti-attivisti, curatori-attivisti, architetti-attivisti, filmaker-attivisti, in larga parte giovani borghesi aventi pieno accesso alle stanze dell’industria culturale.
Questa moltitudine di ragazzi diventati grandi si è accorta da qualche tempo di non aver più bisogno di maestri, e d’altronde Negri appare piuttosto stanco da un punto di vista teorico. Il professore non è più da lungo tempo un cantore dell’insurrezione. Oggi alterna generiche tirate sullo sfruttamento a riflessioni su lavoro “cooperativo” e general intellect – che avrebbero reso comunista il capitalismo globale –  con qualche apertura minimalista alla “socialdemocrazia”, addirittura. E’ arrivato quindi il momento di una presa di distanza da parte di alcuni esponenti di punta di quell’area che parla il postoperaiese.

Il punto è che questo momento edipico, già di suo non così deciso, si risolve in un pasticcio tremendo.
Deluso dalla cyberutopia e dal mancato avverarsi della profezia negriana sul Comunismo-che-è-già-qui, Wu Ming 1 tenta la via dell’emancipazione. Basta con le interpretazioni forzate e le formule incantatorie, basta pugnette, torniamo alla sostanza delle cose!
L’articolo si apre con l’annuncio di una scoperta: l’industria informatica e l’e-commerce possiedono una componente ‘hard’ di produzione materiale (che non è scomparsa!), in cui si compie lo sfruttamente del lavoro. I magazzinieri di Amazon, i minatori che si ammazzano per il Litio o il Coltan, “soccia ragassi, ma questi sono sfruttati per davvero!!!”
Il resto è una tardiva (ri)scoperta di Marx, in una sorta di esposizione divulgativa, apparentemente ad uso dell’utonto medio digitalconnesso. Tutto qui? Eh no, perché almeno un mortaretto, di quelli che si fanno scoppiare durante le feste patronali dei “deleuziani di rito negriano”, bisogna tirarlo fuori. Serve un’ultima formula incantatoria, o almeno un qualche tipo di disvelamento. Eccolo qui, il disvelamento: apprendiamo grazie a Wu Ming 1 che persino l’attività di cazzeggio su fessbook – certo, sbirciare i profili delle tipe o condividere le foto dei bagni al mare – rappresenta una forma di pluslavoro. Nientemeno.

“Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori.”

Uhm. Domanda da ingenuo lettore di Marx: ma se fessbook rappresenta il pluslavoro, da che cosa sarebbe rappresentato il lavoro necessario, al quale il primo concetto è legato? Rimanendo nella stessa sfera della “produzione” dei social network, che si fa? Consideriamo le prime due ore di cazzeggio come lavoro necessario, e il resto come “pluslavoro”? No, “è tutto pluslavoro, perché non si viene pagati”, dice Bui. Non importa. Nella chiusa Wu Ming – com’è giusto, trattandosi di scrittore-attivista – immagina, prefigura, auspica una saldatura delle lotte degli operai che assemblano i computer in Cina con quelle portate avanti da questi ragassi qui.

Lobelto Bui mi ispira simpatia e tenerezza. La tenerezza che a volte (quando non sorride) mi ispira il vecchio Negri. Perché scavalcando Negri per tornare a Marx, Wu Ming sta per così dire prendendo il macchinone di papà.

Sorge però il dubbio che il Marx citato non sia Karl, ma Louis.

All’indice dei libri rispondiamo con il dito medio. Civilmente.

Raffaele Speranzon fa marcia indietro, Elena Donazzan no. Cielo, sentiranno anche a Destra la crisi del masculo? L’assessora alle politiche educative della mia regione pare aver spedito una letterina ai distretti scolastici per scoraggiare la diffusione dei libri di Wu Ming, Tiziano Scarpa e degli altri firmatari dell’appello pro-Battisti su Carmilla (ormai vecchio di sei anni, quell’appello, tra l’altro). Al che, visto che qualcuno mi accusava di minimizzare la vicenda, ho fatto quello che si dovrebbe fare tutti, anche se non si è dei Wu Minghi (che si dedicano ad un’interessante disamina del personaggio Donazzan qui). Ho scritto anch’io una letterina che vi copincollo qui, assieme all’indirizzo mail dell’assessora: assessore.donazzan@regione.veneto.it

In genere questa gente non risponde mai, nel caso contrario vi terrò informati.

Come cittadino della Regione Veneto desidero esprimere il mio dissenso più totale rispetto alla Sua iniziativa di qualche giorno fa relativa al “caso Battisti”. Mi riferisco ovviamente alla lettera inviata ai dirigenti scolastici nella quale Lei inviterebbe al boicottaggio di taluni autori, considerati ‘diseducativi’ in quanto sostenitori della liberazione di Cesare Battisti. Premesso che non condivido in nessun modo l’appello degli scrittori in favore del latitante – iniziativa comunque legittima – trovo che il Suo gesto rappresenti una grave forma di ingerenza nella vita culturale della nostra regione. Si tratta di un’ingerenza perché non proviene da Elena Donazzan privata cittadina, ma da un assessore regionale. Naturalmente sono certo che la maggior parte dei direttori didattici e degli insegnanti cui Lei si rivolge saprà mantenere la propria indipendenza e che quest’episodio verrà presto archiviato alla voce ‘propaganda’. Vale comunque la pena affrontare il merito della questione, nel momento in cui viene toccato uno dei principi fondativi di qualunque democrazia: la libera diffusione delle idee.
Lei definisce l’esempio degli scrittori firmatari ‘diseducativo’, pur non pronunciandosi sui testi in sé. Anche trascurando il fatto che i libri vivono spesso una vita autonoma rispetto a chi li ha scritti, non si è mai chiesta finora quanti altri autori potenzialmente ‘diseducativi’ abbiano libera circolazione nel nostro paese?
Quest’anno la Francia, tra molte polemiche, si prepara a celebrare Louis-Ferdinand Céline, scrittore antisemita e filonazista, e tuttavia tra i più grandi autori del Novecento. Perché non chiedere di eliminare Céline? E che dire degli autori indicati come ‘formativi’ dal suo collega Raffaele Speranzon – ideatore dell’iniziativa – tra i quali troviamo Mishima? Perché non chiedere la messa al bando dello scrittore fascista, omosessuale e suicida Yukio Mishima? Non li mettiamo al bando perché comunque sono  scrittori di destra, Assessore? Un’applicazione coerente del Suo punto di vista lo richiederebbe: purtroppo, in quel caso, non ci troveremmo più in una democrazia liberale ma in uno ‘stato etico’.
I cittadini del Veneto conoscono la Sua storia politica, assessore. Il Suo comportamento è forse rivelatore di una carenza di cultura democratica e di uno spirito di parte che un amministratore non può in nessun caso permettersi? Attendo una Sua smentita. Nel frattempo Le ricordo che la Costituzione (Democratica e Antifascista, è bene ricordarlo) e il Codice Penale forniscono ai cittadini gli strumenti adatti a combattere gli abusi e le discriminazioni.
Purtroppo non esiste invece alcuna legge che possa frenare l’ipocrisia filistea: molti tra i più noti firmatari dell’appello a favore di Battisti (Tiziano Scarpa, Wu Ming, Massimo Carlotto, etc.) sono pubblicati da case editrici di proprietà del Presidente del Consiglio, il che fa assumere alla vicenda contorni alquanto ridicoli. Perché non estendere il Suo boicottaggio, Assessore Donazzan, al principale responsabile della diffusione dei suddetti autori, e cioè all’editore? Editore la cui persona, peraltro, non si può dire incarni un esempio di virtù per i giovani…
Insomma, caro assessore Donazzan, queste sarebbero le conseguenze etiche e logiche delle sue parole. La invito a riflettere sul fatto che per un amministratore non è sempre necessario intervenire nel “dibattito pubblico”. Un buon assessore alle politiche educative può anche limitarsi a lavorare per garantire il diritto allo studio e ad una scuola pubblica di qualità. Risolvere il problema delle sedi che in Veneto cadono a pezzi e dei trasporti carenti, prima di foraggiare la scuola privata come avviene di questi tempi, sarebbe già sufficiente, mi creda.

(Ho dimenticato anche le formule di cortesia, io che in genere sono così bravino con le lettere formali)


Speranzon la spara grossa

Come la penso sul caso Battisti lo sanno i pochi che leggono il blog. Non gli dimostrerei alcuna solidarietà, come hanno invece fatto diversi scrittori et homini et foemine de cultura, in Italia e in Francia soprattutto. Ma che i libri di quegli stessi scrittori (Scarpa, Evangelisti, Moresco, Carlotto, Genna, Balestrini, etc.) possano venir inseriti in una sorta di indice dei testi indesiderati e tolti dalle biblioteche pubbliche, come propone l’Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon è, semplicemente e indiscutibilmente, un’idea fascista. Il che per Speranzon potrebbe forse rappresentare un complimento. A titolo di curiosità, riporto una listarella di libri che il nostro considera fondamentali per la sua formazione:

“Ecce Homo” Nietzsche; “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” di Tolkien; “Il manifesto dei conservatori” di Prezzolini; “Sole e Acciaio” di Mishima; “il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa; “Il Piacere” e “L’innocente” di D’Annunzio; “Nelle tempeste d’acciaio” di Jünger; “Arcipelago Gulag” e “Padiglione Cancro” di Solženicyn; “Le uova del drago” di Pietrangelo Buttafuoco; “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar.

Queste informazioni le potete trovare sul profilo Myspace del giovane e dinamico assessore. Una bibliotechina di tutto rispetto – Buttafuoco a parte – forse solo un po’ troppo aderente allo stereotipo dello scaffale destrorso… sa di scopiazzata dalla stagista dell’ufficio stampa. Ma tant’è.

Caro Assessore, mi duole informarLa che certe idee del cazzo, oltre ad essere ripugnanti, in democrazia non si possono mettere in pratica e – ahilei – servono unicamente a coprire di ridicolo il loro estensore. E ringrazi quelli di Wu Ming che La deplorano serissimi, anziché buttarla in vacca (un’occasione mancata per praticare lo sberleffo situazionista, peccato), sono tra i pochi che possono prenderLa sul serio.

Impunito

Esule/rifugiato politico. La nostra lingua non è poi così ricca se dobbiamo mettere nella stessa categoria Battisti e i fratelli Rosselli. Dico, Cesare Battisti e Carlo Rosselli. Ma d’altronde questo è proprio il momento delle grandi ammucchiate: Battisti, Bettino, Carlo Rosselli, tutti quanti assieme (non) appassionatamente.

Dovrà almeno passare il Carnevale perché il Tribunale Supremo Federale del Brasile si pronunci sulla richiesta di scarcerazione del rifugiato politico Battisti, presentata dai suoi legali e sulla rinnovata richiesta di estradizione, presentata dallo Stato Italiano. In un paese senza memoria e fatto a pezzi dal berlusconismo, la riapertura del capitolo ‘anni di piombo’ riesce ancora a surriscaldare gli animi come pochi altri temi, a dimostrazione di quanto gli anni ’70 non passino mai di moda.
Riconosco di nutrire un pregiudizio insuperabile nei confronti di Cesare Battisti. Qualcosa che non ha molto a che fare con la ‘politica’. Non mi piace la sua faccia, ecco. Una faccia di cazzo, come ebbe a dire l’anno scorso Fulvio Abbate. Una faccia da impunito. Ma sono più gli effetti del surriscaldamento di cui sopra ad interessarmi. Quello che la vicenda Battisti tira fuori dalle persone che la osservano e la commentano, la loro visione del mondo.
A ridosso della decisione di Lula, in Italia si sono ricomposti i due fronti della polemica, che avranno ancora modo di scontrarsi nei prossimi mesi. Da una parte una larga maggioranza ‘bipartisan’ schierata naturalmente per l’estradizione. Il Sistema della liberaldemocrazia che il terrorismo ha sfidato, lo Stato monopolista della violenza, con i suoi rappresentanti, assieme all’area della fascisteria più o meno ripulita – gente che non abbiamo mai visto stracciarsi le vesti di fronte alla serena permanenza giapponese dello stragista Delfo Zorzi, per dirne una. Si è sentito ovviamente di tutto, dalla sacrosanta rabbia dei parenti delle vittime alle bouta(na)de dei soliti berluscones (“boicottiamo il Brasile!”) subito smentite.
Dall’altra parte, i resti e le filiazioni di ciò che stava a sinistra del PCI. In sostanza, i bersagli diretti o indiretti della legislazione d’emergenza di quegli anni. La maggior parte di loro cova da allora un forte risentimento verso la magistratura, la quale fu almeno in parte – ai tempi del cosiddetto teorema Calogero – strumento di un regolamento di conti tutto interno alla sinistra. Conti non ancora del tutto regolati, come dimostrano certe odierne contrapposizioni.
Nel ’77  il Partito Comunista più grande dell’Europa Occidentale, a pochi passi dalla stanza dei bottoni, si scontrò con l’arcipelago variegato dei movimenti, da cui era germogliata anche la componente della lotta armata, altrettanto varia nelle sue ramificazioni. Nell’infinita proliferazione di gruppi, gruppetti, partitini armati, ognuno con la sua brava sigla, occupavano un posticino rispettabile anche i Proletari Armati per il Comunismo di Arrigo Cavallina, un signore che dopo dodici anni di galera è oggi attivo nel volontariato cattolico a Verona. Il corredo ideologico dei PAC era uno dei tanti sottoprodotti della sconfitta operaia: la pantomima di una rivoluzione impossibile finiva allora di consumarsi nel disperato tentativo di trasformarla in rivolta permanente. Una parte dei teorici dello scontro armato, di fronte alle micce bagnate del proletariato tradizionale, pensò che i combattenti adatti a quel frangente fossero da cercare nelle nuove e vecchie marginalità, nella delinquenza comune, nella teppa, tra quelli che lo Stato aveva già represso. Insomma, più di qualcuno (oltre ai PAC vanno ricordati i NAP) andava a raccattare i militanti in galera. Cesare Battisti era appunto uno di quei nuovi militanti che venivano dalla strada passando per il carcere. Un ragazzaccio dall’adolescenza difficile, si direbbe. Qualche rapina, una denuncia per atti osceni, un primo soggiorno in carcere. Lì Cesare incontra appunto Arrigo Cavallina (qui intervistato da «Il Giornale»), che lo rende edotto sul suo ruolo di rappresentante in armi del proletariato. Uscito di galera, Cesare inizia a girare con la pistola in tasca e l’invisibile divisa di rivoluzionario addosso. Quando poi l’esperienza dei PAC si conclude con gli arresti e i processi, ai quali non sfuggono i suoi compagni, riesce a darsi alla fuga. La dottrina Mitterand (qui descritta con sintesi efficace da Miguel Gotor) viene in suo soccorso. Per quindici anni Battisti gode delle garanzie dello stato Francese. Diventa uno scrittore di successo, scrive romanzi gialli, frequenta i salotti letterari e si rifà una vita.

Su Cesare Battisti il giallista non posso dire nulla: non ho letto i suoi libri. Sembra vadano molto bene in Francia e tra i suoi sostenitori, a vario titolo e in varia misura, si contano alcuni dei nomi più noti della gauche caviar parigina. Paese dall’ampio abbraccio, la Francia. Ha accolto tanto i terroristi in fuga dalle condanne quanto i rampolli degli industriali spediti al sicuro al di là delle Alpi. Tra i primi, Cesare Battisti, tra i secondi, Carla Bruni-Tedeschi, figlia del re della gomma, Alberto, riparata lì assieme alla famiglia. Nei suoi caffè e nelle sue università Parigi accoglieva tutti, difensori e demolitori dello status quo. Tra i tanti interventi all’epoca della concessa estradizione dalla Francia nel 2004, merita di essere segnalato quello di Daniel Pennac. Delle storie di Benjamin Malaussene, di Mo il Mossi e degli altri abitanti di Belleville non ricordo più molto, se non che mi sono stati simpatici dalle prime pagine. Ricordo anche Come un romanzo, che contiene il decalogo degli ‘imprescindibili diritti del lettore’, come quello di poter abbandonare un libro senza alcun senso di colpa. Nella sua lettera a Battisti dalle pagine di «Le Monde», Pennac si esprimeva così:

Il 10 luglio 1880, nove anni dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di trentamila morti!), i condannati furono graziati e amnistiati. E’ il 2004, i fatti che le sono attribuiti risalgono a quasi trent’anni fa ed eccola di nuovo gettato in galera, tradito dal paese che le aveva garantito rifugio e consegnato a quello che le rifiuta il perdono.

Mentre riflettevo sull’incongruo parallelo con la Comune di Parigi, mi sono ricordato di quel diritto a non finire un libro. La ricaduta etica di quel diritto mi  è apparsa subito chiara, se riferita al vissuto di Battisti. Uno che ad un certo punto ha buttato via il libro che aveva aperto, senza finire di leggerlo. Cioè senza affrontare le estreme conseguenze delle sue scelte. Questo mentre tanti altri protagonisti della lotta armata sono arrivati al fondo della loro esperienza, pagando i loro conti con la giustizia e in diversi casi riacquistando una voce nel dibattito pubblico (Renato Curcio ha fondato una casa editrice e si occupa di ricerca sociale e Sergio D’Elia è stato parlamentare radicale, tanto per fare due nomi). Certo in questo caso si parla dell’esecuzione materiale di omicidi e dei conseguenti ergastoli, mica di roba condonabile come una verandina abusiva o una banda armata senza morti sul groppone.

Ripercorrere la vicenda giudiziaria di Battisti non è semplicissimo, partendo da quel poco che la stampa di ogni tendenza ha pubblicato. Anche i più accalorati difensori italiani – Valerio Evangelisti, Wu Ming e i soci di Carmilla – mi sembrano affidarsi più alla retorica moralistica e identitaria (noi buoni loro cattivi) che non agli argomenti fattuali. Più che le reprimende sui pentiti e i confronti tra le nefandezze del Potere e l’esistenza dell’ingenuo proletario Battisti avrei preferito uno straccio di citazione delle ‘carte’ processuali. Pazienza.
Restando ai fatti, Battisti viene condannato in contumacia all’ergastolo per una serie di omicidi e rapine compiuti nel corso del ’78 e del ’79. Chi scrive allora era un poppante che abitava le regioni in cui i PAC mettevano in pratica il loro delirante concetto di giustizia proletaria. Il Nordest, giusto un attimo prima di diventare Il Ricco Nordest, pasciuto e addormentato, mosso solo da qualche sussulto autonomista, era allora terreno di battaglia per il terrorismo di ogni colore.
In quei due anni, stando alle sentenze, Battisti avrebbe sparato a due poliziotti, Andrea Campagna e Antonio Santoro, avrebbe fatto il palo durante l’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio veneziano, e avrebbe deciso assieme ai suoi compagni l’uccisione di Pierluigi Torregiani, un gioielliere milanese, senza parteciparvi materialmente. Responsabilità diretta in due casi, corresponsabilità materiale e ‘co-ideazione’ negli altri due.
La sua linea di difesa si basa sull’inconsistenza del dispositivo probatorio, cioè sul fatto che la sua colpevolezza sia quasi unicamente legata alle dichiarazioni di alcuni militanti dissociati e a quelle estorte con la tortura (per la precisione con il waterboarding, per chi è interessato a questo genere di particolari). Battisti si proclama innocente su tutta la linea. L’hanno incastrato gli infami prezzolati dai giudici comunisti come Spataro, dice Battisti (che ricorda un po’ quell’altro, l’amico dell’esule Bettino, n’est-ce pas?), e poi c’era la guerra civile e  la repressione poliziesca al di fuori di ogni regola democratica ecc. E’ vero, quello che successe in quegli anni nel Paese non è qualcosa di cui in una democrazia si dovrebbe andar fieri. Dalla legge Reale del ’75 a quella Cossiga del ’79, fino ai primi anni ottanta, le sospensioni dei diritti costituzionali furono maledettamente frequenti. Anche di quell’assaggio di stato di polizia dobbiamo ringraziare i ragazzini con le mitragliette e i loro maestri.
Qualunque sia la verità. proprio in virtù della necessità – contraria al decalogo di Pennac – di ‘finire il libro’, e chiuderlo una volta per tutte, io credo che Battisti debba confrontarsi con la giustizia italiana, con tutto ciò che questo comporta per la sua persona. E chi lo difende dovrebbe difenderlo qui, anziché pagargli il biglietto aereo per qualche puerto escondido. O almeno riflettere sulle conseguenze possibili del proprio atteggiamento: chi crede che non sia possibile far valere la propria innocenza in un tribunale italiano oggi avrebbe tutti i motivi per prendere le armi e sollevarsi contro lo Stato. (In alternativa, diventare Presidente del Consiglio e cambiare la Legge a proprio uso e consumo. Sovversione o eversione. Una delle due eventualità si è già presentata.)
Si suppone che chi scelse la via delle armi contro lo Stato fosse ben consapevole dei rischi a cui si esponeva. Il rischio di morire ammazzati, innanzitutto. E il rischio di perdere la libertà. Molti hanno accettato con coraggio le conseguenze delle proprie scelte. Anche le conseguenze ingiuste, o ritenute tali. Altri no. Insomma, salta agli occhi la differenza umana tra un Sofri e un Battisti. “Che fai, pure tu il moralista?”. Sì, ma non solo. In realtà mi lasciano sempre perplesso i riferimenti, così gesuitici, al pentimento, anche nella sua definizione più tecnico-giuridica di ‘dissociazione’. Vorrei una giustizia che recuperi e non punisca soltanto. Ma il recupero passa per la riconciliazione e l’accettare di venir giudicati dal proprio vecchio nemico è la condizione necessaria per ogni riconciliazione. “Ma sono passati così tanti anni!”. Certo, per chi non crede all’utilità dell’istituzione carceraria l’autorecupero, chiamiamolo così, di Battisti, che ha smesso di fare il pistolero, è diventato uno scrittore di successo, ha una bella famiglia e tanti amici famosi e intelligenti, potrebbe essere più che sufficiente. Nemmeno io credo che il carcere serva a qualcosa. Non vedo però che cosa dovrebbe distinguere Battisti dalle decine di migliaia di carcerati per reati ‘comuni’, se colpevole, o dal numero imprecisato di vittime di errori giudiziari, se innocente. Dovrebbe forse contare l’appartenenza alla sua setta di invasati, autonominatisi rappresentanti del Popolo e giustizieri in suo nome? O quella alla categoria degli scrittori? Per quanto mi riguarda, l’unica cosa a contare è la responsabilità personale dell’individuo. Le condanne o le assoluzioni collettive fanno parte di culture totalitarie che mi schifano alquanto.
Ma sorvoliamo pure sulle scelte personali del fuggiasco. In fondo nessuna bestia, a quattro o a due zampe, si fa mettere volentieri in gabbia. Se ci ingabbiano, tentiamo di fuggire. Non è quindi la fuga in sé ad esser degna di riflessione. Magari in un romanzo, chissà. Le domande che rimangono aperte sono quelle relative alla straordinaria mobilitazione dell’intelligentsia di sinistra in sua difesa. Uno si domanda quante e quali siano le motivazioni di quegli intellettuali. E’ semplicemente garantismo da “sinceri democratici”, rivolto alle vicende di una democrazia debole e malata come quella italiana? E’ la fascinazione romantica gauchiste per la figura del guerrigliero? O il desiderio di concretizzare il proprio impegno attraverso la protezione di un (sedicente) antifascista? (I Rosselli ammazzati, Battisti libero e autore di gialli: com’è vero che la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa).  E’ forse una sorta di senso di colpa, o di  inconfessabile debito di riconoscenza, verso chi a suo tempo prese le armi, immolandosi al posto loro? E’ un atteggiamento frutto della complicata e costante attività proiettiva dell’intellettuale, che di volta in volta individua un capro/pollo da sacrificare? In questo caso si tratta di uno “sbandato, un teppistello”, come lo definiscono i neoepici di Carmilla. Trent’anni fa poteva servire a mettere in pratica la rivolta permanente, oggi a rivendicare la propria esistenza – a sé stessi in primo luogo. Da parte di francesi e brasiliani non trascurerei, infine, una certa dose di ignoranza, come ci ricorda il giornalista brasiliano Mino Carta. Forse è ancora un problema di proiezione da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle una dittatura militare e confonde gli assassini in fuga con i perseguitati politici.


Com’è piena di paradossi la realtà.
I PAC assassinarono il poliziotto Andrea Campagna perché questi avrebbe partecipato ai pestaggi subiti da alcuni militanti arrestati. E Battisti ha vissuto protetto in un paese nelle cui celle si può fare la fine di Daniele Franceschi (analoga a quella di Stefano Cucchi), il cui caso non sembra aver provocato grandi appelli da parte della gauche caviar e della sua portavoce preferita. In risposta ad una lettera della madre di Franceschi, arrestata per “vilipendio alle istituzioni francesi”, Carlà si è limitata a dichiarare la piena fiducia nella Giustizia del suo paese d’adozione. Grazie, Carlà. Altro paradosso: i PAC assassinarono Torreggiani perché si era fatto giustizia da sé. Ora Battisti è considerato rifugiato politico da un paese in cui gli squadroni della morte agiscono più o meno indisturbati nelle favelas per fare ‘pulizia’. Tutto questo senza dimenticare che la Francia è patria dei diritti dell’Uomo, e in Brasile governa un partito di sinistra, il PT di Lula e di Dilma Roussef. Com’è complicata la realtà.